CARTOLINE FILOSOFICHE

KARL MARX

una rubrica di Roberto Sieni


La frase di Marx, qui citata, dovrebbe sorprendere i più, essendo opinione diffusa che il marxismo, e la sua realizzazione storica, il comunismo, è per un’uguaglianza totale fra gli esseri umani e dove il comunismo si era (ormai si può parlare al passato più che al presente) affermato, l’uguaglianza era portata all’estremo: gli stipendi nei paesi “rossi”, per fare un esempio concreto, erano per tutti uguali (ad eccezione dei dirigenti politici, ma questa è un’altra storia). E’ attribuito a Sartre, anche se la fonte è incerta, di aver detto: «Marx ha commesso un errore, ha scritto “Il Capitale” in tre libri, sono troppi, nessuno l’ha letto». In effetti quella che è la conoscenza, se così si può dire, di Marx è solo la risultante di quello che è accaduto nei paesi che si sono (o si sarebbero) ricondotti alla sua dottrina, non certo di quello che ha scritto Marx (con Engels, giova aggiungere, pensatore importante e tutt’altro che un “secondo violino” come egli stesso, con molta modestia, si definì) e che, quei paesi, sono stati i primi a tradire completamente. Ma tant’è, le tragiche esperienze dell’Unione Sovietica, da Stalin a Breznev, della Cina di Mao e della Cuba di Castro, (per non dire di Pol-Pot, Honecker e di tutti gli altri criminali apparsi con la bandiera rossa) inchiodano il marxismo alle sue colpe. Il fallimento di questi stati sarebbe la prova del fallimento del marxismo. In realtà questi fallimenti sono la conferma della bontà della teoria marxiana. Sembrerà strano ma è così. Nella sua filosofia della storia, o materialismo storico-dialettico, Marx concepisce che l’evoluzione sociale passa attraverso una serie di lotte di classe dove la classe subalterna, quando ha acquisito importanza sul piano della produzione della ricchezza della nazione e, soprattutto, quando prende coscienza di questo, detronizza la classe al potere, non più degna di detenerlo. Nobiltà-borghesia-proletariato sono le classi protagoniste di questa saga. In Occidente, fino al ’700 la nobiltà detiene le ricchezze in moneta e in possedimenti fondiari, la borghesia si va costituendo fra quanti stanno approntando altri sistemi di produzione o di modo di lavorare “in proprio” per non essere solo “bracciantato” e il proletariato, che può vendere solo la sua forza-lavoro per una paga. Avviene poi che la borghesia cresce sempre più d’importanza e, trasformando il modo di produzione, in particolare con l’industrializzazione, diventa il vero motore della ricchezza della nazione, al punto tale che vuole riconosciuta la sua primazìa anche a livello di potere politico. Così avvengono le rivoluzioni borghesi: quella francese, quella inglese e (per certi versi) quella americana. Marx, incredibile ma vero, è entusiasta della rivoluzione borghese perché vede che la società ha un innalzamento di benessere enorme rispetto alla precedente economia detta feudale, e vede che questo progresso neppure si fermerà lì, ma crescerà ancora e il proletariato stesso ne trarrà sempre crescente vantaggio. Perché? Perché l’economia feudale è statica, si raccoglie il prodotto di oggi, lo si consuma e domani si ricomincia da capo, in linea piatta, mentre l’economia borghese, o capitalistica, è invece espansiva e tende a volere sempre più: produrre di più, guadagnare di più. Ma per guadagnare sempre di più non basta produrre di più, occorre vendere poi il prodotto, e dunque vendere sempre di più. E chi lo compra il prodotto? Gli stessi operai, proletari, che lo realizzano, per cui questi ultimi dovranno avere uno stipendio in grado di poter acquistare e, non solo, dovranno avere anche e soprattutto uno stipendio a crescere per acquistare sempre di più man mano che la produzione cresce e quindi avranno un potere d’acquisto altrettanto a crescere che permetterà loro di avere beni che prima non potevano avere, così da migliorare il proprio status sociale. E qui Marx fa tutti suoi elogi al capitalismo (leggere per credere). Pagine che in primis dovrebbero leggere i capitalisti di oggi, la peggior classe imprenditoriale che mai si è vista sulla terra. Perché oggi l’imprenditoria ragiona al contrario, ma al contrario della stessa logica del capitalismo, descritta (e apprezzata, insistiamo) da Marx: essa ritiene infatti che pagando poco di salari, o precarizzando la forza-lavoro, avrà un maggior guadagno. Certo, se il prodotto, per essere realizzato, costa, a chi lo produce, 10 anziché 20 per effetto di salari bassi, l’imprenditore ha un maggior guadagno quando immette il prodotto sul mercato. Ma se l’operaio ora ha un salario di 5 anziché di 10, nonché poche certezze riguardo al futuro, difficilmente comprerà, o quantomeno non comprerà in dosi considerevoli. Così l’imprenditore avrà un prodotto realizzato a minor costo, sicuramente, però invenduto. Fu per questo che in America si ebbe l’abolizione della schiavitù (che provocò poi la guerra di secessione): uno schiavo non costa sulla paga, ma non ha paga per comprare il prodotto che l’azienda produce. Per il vero capitalismo è più utile un consumatore che uno schiavo. Sì, Marx dovrebbe essere letto in primo luogo proprio dagli imprenditori, per quel grande economista che è stato. Ma c’è un altro punto da vedere. Sempre stando a quanto dice Marx nella sua filosofia della storia, è necessario, ripetiamo, necessario, che dopo l’epoca feudale dove domina la nobiltà, si debba obbligatoriamente realizzare un’epoca capitalistico-borghese e solo dopo la società comunista, la quale potrà avvenire solo a compimento di questa fase, dopo che il sistema capitalistico-borghese avrà portato al massimo livello il grado di produttività, meccanizzato il lavoro, liberato, esso stesso, addirittura, il lavoratore dal lavoro, dal produrre. In mancanza di questa fase non si fa quel salto dalla stagnazione feudale e non si creano i presupposti per il realizzarsi della (successiva) società comunista. E senza un imprenditore capace di inventare e gestire un’impresa, un prodotto, una produzione, un commercio, non ci sarà quella fase. Benedette le nazioni, come la Francia, l’Inghilterra, che ebbero queste figure. Disgrazia a quelle che non l’ebbero, di conseguenza. E qui veniamo al punto. Quali furono le nazioni che non ebbero queste persone, questa classe? La Russia del primo novecento, per dire di una, quando la rivoluzione anti-zarista del ’17 avvenne, o i russi pareggiarono i conti con i francesi e gli inglesi che l’avevano già fatta, detronizzando le (loro) nobiltà. Con un problema, però: che ora non erano i borghesi a fare, come in Francia e in Inghilterra, la rivoluzione, ma erano i comunisti. Che si accorsero immediatamente che loro, no, non erano una classe borghese e imprenditoriale, né esisteva in Russia una classe simile cui demandare il compito dello sviluppo. E allora? Preso che sia il Palazzo d’inverno, ora com’è che si mette in moto, si chiesero i dirigenti rivoluzionari russi, la nostra industrializzazione? In mancanza di personale atto allo scopo, si improvvisarono, loro, imprenditori. Ma imprenditori non ci si inventa, neppure con la bacchetta magica. L’instaurarsi di una politica economica di tipo borghese e industriale, tanto voluta proprio da Lenin (che aveva letto Marx), la Nep (nuova politica economica), abortì. Avevano fatto un salto troppo grande, erano arrivati alla società comunista saltando la necessaria fase borghese. Cosicché l’industrializzazione fu guidata allora da funzionari politici, burocrati statali senza inventiva, cosa che creò il fallimento fin da subito di un possibile nuovo cammino, e deteriorò poi in un controllo poliziesco a contenere i malumori poiché quel progresso che era stato promesso non si vedeva avvenire (e identico processo è avvenuto negli altri stati “rossi” detti qui all’inizio). Dunque è proprio perché è mancato il secondo tempo, la fase capitalistico-borghese, che il comunismo, così realizzato, è fallito, a riprova della giustezza del pensiero di Marx che aveva posto come necessario questo momento. Ergo: l’Unione sovietica (insieme agli altri stati “rossi”) è la dimostrazione non del fallimento del pensiero di Marx, ma la sua conferma, la prova del nove, o per rovescio, della giustezza della teoria marxiana. C’è poi un secondo problema: in mancanza di un’economia di mercato e di libera concorrenza o, se vogliamo, ora che tutti i lavoratori, di qualsiasi livello, sono tutti dipendenti della stessa azienda, lo stato, come si possono stabilire i compensi dei lavoratori che, nell’economia borghese, vengono declinati in base a quanto questi siano richiesti dalle aziende, in concorrenza fra di loro, per le professionalità e le qualità che essi offrono all’azienda che li assume? Qui manca la domanda, che crea il valore e quindi il compenso singolare. In più: siamo o non siamo nella società comunista dove non c’è più differenza di classe, come si potrebbe accettare allora una sperequazione salariale? Che stato comunista sarebbe quello stato che accetta che qualcuno abbia di più e qualcuno abbia di meno, come nello stato borghese? Si stabilisce allora che lo stipendio sarà lo stesso per tutti e si spaccerà questa stravagante idea come la prova dell’uguaglianza di cui, ma in senso ben diverso, come ora diremo, aveva detto Marx, o la realizzazione di una “società senza classi”. Perché sono tutte cose che Marx non aveva certo in mente, né ha mai scritto, la sua teoria economica essendo una teoria di valore sociale, un progetto di elevazione dell’uomo, da sfruttato a persona, quale dovrà divenire nella società comunista, in questo senso “senza classi”, e da persona individuale, anche, altrimenti una persona-massa non è persona e già lì si è negata la sua dignità. Libero di vivere, quest’uomo, come si può leggere ne “L’ideologia tedesca”, così: «... la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico». Perché la società senza classi, per Marx, non doveva essere la società di una sola classe indifferenziata, come è stata invece nelle realizzazioni del “comunismo reale”, ma una società di uomini liberi, e liberi di essere se stessi, e diversi fra loro, pena perdere ogni identità, e quindi ogni dignità, personale, per cui Marx dice anche: «Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni». Una società dove l’uguaglianza non è lo stesso premio per tutti, ma il premio corrispondente, uguale, in questo senso è uguale, al merito e all’essere di ognuno, ma differente fra l’uno e l’altro, come nella frase citata in questa cartolina. Cosa che, altrettanto, non è mai stata capita neppure dalle forze politiche e sindacali dell’occidente, giusto per vedere, ora, i disastri da quest’altra parte, i disastri dei partiti comunisti, della sinistra politica e sindacale negli stati liberali, dopo aver detto dei disastri nei paesi “comunisti”. Qui abbiamo una politica di protezione per tutti, scimmiottamento di quella “uguaglianza” vista nei paesi “rossi”, e non rivolta invece solo a chi merita (o a seconda dei meriti). Questo è quanto si trova nelle politiche di sinistra e nelle protezioni sindacali che hanno permesso il nascere solo di corporazioni protette, di gruppi e non di individui, o persone, che di fatto hanno ogni immunità rispetto alla loro efficienza, alla loro produttività, e dove non c’è nessun rispetto verso chi merita, che è livellato allo stesso livello di chi non merita, perché queste sono le regole del mercato del lavoro come intese dalla sinistra, politica e sindacale. Che poi è andata a fissarsi solo sul lavoro dipendente (gli operai!), escludendo tutti i precari, le partite Iva, che in quanto autonomi, sono, per queste grandi intelligenze, degli imprenditori, dunque, dei capitalisti (e consegnandoli, come elettorato, alla destra). E ci fermiamo qui, che troppi casi dovremmo elencare di questa folle interpretazione dell’uguaglianza come valore sociale e “socialista”, in realtà un’aberrazione, da parte di coloro che, proprio per questa aberrazione del dettato del pensiero di un fondatore della sinistra, Marx, si dicono di sinistra. Come un vegano che si dichiarasse vegano proprio perché, e non nonostante, mangia bistecche alla fiorentina. Qualche lettore obietterà: veramente è da tanto che la sinistra, politica e sindacale, non si riferisce più a Marx e nemmeno, pur sbagliando, lo cita. Verissimo, risponderei. Per sicurezza la sinistra dopo averlo distrutto, ora l’ha anche sotterrato e vaga in un sonnambulismo che non ha riferimenti. Che sia una soluzione, ognun veda. Del resto, lo stesso Marx, vedendo il verso che già ai suoi tempi avevano preso le cose, aveva detto: «Io non sono marxista».


"Uno è fisicamente o moralmente superiore a un altro. Il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere disuguale"

Consigli di lettura: Karl Marx, Friedrich Engels, “L’ideologia tedesca”, Editori Riuniti.