CARTOLINE FILOSOFICHE

GASTON BACHELARD

rubrica di Roberto Sieni


Nel pensiero moderno si è aperta una porta, a lungo chiusa nel pensiero classico, quando sì è affermato che la nostra volontà di conoscenza non era facoltà “disinteressata” di conoscere la realtà e, soprattutto, come prevalentemente era stato detto, la “verità”.

Si è infatti affermato che si vuol conoscere per realizzare degli scopi, come uno scultore vuol conoscere la consistenza di quella materia, marmo o pietra o altro, per sapere se, con quella, può realizzare l’opera che ha in mente di voler realizzare.

Insomma, il pensiero come pensiero utilitaristico e, anche e sopratutto, materialistico, poiché gli scopi sono appunto delle realizzazioni concrete, materiali.

E il materialismo, affermatosi con Marx, mette al centro l’oggetto materiale come oggetto del bisogno, per cui, di conseguenza, questo scopo è dettato dal “bisogno”. Bisogno di quell’oggetto (da cui, in Marx, l’organizzazione del lavoro e, per conseguenza, della società). E’ per colmare il bisogno, quindi, che realizziamo ciò che realizziamo, quindi la nostra azione è dettata da questo, la nostra iniziativa è determinata, causata, da questo. Dal bisogno. O dalla mancanza, dalla scarsità, anche, di quell’oggetto, come sarà in Sartre, quando parla di “raretè”.

Ma la teoria appare agli occhi di vari osservatori manchevole, circoscritta, parziale, parendo che non sia solo il bisogno o che non sia affatto, addirittura, il bisogno, a essere questo motore, questo fine o questa spinta a fare e a pensare (pensare in quanto pensare sarebbe pensare “come” fare).

Già osservando una società evoluta rispetto a una povera o arretrata, appare infatti qualcosa che mette in discussione il ruolo centrale del bisogno: nella prima, la produzione di beni comporta un’offerta di oggetti o, appunto, di beni che non possono dirsi strettamente legati al bisogno, ma che appartengono a un’altra sfera, alla sfera di quello che verrà a essere chiamato il “voluttuario”. Già il cibo, oggetto primario, di bisogno, può essere inteso come bene voluttuario quando è particolarmente ricercato o se è costituito da materia prima rara in natura o costosa a prodursi. E poi indubbiamente altri prodotti sono voluttuari, ancora per la loro essenza particolare: perché avere una penna per scrivere con pennino d’oro quando, per scrivere, come bisogno, bisogno di scrivere, una lettera, un conto delle spese, qualsiasi pennino di materiale meno costoso va bene lo stesso?

E molti, infiniti, casi potremmo ancora citare, che mostrano come si viva puntando sul voluttuario e non (o perlomeno, diciamo per adesso, non esclusivamente) sul bisogno, o dove, almeno in seconda battuta, si vuole il voluttuario, a bisogno colmato: insomma, dopo che ho innanzitutto mangiato, altrimenti morirei e si chiuderebbe il tragitto, per capirci.

Da qui una prima conclusione: le società evolute vivono immerse nell’economia del voluttuario, anziché in quella del bisogno.

Ma neppure questo risultato sembra accontentare tutti. Georges Bataille parla di una “dépense” (in italiano, e soprattutto in fiorentino, l’equivalente è lo “scialo”, come nel titolo di un romanzo di Pratolini o, anche, se vogliamo, lo spreco) come tratto antropologicamente fondante dell’uomo, e non solo nel momento contingente della società evoluta, recuperando quanti atteggiamenti erano presenti in società arretrate, si potrebbe dire se viste dai nostri occhi, o comunque che certo avevano urgente e impellente il problema del bisogno davanti a loro, prima di potersi dedicare al voluttuario.

Il sacro, ad esempio, sempre per Bataille, è una dimostrazione di questo scialo, di questo spreco che l’uomo mette in atto sacrificando beni ai riti, o realizzando e decorando luoghi sacri. Avrebbe dovuto tenersi quei beni per sé e lavorare alla produzione di beni materiali, insomma, quell’uomo, altro che donarli!, altro che perdere tempo a erigere templi e fare decori!, a ben altro si sarebbe necessariamente dovuto dedicare.

La visione allora cambia di senso e il bisogno perde il suo trono da re. Chi al suo posto? Evidentemente il desiderio, una forza che “vuole” indipendentemente dall’essere forzata a volere, come nel bisogno. Una forza assolutamente autonoma.

Non solo, si potrebbe dire addirittura che, in senso lato, il bisogno è una risultante, uno scalino successivo, un derivato del desiderio.

Abbiamo già detto che mangiare, bere, ripararmi dal freddo, sono bisogni che comunque avrei, ma gli altri con cosa li spiego?

Non solo, abbiamo già detto che anche mentre mi manca abbastanza, se non del tutto, di mangiare, bere e ripararmi, mi metto a sacrificare agli dei e a realizzare e decorare il loro tempio. Perché? C’è una sola risposta: perché lo desidero, non altro. Niente mi forza, niente mi torna a vantaggio, a utile, a colmare un bisogno. E ho bisogno perché desidero. Solo perché desidero. A causa del fatto che desidero. Non desiderassi, non avrei bisogni.

Non solo, il bisogno è certamente relativo a qualcosa che mi manca, il desiderio invece, se guardiamo bene, non si rifà alla mancanza. Può sembrare strano, ma è così. Certo la cosa mi deve mancare, altrimenti l’avrei e non la desidererei, cosiccome non desidero più ciò che ho conquistato, perché non mi manca più, ma non posso dire che è perché mi manca che la desidero, ovvero che è la mancanza a dettare il desiderio.

Infatti: perché non desidero avere una Ferrari, nonostante non ce l’abbia? Perché non mi interessa, non la desidero (mi si perdoni, peraltro, ma è così), magari desidero altro.

Perché desidero, invece, questo sì, un monolocale a Parigi? Anche fosse solo un monolocale? Perché mi interesserebbe. Perché lo desidero.

Esattamente come indica Bachelard, che va a confrerire al desiderio il ruolo veramente agente e, con questo, a ribaltare la figura dell’uomo che, da passivo, diventa attivo, il suo essere, ora essendo non un essere indotto (dall’oggetto necessario, dal bisogno), ma un essere protagonista (per una facoltà sua propria, il desiderio). O, allontanandosi da Cartesio, si può dire: desidero, dunque sono, io sono perché desidero.


"L'uomo è una creazione del desiderio, non una creazione del bisogno."



Consigli di lettura: Gaston Bachelard, “La filosofia del no”, Armando Editore.