BUON COMPLEANNO EDGAR

1921/2021 - I primi cento anni di un grande

a cura di Roberto Sieni


L’8 luglio compie cento anni Edgar Morin (classe 1921), l’ultimo dei grandi, l’ultimo sopravvissuto di quella grande generazione nata fra il ’20 e il ’30 del secolo scorso che ha espresso Deleuze, Foucault, Derrida, Guattari, Lyotard, Debord, solo per dire di alcuni e che è stata l’ultima grande pagina del pensiero non solo francese ma del pensiero tout-court prima del ripiegamento nel “privato”, nel riflusso, nel nulla in cui oggi, e già da troppo tempo, viviamo.


Ebreo sefardita, con i suoi che provengono da Salonicco, a loro volta da antenati livornesi, quando la città di Livorno era una città d’accoglienza, in primo luogo delle comunità ebraiche (lo stesso Modigliani viene da una famiglia ebrea), Edgar Nahoum (questo il suo vero nome) nasce in quella Parigi che vede, ancora giovanissimo, cadere sotto il giogo nazista. Si arruola nella Resistenza, assumendo lo pseudonimo o nome in codice di Morin (come d’uso fra i resistenti, lo stesso avviene in Italia), che manterrà poi per tutta la vita.

Partecipa a imprese rischiose e festeggia la Liberazione insieme a Marguerite Duras, che diverrà la grande scrittrice che conosciamo, e il suo gruppo clandestino di resistenza che aveva nell’abitazione della Duras, al 5 di Rue Saint-Benoît, la sua sede segreta.

Formatosi sulla cultura della grande filosofia e della letteratura tedesca non riesce a vedere i tedeschi come solo nazisti. L’odio non si impossessa di lui, anzi, in un primo viaggio, in Germania, a Berlino, appena finita la guerra, ha pietà per lo stato in cui è ridotto il popolo tedesco, all’indomani della sconfitta.

Scrive il libro “L'An zéro de l'Allemagne” da cui il grande regista Roberto Rossellini ricava il suo drammatico film “Germania anno zero”.


Prosegue in maniera assai nomade i suoi studi, ha il privilegio di assistere alle lezioni di Gaston Bachelard, ma si sente in difficoltà nello scegliere fra la filosofia, la letteratura, la sociologia, le scienze. Nasce qui la sua intuizione di un “pensiero complesso”, come lo battezzerà negli anni a seguire, ovvero una riflessione che non si autocostringa entro una disciplina ma che sappia fare sintesi di ogni disciplina dell’attività intellettuale o, come si legge in un’intervista: «“Pascal diceva che è meglio sapere un po’ di tutto piuttosto che tutto di una sola cosa, perché sentiva quanto fosse necessario poter legare tra loro le conoscenze. Invece si è preferito dare retta a Cartesio...”. Cartesio, ovvero “l’uso degradato della ragione”: tra le cause che ci hanno portato all’intelligenza cieca, questa è la più grave a giudizio del professar Morin: “È stato Cartesio a gettare le basi di quel ‘paradigma di semplificazione’, come lo chiamo io, di cui è vittima il pensiero occidentale. Creando un dualismo tra pensiero e materia, teorizzando che non può esservi dialogo tra la filosofia che si occupa dello spirito e la scienza che si occupa delle cose materiali, ha finito per far prevalere la disgiunzione sulla congiunzione e dunque per ridurre a semplice ciò che invece è complesso. Ma questa incapacità di concepire quanto è complessa la realtà antroposociale, o se si vuole il nostro bisogno malato di semplificare tutto, è all’origine di un numero infinito di tragedie: le idee che sono degenerate in idealismo, le teorie in dogmatismo, e la ragione in razionalizzazione. “Alla razionalizzazione”, prosegue Morin, “io contrappongo la razionalità”. E che cos’è la razionalità? È l’intelligenza dell’uomo che cerca di adattare le sue capacità logiche ai fenomeni che osserva per arrivare alla conoscenza del mondo reale»


Se è una lettura da non perdere la sua recente autobiografia, “I ricordi mi vengono incontro” (Cortina editore), una vita piena di incontri, attività, progetti messi in cantiere e realizzati, travagli di coscienza e di appartenenza, come la crisi rispetto alla militanza nel partito comunista francese e, perché no?, una vita dove appaiono tante donne, ancor più da leggere è la sua riflessione apparsa allo scoppio della pandemia, dove non si parla tanto di questa, quanto delle necessità di un cambiamento del nostro modo di essere e di vivere rispetto a quello abitualmente accettato e che la pandemia ha messo dolorosamente a fuoco circa quanto sia sbagliato e tossico per l’essere umano e la società umana.

Ovvero, dice in sostanza, Morin, non riuscendo a dare un senso alla pandemia, impariamo da essa per il futuro. Un minuscolo virus in una città molto lontana della Cina ha scatenato lo sconvolgimento del mondo. L’elettroshock sarà sufficiente per rendere finalmente tutti gli umani consapevoli di una comunità di destino? Per rallentare la corsa frenetica allo sviluppo tecnico ed economico? Siamo entrati nell’era delle grandi incertezze. Il futuro imprevedibile è in gestazione oggi. Assicuriamoci che tenda a una rigenerazione della politica, alla protezione del pianeta e a un’umanizzazione della società: è tempo di cambiare strada.


E’ tempo di leggere il suo “Cambiamo strada” (Cortina editore), oggi, il tempo di fare i nostri auguri a questo signore, tanto modesto quanto grande.