CARTOLINE FILOSOFICHE

WILLIAM JAMES


una rubrica di Roberto Sieni


Si è detto nella cartolina precedente, dedicata a Hume, che l’empirismo è la teoria dell’organizzazione dell’esperienza a partire da concetti forniti anch’essi dall’esperienza e che poi saranno, questi concetti (causa-effetto, identità o contraddizione e altri), una volta realizzati, gli arnesi per gestire, allora, l’esperienza nel tempo a seguire. E soprattutto si è detto del movente di questa operazione, il conoscere, quando si è detto che essa è spinta da una sensibilità della natura umana, un attendersi che..., un credere che..., insomma, desiderare che le cose siano come attendiamo, crediamo, desideriamo, noi, che effettivamente lo siano, così da collegare i dati entro un senso che ci porti a quell’esito. L’esito da noi desiderato.

William James, porta al punto conclusivo quest’opzione. Medico di formazione e successivamente psicologo, fratello dell’altrettanto famoso Henry, grande scrittore, ha ugualmente osservato il comportamento della natura umana col disincanto di Hume giungendo a conclusioni simili, pressoché alle stesse, ma radicalizzandole, possiamo dire. Se con Hume si è parlato di empirismo, James parlerà infatti di empirismo radicale, che passerà alla storia come pragmatismo, il maggior frutto filosofico del pensiero americano, e se con Hume si è parlato di credere (to believe) con James si parlerà di volontà di credere (will to believe).

Hume, in altri termini, accetta che la natura umana abbia queste tendenze, che non giudica, né nel bene né nel male, semplicemente constata che fanno parte della natura umana, niente di più. James propende per una minore “innocenza” del comportamento umano, o della natura umana.

Secondo James l’uomo non crede o, per meglio dire, non si può dire “soltanto” che crede, che gli accade di credere. L’uomo vuole credere.

Questa sottolineatura sposta assai la questione perché, anche se nell’impalcatura teorica poco cambia e poco questa sottolineatura modifica il meccanismo quale pensato da Hume (ugualmente il credere precede il conoscere), nelle conseguenze il risultato è assai diverso, si tinge di aspetti che investono la morale, perché viene ad essere chiamata in causa un’azione volontaria del soggetto, e si tocca, possiamo dire, la responsabilità e l’onestà del soggetto.

Se con Hume ci limitiamo a vedere un soggetto che elabora l’esperienza a partire dai suoi fini, visti come assolutamente naturali e spontanei, il desiderio di regolarità come antidoto all’ansia del caos, abbiamo detto, come nel caso del costruire la regolarità del movimento solare, o da tendenze altrettanto naturali e spontanee della sua natura, quali l’abitudine, cosa possiamo dire se questi desideri o queste tendenze sono di altro tipo? Se esprimono una precisa volontà?

Facciamo un esempio brutale: se il soggetto desidera affermare non che il sole sorgerà anche domani, ma che i neri sono una razza inferiore, cosa cambia adesso?

Che il soggetto, si dirà, questa volta non pensa, ma organizza un suo pregiudizio.

In realtà, parrebbe sbagliato dire che in questo caso, e solo in questo e non nell’altro, ci si trovi di fronte a un pregiudizio perché tutti i principi ordinatori, in fondo, sono pre-giudizi. Da un punto di vista logico è un pregiudizio anche (pre)vedere una regolarità dell’universo se questa la poniamo prima dell’analisi e non al suo compimento. E’ un pregiudizio qualsiasi ipotesi, che poi guida l’analisi, se anch’essa è stata effettuata prima dell’analisi, o prima dei risultati. Eppure, nell’epoca moderna, è questo il metodo, come abbiamo detto e nella precedente cartolina, e qui, all’inizio, a proposito del soggettivismo di Hume e, ancor più, su quanto costruì Kant a partire dal pensiero di Hume. Giova evidenziarlo, anche se in inciso. Kant sposò in pieno il pensiero humeano che salutò addirittura come come ciò che lo aveva «risvegliato dal sonno dogmatico», ma ebbe una preoccupazione: che il pensiero di Hume fosse psicologia e non filosofia, per dirla con parole semplici o, per farla appena un po’ più complicata, che si scivolasse in uno psichismo che non aveva dignità filosofica. Per cui, mantenendo il principio del soggetto come protagonista del processo di formazione di una conoscenza, negò il formarsi dei concetti regolatori per effetto dell’esperienza e li volle considerare come innati. Questi concetti li chiamò categorie. Fra queste, ancora, causa-effetto, identità o contraddizione e altre.

Nondimeno, e ritorniamo al punto, queste categorie, anche per Kant, intervengono sull’esperienza e la modulano a loro piacimento, o a piacimento del soggetto attrezzato con simili strumenti.

Insomma, ancora di pregiudizio si tratta entro questa metodologia o, come la chiamò Kant, questa “rivoluzione copernicana” poiché, al pari della rivoluzione di Copernico dove, ribaltando il rapporto per come era dato dalla tradizione, ed era la terra a orbitare attorno al sole e non viceversa, adesso, altrettanto, si ribaltava il rapporto, ed era il soggetto a gestire l’esperienza e non l’esperienza a formarlo, contrariamente a quanto fino a Hume.

Con Hume o, per chi voglia, con Kant (o con entrambi), si afferma allora che c’è un pregiudizio, che questo strumento, prendiamo ad esempio la causa-effetto, come abbiamo detto, è pregiudizio se, anche da un punto di vista cronologico, interviene, e appare, prima.

Per cui James dice una cosa che si potrebbe estendere a tutti e non a qualcuno soltanto (quelle “molte persone” cui si riferisce). Tutti noi, da Hume e Kant in poi, sappiamo che, nel pensare, nel conoscere, organizziamo i nostri pregiudizi.

Qui, allora, il motto di James perde il suo significato, non dicendoci altro che “così fan tutti” come qui diciamo? E non è appannaggio di una parte soltanto?

Al contrario, nel parlare di molti, e non di tutti, James indica una questione precisa, certo da leggere fra le righe, o nell’humour del suo dire.

Evidentemente, c’è una differenza nel processo pure comune, come abbiamo detto, dell’organizzare i pregiudizi.

E qual è?

E’ l’onestà, dicevamo prima. L’onestà del pensare, la bontà o meno del fine che quel pensiero si prefigge di giustificare se non addirittura di creare, come assunto o, spesso, come legge.

Sostenere che domani sorgerà il sole, o sostenere che alcuni uomini sono inferiori ad altri non è la stessa cosa, anche se il procedimento discorsivo è lo stesso, la “tecnica” della formulazione è la stessa.

Ovvero, anche ammesso che ogni discorso ha la sua base nei pregiudizi, nondimeno va distinto fra pregiudizi buoni e pregiudizi cattivi (per stare alla dicotomia del buono e del cattivo dello Stesso posta da Spinoza).

Questi ultimi, quelli a cui si riferisce James, sono espressioni di volontà e, come tali, non sono necessariamente “innocenti”, ma rimandano a quale morale, a quale etica, li ha concepiti.

Rimandano a quale modo del pensare li utilizza. Pensare è andare oltre, è andare avanti, per cui usare delle basi, dei pregiudizi, allora, è utilizzarli in quanto arnesi per creare, il contrario è invece pensare per rinserrarsi nel pregiudizio stesso, non andar avanti, ma tornare alla partenza, fare del pregiudizio l’arrivo e non la partenza, non il mezzo ma il fine.

Rimandano a quale scopo servono. E questo scopo è commendevole o no?

Se rispondiamo di no, allora comprendiamo chi siano quelle “molte persone” a cui si riferisce James. E quale sia il loro (modo di) pensare.


"Molte persone credono di pensare ma in realtà stanno solo riorganizzando i loro pregiudizi."


Consigli di lettura: William James, “La volontà di credere”, Rizzoli.