CARTOLINE FILOSOFICHE

BARUCH SPINOZA


una rubrica di Roberto Sieni


Ipocriti di tutto il mondo, Spinoza vi ha smascherato. Si potrebbe dire così, come si potrebbe dire che Spinoza scopre il trucco, l’inganno su cui si fondano le nostre pretese. Che altro non sono. Pretese, che poi verranno “legalizzate” e diventeranno, appunto, leggi. Questo è ciò che dice il “principe della filosofia”, figlio di ebrei portoghesi (d’Espinoza il vero cognome) rifugiatisi in Olanda per sfuggire alle persecuzioni in atto nel cattolicissimo regno del Portogallo, nato in Amsterdam, cacciato dalla sinagoga della città per le sue idee non ortodosse e, per effetto dalla scomunica dei rabbini, il “cherem”, costretto a una vita da escluso. Si guadagnerà il pane lavorando come ottico, realizzando lenti, e morirà di tisi a L’Aja a trentasette anni d’età.

Ma torniamo al punto: qual è il trucco, l’inganno?

Semplice. Affinché io possa ottenere ciò che voglio, e già il fatto stesso che possa volerlo, che possa, come dire, avanzare la richiesta, occorre che ciò che voglio sia lecito, sia giusto. Sia “cosa buona”.

Nessuno obietterà se la mia richiesta è così formulata e nessuno obietterà che, in effetti, è lecito desiderare, volere o, come in Spinoza si dice, tendere, a cosa lecita, giusta. Buona.

E cos’è che è cosa lecita, giusta, buona?

Ci sono due criteri o, se vogliamo, due orientamenti, due diverse visioni del pensiero per stabilire questa “bontà”.

Anche, due modalità, possiamo dire.

La prima è una modalità per argomentazione trascendente che formula cosa sia il buono grazie a una definizione e una dimostrazione del tutto intellettuale, spesso basandosi su argomenti metafisici, e spesso ricorrendo anche a elementi spirituali e, nel suo massimo limite, religiosi. Di questo tipo di argomentare abbiamo, fra i molti esempi che potremmo fare, le idee del modo delle idee di Platone, buone perché forme di tutta purezza, non corrotte dalla materialità, oppure le tavole della legge di Mosè che formulano ciò che è buono perché dettato direttamente da Dio.

Da cui, se la “cosa” rientra in quest’ambito, è buona.

La seconda è una modalità immanente, ed ha molto spazio nel pensiero moderno che tende a mettere fra parentesi il trascendente, e anche Dio, per cercare altre soluzioni. In particolare sarà buono ciò che è, e solo se è, universalmente riconosciuto come tale, se sarà accolto come tale dalla comunità o se la mia azione è possibile anche agli altri, a tutti, come in Kant, al quale dobbiamo, nella storia del pensiero, la formulazione più corretta di questo principio quando dice: «Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di legislazione universale», come abbiamo visto nella cartolina precedente. Formulazione, abbiamo appena detto, che prende ampio sopravvento nel pensiero moderno, ma risale ad un’antica tradizione e passa attraverso ogni epoca e cultura: è la cosiddetta “etica della reciprocità” o “regola d’oro”, presente nella filosofia greca, nel buddhismo, nell’ebraismo, nell’islamismo e nel confucianesimo, che si ritrova anche in Cristo quando dice: «Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (nella vulgata: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”) e che sopravvive nel diritto moderno.

Altrettanto, se la “cosa” rientra in quest’ambito, è buona.

E fin qui nessun problema. Il problema si pone in un altro momento.

Che succede infatti per chi vuole una “cosa” che non può superare la prova del buono che la designerebbe come cosa buona?

Ben avvertito, dalla regola del gioco, che non può richiederla, il nostro soggetto, allora, rovescia la questione e si dà a dimostrare che essa è buona, ovvero risponde al criterio per cui supera la prova del buono e sarà possibile.

Lo può fare con entrambi i metodi indicati. Con metodo trascendente, dimostrerà grazie a logica e retorica la sua tesi come buona e la sua tesi diverrà accettata, anzi, e in molti casi, diventerà perfino legge. Le leggi razziali del fascismo erano leggi, votate dal parlamento e controfirmate dal re, mica violenze illegali. L’odio per il diverso, triste idea di un soggetto singolo o, al massimo, di non più di un gruppo particolare, era riuscito a diventare “verbo”. E, incredibilmente, verbo buono. Grazie ad argomentazioni logico-retoriche che mostravano (in realtà inventavano) una superiorità della razza cosiddetta ariana sulle altre, coniando, al contempo, questi orrori semantici, la “razza” e l’“ariano”. Ma tutto era legale. Ergo, tutto era buono. Meglio: era legale perché si era “dimostrato” che era buono.

E sul piano immanente, come fare? Un esempio concreto: non voglio che un’auto sosti di fronte al mio portone, voglio avere tutto lo spazio libero lì davanti. Per il mio puro piacere. Ovviamente qualora lo richiedessi avrei un rifiuto da chi me lo deve concedere. A che titolo posso pretendere tanto?

Allora io mi faccio promotore di una campagna per mettere il divieto di sosta in tutta la strada, adducendo che la strada, liberata dalle auto, respira, è più bella, è meno pericolosa, e magari amplio il disegno inglobando altre strade ad essa prossima, e con caratteristiche simili, sì da fare ancor più, se non proprio universalità, una certa consistenza, che allora può pesare come richiesta sul tavolo dell’autorità che deve decidere. Meccanismo delle petizioni. Sempre altruistiche. Come no? Ricordo una giovin signora che si batté per anni facendo raccolte di firme perché si potenziassero gli attrezzi ludici del giardino pubblico dove portava il suo infante. Naturalmente per il bene di tutti i bimbi del quartiere. Non ebbe riscontro dall’amministrazione comunale. E in seguito cessò la sua azione. Il figlio era cresciuto, non andava più in quel giardinetto.

E’ come se avessimo la torsione astuta dell’imperativo categorico kantiano, detto sopra. Se accettiamo da Kant che un “qualcosa” è possibile se e solo se entro una legge che valga come legge universale, principio ormai accolto come basilare nel diritto, all’astuzia della ragione compete di far apparire il desiderio singolo (o parziale, di una parte) come avente valenza assoluta (ambito trascendentale) o valenza universale (ambito immanente). Deve de-soggettivizzarlo della sua particolarità per oggettivarlo o come assoluto o come universale. Solo così, allora, potrà.

Dunque, nella nostra ipocrisia, sorretta dall’astuzia della ragione, andiamo sempre a nascondere che lo scopo è personale ed egoistico, andiamo sempre a dire che tendiamo alla cosa buona, buona in sé, o buona per la comunità, anche se in realtà questa è buona, appunto, solo per me, o al massimo, per noi.

Pretese, abbiamo detto sopra, che si riesce a far ratificare nel loro contrario, ovvero in leggi, che dovrebbero essere, invece, il contrario delle pretese.

Ovvero, le leggi sono le trascrizioni di egoismi singoli o, al massimo, parziali, che sanno artatamente coprire come alla base ci sia il loro desiderio, o meglio, che la richiesta è una richiesta del desiderio, camuffando il tutto in un comando del buono.

Ed il soggetto è doppiamente innocente, perché non solo chiede una cosa lecita, ma fa addirittura apparire che egli è attratto, comandato, determinato da quel buono che lo chiamerebbe, che non è lui causa, quindi non può avere (eventualmente mai fosse) colpa, né ha responsabilità. Coprire la responsabilità e trasformare in diritto le pretese, quanta filosofia, purtroppo, ha qui le sue fondamenta, che Spinoza scopre e mette a nudo.


"Noi non tendiamo a una cosa buona, ma chiamiamo buona la cosa a cui tendiamo"


Consigli di lettura: Baruch Spinoza, “Etica”, Editori Riuniti.