CARTOLINE FILOSOFICHE

DAVID HUME

rubrica di Roberto Sieni


La ragione (o la Ragione, si potrebbe anche scrivere) è ed è stata la “divinità” apprezzata da ogni fazione, perfino quando queste fossero opposte poiché non solo, ovviamente, i razionalisti la elevarono al massimo scranno, ma anche gli idealisti ne fecero la facoltà guida per raggiungere la verità, o la retta condotta, e perfino il sanguinario Robespierre volle edificare un monumento alla “Dea Ragione”, quando la rivoluzione francese aveva azzerato ogni culto religioso.

Costantemente, la ragione è colei che ci guida, con essa e grazie ad essa abbiamo la conoscenza, con essa e grazie ad essa abbiamo la morale, l’etica. Il vivere civile.

Hume è un personaggio particolare, crede assai poco a simili ipostasi, vede l’uomo con fine intuito psicologico, con disincanto. Verrà per questo accusato perfino di essere uno “scettico”. Era in realtà un realista, che andava a vedere le cose senza occhiali ideologici, dottrinari, in pieno spirito british, essendo scozzese, nato a Edimburgo (e ancora a Edimburgo, città che dette i natali anche al grande economista Adam Smith, ora riposa, in una tomba di una certa mole, “profanata” da un simbolo religioso quando fu interrata la sua nipote, religiosissima, poiché Hume aveva disposto che non ci fossero simboli religiosi attorno alle sue spoglie).

Insomma, vedeva le cose con sano empirismo.

Empirismo, parola equivoca, peraltro, che l’empirismo non significa affatto, come è nella vulgata o nel senso comune, credere solo e soltanto nell’esperienza, pensare che l’esperienza ci offra, da sola, tutto quanto poi andiamo a sapere, ad acquisire.

Il pensiero empirista, in Hume ma anche in Berkeley e Locke, gli altri due grandi di questa “scuola”, è invece la “tecnica del come” usiamo l’esperienza, del come usare l’esperienza.

Perché l’esperienza da sola non basta, lo dicono proprio gli empiristi, occorre che la nozione che ci viene offerta dall’esperienza sia elaborata dalla nostra mente.

E quale facoltà provvederà a fare questa elaborazione?

Che sia, appunto, la ragione?

Hume lo esclude. Innanzitutto crede poco, o per nulla, che automaticamente nella mente umana vengano ad essere fatte operazioni di vaglio, assemblaggio, produzione concettuale dal e del dato dell’esperienza, o che ci siano criteri-guida o concetti-guida (l’armamentario di quella che sarebbe la ragione) capaci di gestire l’impatto con il dato o i dati dell’esperienza, ovvero «non esistono idee innate», com’è nel suo primo monito.

Molto più con i piedi in terra, Hume nota che l’uomo acquisisce certi concetti, che utilizzerà poi come concetti-guida, grazie a un apprendistato, sì, empirico, o compiuto con e grazie all’esperienza, per cui, vedendo che se una cosa si produce, sempre c’è qualcosa che l’ha prodotta, la mente umana forgerà il concetto di causa-effetto, o vedendo che il sole sorge tutti i giorni, dedurrà che il sole sorgerà anche domani, e forgerà il concetto di inferenza e la pratica della deduzione.

Insomma ci sarà, nell’esperienza, un prodursi sia della conoscenza del fenomeno, ovvero una palla da biliardo ha colpito un’altra palla da biliardo e questa si è mossa, prima acquisizione del dato in sé, ma, soprattutto e ancor più, un prodursi della “legge” che regola quel fenomeno, la prima palla è causa del movimento della seconda, ergo le cose sono legate da una legge, qui, ancora, la causa-effetto (tecnicamente: una conoscenza critica e una conoscenza metacritica).

Formatesi allora, nella mente, queste funzioni (metacritiche), l’atteggiamento del soggetto osservatore diventa attivo, poiché, quando ha finito quest’apprendistato o, al minimo, ne ha compiuto un po’ e via via che lo compie, come uno scolaro che è si diplomato e ora deve mettere in pratica l’insegnamento ricevuto, ecco che, questo soggetto, andrà ad imporre queste leggi al fenomeno che vede, lo “battezzerà” lui, lo “interpreterà” lui, soprattutto lo “anticiperà” lui, usando delle funzioni che ha acquisito. Certo, in formula ipotetica, poiché nel vedere un concatenamento di due enti in un’azione si può sbagliare ad applicare, poniamo, il nesso causale, si può sbagliare fino al punto di prendere per causa quello che è effetto e viceversa (è il fiume che dilagando rompe l’argine o è l’argine che cede e fa dilagare il fiume? domanda infatti Hume), per cui poi dovrà essere verificata la teoria, con prove a conferma, ma le prove sono a seguire, e confermare, non all’inizio, e a formare la teoria.

E’ un po’ come un certo metodo di investigazione, come i gialli ci hanno mostrato, dove il “fiuto” del commissario, o ispettore che sia, concepisce un’ipotesi del perché si è verificato quel crimine e su quell’ipotesi lavora alla ricerca delle prove, dunque anticipando, ovvero non si aspetta che le prove vengano a lui, attendendo e recependo soltanto.

Si potrebbe dire, quindi, che dalla prima infanzia in poi, via via a crescere, sempre più saremo dotati di strumenti interpretativi, di pre-giudizi, anche, come diremo nella prossima cartolina.

Resta però da capire perché noi compiamo questi atti di conoscenza, perché ci attiviamo. Perché ci mettiamo a pensare che, per stare all’esempio già fatto, se il sole è sorto tutti i giorni fino ad oggi, allora sorgerà anche domani?

Per due ragioni, dice Hume. La prima è perché nella natura umana, il concetto base di Hume, la natura umana, ovvero il modo di essere degli umani come attitudini di base, maniere di comportamento, c’è una caratteristica verso la quale la filosofia mai ha mostrato interesse: è l’abitudine. Noi siamo la nostra abitudine, dice invece Hume, e la ripetizione di certi gesti, di abitudine, è quanto costituisce il nostro “stile” particolare, dunque il nostro essere individuale, come umani. E vogliamo, altrettanto, nel mondo esterno a noi, trovare identici ordini di regolarità, quindi vedere il processo del sorgere il sole entro un processo di regolarità. E la seconda è che noi desideriamo questa regolarità come antidoto al caos che ci spaventa. E ci calmiamo appunto quando troviamo ordine e quindi prevedibilità, anziché caos e incertezza riguardo al futuro. Futuro che anticipiamo grazie a una facoltà altrettanto misconosciuta dalla filosofia, e che Hume indica come basilare della natura umana, ovvero l’immaginazione, che ci proietta oltre il dato, così rivoluzionando, Hume, anche il concetto di conoscenza, fin qui la conoscenza essendo di ciò che c’è, e che adesso diventa (anche) di ciò che ci sarà e aprendo quindi al pensiero inventivo, quello per cui si realizza, quello per cui è possibile la tecnica, o la produzione di un oggetto che (ancora) non c’è.

Ma questi bisogni di regolarità o questi salti nel futuro, allora, appartengono a delle aspettative, a dei desideri, ad un aspettarsi che... a un credere che... (to believe) non a un freddo occhio della ragione. Anzi, senza queste spinte la ragione (o quella che chiamiamo tale), questa facoltà organizzatrice, non funzionerebbe neppure, le mancherebbe l’input.

Ciò posto, allora la ragione è solo una macchina elaboratrice messa in moto da un impulso desiderante, passionale, e che organizza la realizzazione di un progetto del desiderio o della passione.

E’ insomma una macchinetta calcolatrice, che è uno strumento inerte finché non viene attivata e non viene digitata un’operazione. E questa operazione è fatta da un soggetto che ha un’interesse a farla (calcolare le sue spese mensili, calcolare quanto gli è rimasto dopo aver fatto delle spese e aver avuto degli incassi), insomma, e ancora, occorre che ci sia qualcosa che appartiene a ciò che il soggetto desidera fare perché si attivi la macchina.

Ugualmente accade dunque alla ragione, quindi, che può attivarsi solo a seguito dell’input di una passione, questa passione dando quell’input e il senso “verso cui”, cosicché la ragione è al suo servizio, cosicché alla ragione non resta che di esserle schiava, chiamata in causa dalla passione e diretta come e dove vuole la passione, come un cavallo guidato dal cavaliere, o anche, più modestamente, se vogliamo, da un fiaccheraio.


"La ragione è schiava delle passioni e non può rivendicare una funzione diversa da quella di obbedire e di servire ad esse"



Consigli di lettura: David Hume, “Trattato sulla natura umana”, Laterza.