ANDREA TERRENI

Testi scelti da "Paroxetina"


Andrea Terreni nasce in provincia di Pisa nell'ultimo ventennio del vecchio secolo. Irrequieto e irascibile sceglie Firenze come ideale meta per scorribande, esperimenti e danni collaterali. Nel frattempo riesce suo malgrado a laurearsi in Pedagogia Sperimentale discutendo una tesi sull'importanza della scrittura autobiografica come cura del sé.

Poco incline alle durature esperienze accantona ogni tipo di velleità educatoriali per dedicarsi al più indicato sollazzo notturno, imperversando prima come cliente e poi come barman nei peggiori locali del capoluogo fiorentino. Scrive, scrivacchia, incide cortecce e sporca muri e tovagliette di ristoranti, poi ubriaco si dimentica di averlo fatto.


Collabora con la rivista FUL Florence Urban Lifestyle per la quale tiene una rubrica su personaggi e storie dello sport fiorentino. Autore poliedrico e fluido ama dire di se: "Nella mia intimità sono un poeta, per la mia creatività sarei uno scrittore, per necessità sarò un giornalista"

 

L’ODIO

Odiare ti brucia da dentro.

Chi pensa di potersi salvare dai sensi di colpa, attraverso l’odio, si sbaglia. L’odio è un virus che entra nella pelle e s’irradia attraverso i capillari, le vene, le arterie. Contrae i muscoli e arriva agli organi. L’odio non è una condizione che si sceglie, è un divenire dopo non aver avuto scelta, è una malattia.

Odiare diventa una condizione non rinunciabile dell’esistenza, un bisogno fisico simile ad una convulsione; una pulsione irrefrenabile che gonfia lo stomaco e attraverso la gola si scioglie, dopo aver ruggito.

La rabbia provoca l’odio.

E non c’è cosa più ingiusta che comprendere tutto questo, sentirlo crescere e muoversi dentro al ventre, come un feto che muta. Puoi piangere, e lo fai. Cerchi il buio per nasconderti dagli occhi degli altri, sorridi e disegni per te stesso un vestito di festa e giovialità. Eppure culli quel mostro, portandolo ad osservare tutto quello che nel freddo della tua stanza, trasforma il tuo sorriso in una maschera smostrata.

Lo sai, quel brivido elettrico percorre le braccia, rimbalza nel vuoto e torna al cervello, mostrando soluzioni e sofferenza.

Ti alzi dal letto, e chiudi il varco all’oblio con la chiave: una pallina che sciogli nel labbro chiedendo dignità.

*

I bambini sorridono sempre

nel candore dei loro passi

si nutrono del calore spontaneo,

non gli si chiede ricompensa

che non sia sorridere o crescere.

I bambini vanno avanti liberi

non misurano falcate o pensieri,

imbrattano con ogni idea il cammino.

Ed ecco mani grandi a sorreggerli,

innaffiare sogni, pulire lacrime.

I bambini non ascoltano affranti,

non suppongono,

di altrui capricci sono innocenti,

d’ogni abuso nascosto nei sussurri.

I bambini prosperano,

io imparavo ad odiare.

*

Pensarmi diviso strappa

il petto,

a morsi feroci

e getta davanti ai miei piedi

forme senzienti invalicabili

e il respiro

appena

permette

di rimanere vivo

nonostante il sangue che cola

dall’anima aperta.

*

Maschere,

pigre, accartocciate sulle scale della vita,

rincorrere

sguardi e ombre nascoste, negli avamposti rimasti,

distruggono,

effimere il rimorso per esser sempre vivi,

rinnegano

il dolore, degli anni avviliti dal vento.

Esplosioni,

scintille lasciate deflagrare su abili costruzioni mentali

fermentate,

in arti di cenere abilmente sfumata nel fuoco a sparire,

piangono

immobili sorrisi, di sguardi fissi e petti di plastica

annegata

nei fiumi di lacrime dei bimbi che non matureranno.

*

PIANTO SECONDO

Pensai

il ritorno del silenzio.

Ammucchiata speme infausta

di risalir dal ventre

alla cavità del parlare.

Silenzio.

Occhiate tumefatte

di naturalezza orfane,

non danze o canti

ma vuota esposizione.

Sostituzione d’essenza

arricchimento dell’io,

ma cavo di polpa

soltanto

immagine esplosa.

Non ebbe a sperar d’aver torto

chi chiuse l’antica contesa

del giusto, trovare in altrui

adesso esaltato apparire.

*

Mai ebbi dubbi

eppure lei non seppe, sempre,

di cristallina immagine,

riconoscere nei miei specchi

una strada,

che potea condurla in salvo;

lungo fu quell’esimio cammino,

di giorni a mostrar passione e giubilo,

fermo, nell’assordante brusio del cuore

non nascosi, solo e sempre a lei,

il fervore del sentimento innocente.

E li dove appoggia i suoi sogni

ho nascosto al mondo i suoi doni.

*

Ho una carezza per la tua attesa,

non un sorriso

nè una parola

orme sbiadite.

Ho chiuso gli occhi mentre vivevo

non so dirti l’errore

se vuoi ho del dolore

se vuoi facciamo pace.

*

Eppure è di speranza che mi fregio,

non come saperla spendere,

ottenerne, mistificarla ad arte,

non credo si possa insegnare.

Ho lei che tengo in un palmo

e annuso a bisogno e sue parole,

non credo si possa insegnare,

ma un giglio che sboccia da niente

mi prende per mano se sdoppio

il mio essere improprio.

Non credo si possa insegnare,

ma un giorno ho lasciato un po’ aperto

riscontro mi ha preso alle spalle

e adesso non oso cadere,

c’è lei che dal suo comodino

estrae quella chiave segreta

che mi apre per togliere un poco

di male che porto dai tempi,

i tempi in cui ero bambino

e scelsi di crescere in tempo

per prender la strada del vento


Testi tratti da "Paroxetina" edizioni Nulla Die.