CARTOLINE FILOSOFICHE

ROBERTO SIENI


una rubrica di Roberto Sieni


E’ uno scherzo, naturalmente, che mi sia messo insieme a questi grandi pensatori, dopo di loro, a chiudere queste cartoline, che questa è l’ultima puntata della rubrica (un grande grazie a chi ha avuto la cortesia di seguirla).

E potrà apparire uno scherzo anche la frase che ho messo a mio corredo, che mi “attribuisco”. E’ un’ovvietà. A me, però, piace l’ovvio, che spesso ha la stessa forza del paradosso e del vero, nonché combinati insieme, come, se posso fare immodestamente un esempio, quando Tacito dice «la pace si fa coi nemici», che “suona” come un paradosso ma, a ben guardare, non è forse una verità? Con gli amici non c’è da fare pace. Oppure, altro esempio, altrettanto immodesto, mi viene da citare Oscar Wilde quando dice «so resistere a tutto, tranne che alle tentazioni», dove paradossale e vero, ancora si intrecciano: verso ciò che non ci tenta non abbiamo a dover mettere in atto alcuna resistenza.

Per cui, tornando al rinunciare a ciò che non (mi o ci) piace (o rovescio di quello che dice Wilde, anche), a cos’altro se non a quello che non ci piace dovremmo dire di no, dovremmo rinunciare? Su questo si può essere tutti d’accordo, nondimeno non mi pare che poi avvenga molto spesso, come dovrebbe perfino sembrare ovvio, ecco sì, ovvio, che avvenga.

Naturalmente volando basso per parte mia, non essendo né KantDeleuze, né SpinozaSartre, per dire di alcuni degli altri compagni di cartolina per quanto, per darmi altrimenti un po’ di tono, potrei dire che seguo l’“approccio autobiografico”, metodo della fenomenologia, che si basa sul partire dal personale quotidiano, provo a riflettere su quanto, nella mia vita, sia stato invece difficoltoso e non privo di conseguenze il rinunciare a ciò che non mi piace.

Volando basso, avendo io una vita comune, media, di persona che ha la fortuna di vivere in una società “normale”, che ha il godimento del benessere medio di una società, ancora la nostra, “normale”, insomma una vita che non ha le grandi avventure delle vite degli eroi, bene, entro quest’orizzonte, che cosa non mi piace? Non mi piacciono le cene in cui siamo in un certo numero, anche limitato pure fosse e non fosse proprio una tavolata, perché non ci si dice nulla, si deve generalizzare su un generico medio che possa essere condiviso da tutti ma, nel profondo, che comunque non si viene a toccare, da nessuno. O, quantomeno, mi andrebbero anche bene se fossero parte di un’offerta più ricca, dove i rapporti avessero anche altri momenti, più personali, ristretti, sì da dirci, almeno in quelle occasioni, qualcosa. Opterei, insomma, anche per questo e quello, ma solo questo, solo questo caso, ormai regola generale del nostro convivere, o il nostro vivere secondo un rituale, no. Non mi piace.

Che è il caso in cui va in scena quella che Heidegger chiamò la “chiacchiera”, ovvero un dirsi e un parlarsi di niente che sia “intendere dire” come dovrebbe essere, e sempre per usare delle definizioni heideggeriane. Un brusio dove ci si perde e non si è.

Ho sempre odiato, fin dalla tenera età, le feste comandate, i pranzi di Natale in primo luogo, ben vedendo come i partecipanti ci fossero perché ci dovevano essere, non certo perché ci tenevano ad essere lì, e fra di loro, come infatti il resto dell’anno testimoniava bene, che nessuno si interessava di nessuno.

E le feste di compleanno, altrettanto forzose e obbligatorie onde non fare offesa al festeggiato, permanendo poi che, per il resto dell’anno, altrettanto le cose vanno come sopra.

Insomma, una liturgia, o un’agenda che una volta evasa degli impegni lì sopra appuntati, dà a chi la gestisce l’idea che ha una vita, ha degli amici, perché vengono a cena, perché vengono al compleanno, a Natale, e lui altrettanto, ci va, dunque fa, dunque c’è, cosicché passa la sua, la nostra, esistenza, noiosamente, come nella canzone di Gaber in cui, altrettanto, «si passa la sera scolando Barbera» e che, invece, è affermata generalmente come la “vera” vita. La vita infatti che generalmente facciamo.

Perciò mi sento spesso solo, sia nel pensare che nell’attuare il rifiuto a ciò che non mi piace, e mi sento meno solo se leggo quello che scrive Kavafis:

«E se non puoi la vita che desideri

cerca almeno questo

per quanto sta in te: non sciuparla nel troppo commercio con la gente

con troppe parole e in viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro

in balìa del quotidiano

gioco degli incontri

e degli inviti,

fino a farne una stucchevole estranea».

Che, anch’egli vola basso, di cose basse parlando, perché dire no a grandi cose è altra materia e lì si potrebbe avere anche plauso e condivisione, dire no a farsi corrompere, ad esempio, questo sarebbe un no accettato da chi ti è accanto (anche se non è da escludere che qualcuno ti possa dare di idealista e, magari, anche di fesso).

Come, in reciproco, dire sì a qualcosa che, pur essendo sgradevole, fosse purtroppo grave pericolo rifiutare, un compromesso per poter lavorare, ad esempio, che anche questo sarebbe plausibile, o sarebbe altra cosa, sarebbe un qualcosa che assomiglierebbe a un “sacrificio”, qualcosa, insomma, che avrebbe in sé un po’ di serio, se non, in certi casi, di tragico, qualcosa di più dello sciatto accettare, dello sciatto accodarsi.

E’ invece sul piccolo che dire no è più difficile e più inaccettato. Difficile, perché già da solo ti dici, che, vabbè, non è la fine del mondo, consentiamo.

Difficile perché dire no ti fa essere persona “negativa”. Il sì è positivo, il no è negativo.

Anche se sarebbe il caso di vedere all’inverso, perché dire sì vuol dire mica sempre affermare, tante volte è accettare e dire no vuol dire mica sempre negare, certe volte può essere affermare, affermare di non accettare.

Dire sì può essere comportarsi come l’asino di Zarathustra che, nel gioco di parole in tedesco che fa Nietzsche, dice sempre, com’è appunto il raglio dell’asino, J-A (Sì) qualunque peso gli venga caricato addosso.

Eppure, in gran parte la nostra vita ce la avveleniamo con questi sì, con queste piccole cose che ci intossicano, che ci portano dove non vorremmo, che ci immobilizzano rispetto ai movimenti che vorremmo fare, un po’ come il Gulliver intrappolato da tanti, seppure piccoli, lillipuziani.

Sì, dire no, a ciò che non ci piace, non è poi così scontato.

E non è poi così costume corrente.


"La rinuncia una grande virtù. Io so rinunciare a tutto ciò che non mi piace"


Consigli di lettura: Roberto Sieni, “ Deleuze secondo Deleuze”, Youcanprint.