CARTOLINE FILOSOFICHE

KOSTAS AXELOS

una rubrica di Roberto Sieni


Nel lontano 1958 la rivista “Arguments”, edita a Parigi dalle Éditions de Minuit, chiese a vari intellettuali di fare una loro previsione per i tempi futuri, quelli che sono, oggi, i nostri.

Axelos, greco di nascita che, insieme a Cornelius Castoriadis, si è rifugiato in Francia nel 1945 per sfuggire al governo di estrema destra (che arriverà a emettere su di lui perfino una condanna a morte in contumacia), pone a premessa del suo racconto di quel che sarà il futuro, la domanda qui in cartolina.

Per la precisione, in originale, si legge: «Car puisque tout progresse comment se pourrait-il que la platitude ne progresse pas aussi?».

Giusto farlo notare, giusto far notare che Axelos usa la parola “platitude” che, vocabolario alla mano, in italiano vuol dire (anche) banalità, piattezza, oltre che stupidità. E lo stesso Axelos poco sopra aveva messo a sinonimi della platitude «la superficialité, l’insignifiance et l’imbécillité», che si può capire cosa siano senza, ora, stare a tradurre.

Prendiamo perciò la nostra traduzione come “stupidità” e, prima di affrontare il quesito di Axelos, giova spendere due parole sulla stupidità per una curiosa affermazione a questo proposito fatta da Deleuze.

Deleuze (che fu molto amico di Axelos, amicizia poi brutalmente troncata a seguito delle critiche di quest’ultimo all’uscita dell’“Anti-Edipo” di Deleuze e Guattari) ha indicato la stupidità (“bêtise” nella terminologia deleuziana) come l’altro, l’opposto, dal pensiero, il suo nemico. La filosofia ha, contro di sé, non il falso, come è nelle scienze positive, per cui il nemico di queste è l’affermazione (anche involontaria) di un falso e quindi è da scartare se io scrivo 1+1=3, in quanto, appunto, falso, ma nello stupido. E lo stupido può anche essere vero. Se io scrivo 1+1=2 (vero) posso nondimeno scrivere una cosa stupida. Ad esempio, se scrivendo o dicendo 1+1=2 rispondo alla domanda “Bologna è a nord di Firenze?”, avrei risposto con un’affermazione, in sé, vera, ma priva di senso, stupida, dunque, rispetto alla domanda. Rispetto al problema posto. La filosofia è “gestire” i problemi e, forse e soprattutto, saper porre il problema o, potremmo dire, saper porre la questione in una maniera sensata, la stupidità è non padroneggiare il problema.

Potremmo citare molti casi, ci limitiamo a uno: Vilfredo Pareto si domandava (e la domanda è chiaramente retorica) se per assicurarsi che una nave facesse buona navigazione fosse necessario che si pregassero gli dei del mare o che si avesse buona conoscenza ingegneristica quando si andava a realizzare la nave stessa.

E la questione non è da poco, come invece potrebbe apparire, anzi, se guardiamo bene, è una questione importante, perché se c’è l’errore, risultato negativo di un nostro operare, come conseguenza a valle, c’è anche e forse in maniera maggiore il non fondare correttamente, a monte, il nostro operare, come causa degli insuccessi delle nostre azioni o delle nostre riflessioni.

Proprio in questo senso Bergson sosteneva, infatti, che il problema fosse porre il problema giusto che, se posto questo, allora il problema sarebbe già risolto. Spinoza amava parlare dell’“adeguato”, non del vero, perché l’adeguato sta all’interno di un senso, il vero, abbiamo visto sopra, può non stare all’interno di un senso.

Ma, a parte questa questione, ovvero cos’è o cosa possa essere la stupidità, torniamo al quesito circa cosa avverrà nel futuro, e dunque a quanto dice Axelos che, con la sua “boutade”, getta, né più né meno, una bomba sulle convinzioni radicate di cosa sia il progresso.

Perché il progresso è inteso, tanto nel senso comune che in molti momenti della filosofia, nell’ampia scuola positivista in primo luogo, come la crescita di una parte “buona” che fa diminuire, erode, “mangia” la parte “cattiva” e la ridimensiona se non, augurabilmente, e certo col tempo, l’annulla a favore del trionfo del buono, del Bene. In quest’ottimismo si arriva perfino a corrompere o stravolgere pure la genuinità di certi pensieri. E’ il caso di Darwin e della sua teoria evoluzionistica dove non si dice affatto che la selezione porta al prodursi del miglior genere, questa essendo solo la lettura dei suoi continuatori che furono, come sovente accade, più realisti del re nei confronti della teoria del proprio maestro. Darwin sosteneva solo che sopravvivessero e si raffinassero generi che avevano maggior capacità di adattamento. Il senso è ben differente, dunque, a quanto generalmente inteso: non i più forti sopravvivono, ma i più adattabili, non per questo “migliori”. E dato che il modello darwiniano è stato spesso riprodotto in sede sociologica e non solo naturalistica, allora potremmo dire, qui seguendo la deduzione che fece Nietzsche, che può essere letto addirittura in senso opposto: in parole povere, non le migliori menti sopravvivono alle contingenze della storia, ma i leccapiedi, gli yes-man, i ruffiani. A contraddire l’ottimismo dei fidenti nel progresso a una direzione.

Non solo, l’ottimismo nei confronti del progresso è contraddetto anche da molti altri fatti.

Facciamo alcuni esempi. Nel corso della storia l’umanità è sicuramente evoluta a livelli di civiltà sempre più crescenti, distinguendosi sempre più dall’animalesco, e ha raggiunto perfino livelli di pacificazione superiore se si pensa che, in quella che oggi è una nazione, unita o perlomeno unitaria, una volta c’erano regni locali in guerra fra loro, per non dire dell’Europa, oggi unione di una serie di stati che appena nel secolo scorso di sono dati guerra e hanno raggiunto livelli sanguinari di distruzione mai visti prima.

Ciò nonostante non possiamo non notare che, mentre questi processi di unificazione e pacificazione sono cresciuti, parallelamente è cresciuta una capacità di concepire armi di offesa di sempre maggiore potenza tanto che oggi abbiamo, da una parte, trattati di collaborazione e di buon vicinato ma anche, dall’altra parte, arsenali di armi di potenza sempre maggiore. A dimostrazione che la parte buona non non ha eroso la cattiva, ma la cattiva è cresciuta di pari passo con la buona. La civiltà giuridica è cresciuta insieme a quanto è cresciuta l’inciviltà della potenza di uccidere, della violenza mortale. Ugualmente, se superassimo certi cliché della storiografia, troveremmo casi analoghi. Il ’700 è il secolo dei lumi e della ragione, e della conoscenza scientifica, dicono appunto questi cliché dimenticando che in quello stesso tempo un ciarlatano come Cagliostro seduceva mezza Europa, tutta di alto bordo, mica il popolino ignorante, con le sue panzane fra il mistico e il magico.

Recentemente Mauro Ceruti ha notato come, col crescere della conoscenza, cresce l’ignoranza. Qui siamo veramente al paradosso, si direbbe, e chi mai, questa ipotesi, potrebbe crederla vera? Passi per le armi, costruite accanto ai trattati di unificazione, ma la conoscenza, venerata da Platone in poi come la virtù che ci purifica perché non solo ci porta alla verità, ma ci cancella di quell’ignoranza che è la ragione del nostro far male, che non faremmo, se avessimo conoscenza, com’è possibile, insomma, che la conoscenza possa addirittura creare ignoranza?

Ma anche qui l’esempio è facile.

Negli ultimi tempi molti strumenti hanno cambiato di fisionomia, trasformandosi in formato elettronico. Non solo la conoscenza intesa come padroneggiamento della tecnica di produzione di questi strumenti, ma anche la conoscenza nel senso di padroneggiare l’utilizzo di questi strumenti ha fatto delle differenze: da una parte chi ha immagazzinato questo nuovo linguaggio e dall’altra chi non ha potuto farlo (spesso per ragioni d’età, è difficile rinnovarsi all’infinito), ragion per cui è retrocesso ad un grado simile all’analfabeta classico, ovvero è cresciuta una nuova conoscenza, di quel nuovo alfabeto, e una nuova ignoranza, ancora, rispetto a quel nuovo alfabeto. D’altronde c’è stato un tempo in cui la buona calligrafia era una capacità e un requisito importante per certi lavori, poi la macchina da scrivere ha surclassato i buoni calligrafi imponendo nuove figure, capaci di saper utilizzare (conoscere, ancora, che saper utilizzare è mettere in pratica una conoscenza) il nuovo strumento. I calligrafi diventarono analfabeti, rispetto ai dattilografi, si potrebbe dire.

Dunque, cosa succede? Che la parte buona cresce e si innalza ma non erode la parte cattiva che, allora, persiste? E, nel persistere, si allinea alla stessa altezza, ovvero, la parte cattiva sale altrettanto quanto la parte buona? Con il progresso cresce anche un anti-progresso, come abbiamo visto, per cui forse non è più palude in basso, platitude, ma diventa altipiano, che è più alto, quindi è cresciuto, pur restando sempre piatto, senza spunti, senza strappi, senza vertici, però rimanendo ancora, nella sua essenza, platitude, stupidità?

Detto dunque che le due parti, quantomeno, coabitano, ognuno dica poi se la parte cattiva, la stupidità, si limita solo a permanere, come residuo, o cresce. Se i nostri tempi mantengono la stupidità così come hanno trovato che ci fosse o se non si abbia a dover vedere, oggi, una assai più grande, elevata, stupidità.


"Poichè tutto progredisce come potrà che anche la stupidità umana non progredisca?"

Consigli di lettura: Kostas Axelos, “Orizzonti del mondo”, La Salamandra.