CARTOLINE FILOSOFICHE

IMMANUEL KANT


una rubrica di Roberto Sieni


Nelle precedenti cartoline, dedicate a Hume e a James, si è visto come si formi l’idea di un pensiero che pensa sulla base di una sensibilità particolare, la “natura umana”, come dice il primo, la quale crede che.., desidera che.., o su una “volontà di credere”, come dice il secondo.

E si è già detto, nella cartolina precedente, come la svolta soggettivistica di Hume è temuta da Kant che vede in essa una teoria mancante di un vero spessore filosofico, o una teoria di valore solo psicologico, per cui Kant opererà a porre in essere non una “natura”, ma una Ragione (la maiuscola è qui doverosa), quale protagonista del processo del conoscere e del pensare, e porrà che questa Ragione non è fornita di strumenti dati dall’esperienza e dalla sensibilità, ma da qualcosa di innato, trascendente e universale dell’essere umano, ovvero le categorie, gli assiomi logici con i quali assembliamo un discorso, ovvero realizziamo una conoscenza o formuliamo una teoria. Ed è una guida “fredda”, questa Ragione, per Kant, che sottolinea quanto deve guardarsi dalle passioni, come a non fasi contagiare, e indebolire.

Di fatto, il racconto humeano perde, nella riscrittura di Kant, il suo fine intuito psicologico, il disincanto con cui si guarda l’uomo, e l’uomo stesso, verrebbe da dire, che ora si irrigidisce in una “macchina” dura, con un funzionamento complesso e meccanico, pesante quanto una burocrazia o, come dice Deleuze: «C’è tutto nella “Critica” [della ragion pura, nda], un tribunale civile, un ufficio del registro, un catasto».

E’ la distanza fra il pensiero “british”, empirista, scettico, dotato di humour, senza pretese di assoluto e il pensiero “tedesco”, anzi prussiano (che al momento la patria di Kant è ancora la Prussia e Königsberg è la sua città, dove anche il grande matematico e logico David Hilbert ebbe lì i suoi natali, città che oggi è Kaliningrad, in territorio russo), pensiero tedesco, dicevamo, sulla cui pesantezza ebbero a dire acute parole sia Marx che Nietzsche.

Ma non proseguiremo su questa tematica specifica, ovvero lasceremo le tre “Critiche” (della ragion pura, della ragion pratica, del giudizio) che sono le colonne portanti del pensiero di Kant, per vedere in altri scritti l’esempio di questo irrigidimento, di questa irreggimentazione. E nell’opera “La metafisica dei costumi” troviamo questo pensiero di Kant riguardo al matrimonio o all’istituzione matrimoniale, sarebbe il caso di dire per stare più vicino a uno stile burocratico che si adatta meglio.

Qui Kant osserva, deduce e legge come si formano i costumi e quali siano i costumi che appaiono in essere. Li legge ancora niente concedendo allo psicologico, osservando come un entomologo e decodificando, come in questo caso, il rapporto di contratto, qui il contratto matrimoniale, e ben vedendo come in esso vi siano regole di scambio e di proprietà.

Ci sarebbe da notare, peraltro, che si tratta, in senso più ampio, di una regolamentazione degli istinti, nel caso, dell’istinto sessuale. Regolamentazione che non è repressiva, non mette un divieto o un freno al sesso, come nelle morali religiose, ma lo regolamenta e, si potrebbe dire, lo rende possibile.

La regolamentazione dell’attività sessuale è fra i fondamenti delle società, a cominciare dal divieto dell’incesto che regola la famiglia come espansiva, il partner dovendo essere persona oltre e fuori dalla propria famiglia.

E la regolamentazione, non la repressione, sarà poi ben analizzata da Foucault nella sua “Storia della sessualità”, in tre volumi dove, nel primo, “La volontà di sapere”, si mostra che l’“anormale”, il “perverso”, il “censurabile” della condotta sessuale è nato come per caso, ospite indesiderato e non convocato al tavolo di una “conversazione” che mirava ad altro scopo ed ha preso corpo come tale solo per “minoranza”. Ovvero, è come se alcune persone (per fare un esempio semplice) si fossero messe a conversare sul sesso con lo scopo, però, di renderlo più attivo e vitale, questo dice Foucault, e non con l’ordine del giorno di cercare il censurabile ma, nelle testimonianze che ognuno dei convitati offre, viene a verificarsi una maggioranza ricorrente di certe pratiche e una minoranza, invece, di altre pratiche. Che, in quanto minoritarie, sarebbero apparse allora non accettabili, e quindi classificate come illecito. Una mera quantità avrebbe prodotto, come un frutto avvelenato, una qualità, un valore. E un divieto.

Non un divieto, ma un limite, è un altro intervento legislativo sull’attività sessuale che Foucault analizza nel secondo volume, “L’uso dei piaceri”, dove ci descrive che, nell’antica Grecia, la limitazione, una certa astensione dell’atto, non era intesa come poi verrà invece ad essere intesa, ovvero gesto virtuoso contro una deriva altrimenti peccaminosa, ma al contrario era la tecnica (Foucault la chiama proprio “tecnica”) per un maggior piacere. In parole povere: limitare l’attività voleva dire aumentare il desiderio e quindi vivere l’atto più intensamente, limitare l’attività voleva dire non inflazionare la sessualità o farla diventare cosa comune e banale. Sarà successivamente, con l’avvento del cristianesimo, che il limite prende un valore morale di giudizio su e contro l’attività sessuale. Foucault si premura di avvertire che questo non avviene con Cristo, peraltro, ma con Paolo di Tarso (San Paolo per la Chiesa) e, più in generale, con il cristianesimo che si struttura (e tradisce Cristo, non solo su questo tema, ma in assoluto). Un caso per tutti dove la sessualità come “negativo” raggiunge i livelli della paranoia è in Agostino d’Ippona (Sant’Agostino per la Chiesa) secondo cui noi siamo nati nel peccato, anzi in quello che Agostino definisce come il “peccato originale”, poiché l’atto di concepimento è un atto lussurioso e di piacere, perfino se compiuto a scopo procreativo, come peraltro è concesso, e solo in quel caso(!) dalla fede cattolica, per cui noi siamo tutti marchiati dal peccato originale e tutti noi dobbiamo avere vergogna di noi e senso di colpa.

Perché, va detto, per quanto permesso solo nel matrimonio e, comunque, solo a scopo procreativo, il cattolicesimo neppure in questo caso accetta del tutto l’atto ovvero mantiene che, anche in questo caso, l’atto è comunque peccaminoso.

C’era infatti un tempo, e sono passati cinquanta, sessanta anni, d’accordo, non pochi, ma non un’era geologica, che alle donne che avevano partorito si diceva di andare alla messa per “rimettersi a Santo”, per rientrare nelle grazie di Dio perché avevano compiuto, comunque fosse, un atto sessuale. Una conduttrice televisiva ricordò poco tempo fa che nella sua gioventù venne temporaneamente sospesa dalla sua trasmissione in Rai perché incinta. Per quanto sposata regolarmente e cattolicamente, per quanto prossima a dare un regalare un figlio a Dio (e all’umanità che altrimenti si estinguerebbe), i dirigenti dell’azienda avevano pudore a far apparire una donna che, chiaramente, per la forma della sua “pancia”, mostrava di aver avuto un rapporto sessuale con un uomo.

Per cui, a fronte di non poche mostruosità apparse nella storia del controllo della sessualità, storia tutt’altro che conclusa, che i guasti odierni sono evidenti e palpabili, femminicidi in primo luogo, recuperiamo pure il freddo razionalismo di Kant, o torniamo a visioni più miti della sessualità, come abbiamo detto in Foucault, o come possiamo leggere in Deleuze.

Il quale, in uno dei suoi primi libri, “Istinti e istituzioni”, fa notare come sia errato pensare che fra gli istinti e istituzioni ci si trovi in un antagonismo. Il matrimonio, dice Deleuze, permette il sesso, anzi, il sesso (istinto) si compie grazie al matrimonio (istituzione), ovviamente intendendo, come nella tradizione, che si può consumare l’atto sessuale solo entro il matrimonio, dove comunque diventa, il matrimonio, fautore del sesso. Con un problema, ovvero proprio quello che ha detto qui Kant, l’esclusività del partner, la riduzione quindi della potenza della sessualità che viene circoscritta a un solo partner e proibisce che altri ve ne siano, per cui l’uomo è possessore dell’organo sessuale della donna, e viceversa. Come in ogni contratto, dove ci sono condizioni “perché sia”. Contratto e possibilità, dunque, non avversione o contrarietà, ma possibilità “a condizione di”. O possibilità, dunque, vincolata. Come se ci fosse sempre un prezzo da pagare, come se ogni invenzione di libertà non provocasse ugualmente illibertà, divieti, gabbie, come sopra abbiamo detto ha mostrato Foucault.

Come nelle parole di Kant, le parole di un’etica molto umana, realizzata infatti dagli esseri umani, per contratto fra loro.

Etica razionale, fredda, certo, com’è fredda la visione kantiana della morale, da cui la famosa domanda agli esami, “Se Kant vede annegare suo fratello si getta a salvarlo?”, a cui lo studente doveva rispondere di no. Kant aveva sostenuto infatti che un gesto di valore morale è quando fatto senza partecipazione di affetti personali, altrimenti appartiene alla sfera dei sentimenti ma non della morale, ovvero si potrebbe salvare il fratello ma solo se siamo disposti a salvare chiunque nelle stesse situazioni, obbedendo allora a un imperativo morale, questo sì veramente morale, solo se in questi termini, o come nella definizione di Kant: «Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di legislazione universale».

Che è peraltro un buon metodo, a livello pratico: senza stare a incomodare che l’ha detto Dio, o che questo è giusto perché è Giusto, come un ogni pensiero trascendente, ecco un metro che misura immediatamente se l’atto è morale (o se l’atto è anche solo plausibile): lo è se non sono solo io a permettermelo, che allora sarebbe un abuso.

Liberté, egalité, fraternité era la triade dei principi della rivoluzione francese (tutt’ora scolpiti nel marmo della Repubblica Francese), o la giustezza della legge se legge universale, della libertà se libertà universale, se vale per tutti, tutti essendo uguali e fratelli.

La rivoluzione francese, non a caso. Vale la pena ricordare, in questa sede è stato già detto in un’altra occasione, che Kant aveva l’abitudine maniacale di fare una passeggiata ogni giorno alla stessa ora (chi dice le 5, chi dice le 7 del pomeriggio), fra le sue altre non poche fissazioni. Derogò una sola volta, per andare incontro al corriere che portava i giornali. Era impaziente di sapere dell’esito della rivoluzione francese.

Per una volta la passione ebbe il sopravvento sulla ragione. O sulla Ragione.


"Il matrimonio è il contratto che regola l'uso esclusivo dei genitali di un'altra persona"


Consigli di lettura: Immanuel Kant, “La metafisica dei costumi”, Laterza.