CARTOLINE FILOSOFICHE

JEAN-PAUL SARTRE

una rubrica di Roberto Sieni


Addirittura condannato a essere libero, neppure libero soltanto, perfino condannato a quella libertà. Ci dice Sartre.

Davvero Sartre può pensare che un uomo dominato e schiacciato da un regime politico autoritario, o in una situazione di povertà tale da imporgli di cercare disperatamente di sopravvivere, insomma, un uomo che si trovasse entro contingenze fortemente obbliganti, potrebbe dirsi libero?

Certamente Sartre non lo pensa affatto, anzi sa bene che la libertà non è per nulla data, ma è da conquistarsi, come dimostrerà in tutto il suo impegno politico, schierandosi con chi soffre la mancanza di libertà, come, fra le tante cause da lui sostenute, gli indipendentisti algerini, impegno per il quale l’organizzazione fascista OAS per ben due volte attenterà alla sua vita: per ben due volte, infatti, il suo appartamento è squarciato da un’esplosione di dinamite al plastico e Sartre si salva per puro caso, dovendo poi abbandonare questa residenza a cui tanto teneva, al 42 di Rue Bonaparte, con affaccio sulla piazza e la chiesa di Saint-Germain-des-Prés.

Di quale libertà parla allora Sartre?

Facciamo un passo indietro: durante l’occupazione tedesca di Parigi, nella seconda guerra mondiale, Sartre pubblica alcuni romanzi e mette in scena alcune opere teatrali. Il tema è l’assurdo dell’esistenza che è un nulla, un nulla di valori già dati, di indirizzi predeterminati, perfino di valori, che sono solo costruzioni dell’uomo, il quale ultimo è dunque nulla, non ha nulla, se non il suo esserci, la sua esistenza.

Sartre ha ben compreso la lezione di Heidegger che, nel suo “Essere e tempo”, ha tracciato questo quadro, ha distrutto ogni impalcatura valoriale, ogni ipostasi metafisica e ha messo l’uomo per quello che è, ovvero solo un esser-ci, come dice appunto il pensatore tedesco, nient’altro. Sartre “adatta” questo pensiero alla sensibilità francese e lo presenta con opere in un primo tempo, come abbiamo detto, letterarie, non filosofiche.

Finché nel ’43, ancora in piena occupazione tedesca, esce il suo capolavoro filosofico: “L’essere e il nulla”.

Il successo è straordinariamente incredibile per un testo estremamente corposo (700 pagine), specialistico, la materia essendo l’“ontologia fenomenologica”, come si legge nel sottotitolo e di non facile lettura perché scritto in un gergo filosofico che può apparire astruso. Qualcuno maligna perfino su questa impensabile fortuna del libro di Sartre e si diffonde anche una sorta di leggenda metropolitana (si direbbe oggi). La storiella è curiosa e vale la pena di raccontarla: le forze tedesche d’occupazione hanno fatto razzia di metalli da inviare in patria per la produzione bellica, requisendo tutto il possibile, dalle statue di bronzo ai “pesi”, i campioni di peso, che si usavano nei negozi di alimentari, ovvero dei cilindri calibrati di un certo peso da usare sulle bilance per misurare il quantitativo della merce che il cliente acquistava. E sembra che il robusto tomo di Sartre pesasse esattamente un chilo, cosicché molti “bottegai” lo avrebbero comprato per farne questo uso.

Verità, leggenda? Difficile dire, certo la cosa rende l’idea di quanto il successo di Sartre fosse sorprendente, incredibile, potremo anche dire.

Poi, l’occupazione finisce: nell’agosto del ’44, Parigi viene liberata. La seconda divisione blindata del generale Leclerc entra in città e la città esplode di una gioia e di una voglia di vivere che era stata repressa nei quattro anni di sottomissione alle forze tedesche.

Il pensiero di Sartre, l’esistenzialismo, questo il nome che viene dato, dalla critica, non da Sartre, che comunque lo accetterà, si intreccia con questo nuovo clima e viene abbracciato soprattutto dai giovani fino a divenire un fenomeno di costume.

Cosa piace dell’esistenzialismo? Piace che quest’uomo, di cui lì si dice, è solo un uomo e si è scrollato di dosso tutte quei pesi che gli sono imposti in quanto uomo secondo il pensiero più diffuso, tanto nella filosofia come nella letteratura.

Ora, quell’uomo, non ha più da essere, per forza, credente, padre, soldato, bravo (così come si intende dalla morale convenzionale, l’essere bravo), buono (così come si intende, ancora dalla morale convenzionale, l’essere, o il dover-essere buono), e può partire da sé, da quel che è, anche se, «innanzitutto e per lo più», per usare anche in questo caso un’espressione di Heidegger, è solo un semplice esser-ci.

Che è quanto ha affermato Sartre nel suo libro best-seller e che ripeterà in una conferenza dal titolo “L’esistenzialismo è un umanismo”, presso il club “Maintenant”, alla quale partecipa una folla immensa tanto che molti non riescono a trovare posto, per cui l’editore Nagel chiede a Sartre di poter stampare la sua relazione e distribuirla. Un’idea, aggiungiamo, alla quale Sartre acconsente, ma Nagel va oltre e non si limiterà a realizzare un po’ di copie “artigianali” per chi era rimasto escluso dalla conferenza ma stamperà un libro vero e proprio che metterà in commercio (operazione che non piacque a Sartre che si sentì raggirato).

Ma torniamo al punto. O alla questione da cui siamo partiti.

C’è un uomo, come abbiamo detto, che non è libero perché entro contingenze obbliganti, e il fatto nessuno lo nega, ma Sartre non parla di questo. Adesso parla di un altro uomo.

Quale? Quello che si è autoimposto una dipendenza, una sottomissione. Quello che si fa schiavo volontariamente nel senso in cui aveva detto La Boétie quando aveva parlato di «schiavitù volontaria» o come dopo di lui dirà Spinoza domandando «perché gli uomini cercano la loro schiavitù come fosse la loro salvezza?».

Il perché di questo atteggiamento era stato svelato dai due autori appena citati (e tornerà con Nietzsche, con Reich e con Deleuze e Guattari). Perché c’è un tornaconto. Cedere qualcosa per avere qualcosa. Cedo la mia libertà e in cambio ho chi si occupa di me, chi pensa per me, chi si prende il carico di una decisione per me (e poi mi padroneggerà, come io ho delegato a che questi possa fare).

Da cui si va ad un’altra conseguenza, e qui interviene ulteriormente Sartre, ovvero si forma una cultura che favorisce la dipendenza o, per meglio dire, è la cultura della dipendenza, l’apparato concettuale per cui lo schiavo si autorizza e perfino si nobilita di essere tale.

E’ la cultura del determinismo, l’idea dell’anima o della persona, qualsiasi termine si voglia usare, come forgiata da un altro da sé, che sia Dio o la società o la famiglia, insomma ogni spiegazione che spieghi l’uomo nei tratti di un essere determinabile da qualcosa di esterno a lui, altro da lui, cosicché egli non è appunto pienamente libero. Com’egli desidera infatti essere, come molti desiderano essere. A questi uomini Sartre si rivolge perfino furiosamente e dice che quanti «nasconderanno a se stessi, con spirito di serietà o con scuse deterministe, la loro totale libertà, io li chiamerò vili».


Il determinismo, brutta bestia che si ritrova in gran parte della filosofia, dove l’identità dell’uomo è alienata nell’altro da cui essa dipende e l’identità è una gabbia che lo blocca a ciò che è. Alla sua essenza, anche.

La filosofia classica e purtroppo gran parte anche di quella moderna, pensa sempre ad un’essenza che caratterizzi l’uomo. Nobile impresa, conoscere l’uomo, o attribuirgli un’essenza, ma dagli esiti disastrosi, se l’uomo “è”, allora io, in quanto uomo, non potrò essere che quell’è (già dato), mai sarò “sono” (quello che vorrò essere).

Ma Sartre ribalta: «l’esistenza precede l’essenza», afferma in un’altra sua celebre frase (per cui sottolinea anche che l’esistenzialismo ateo, quale il suo, è più coerente dell’esistenzialismo cattolico, come professato da Gabriel Marcel). Innanzitutto (ci) siamo, siamo semplice esser-ci e ciò che faremo o vorremmo essere, sarà ciò che diventerà la nostra essenza.

La distruzione della metafisica tradizionale, iniziata con la fenomenologia di Husserl, proseguita da Heidegger e infine da Sartre pulisce quel mondo artefatto, denso di sovrastrutture, come dipinto da gran parte del pensiero, lo svuota di tutti questi simulacri, e ne smaschera anche la viltà. Fintanto che io sarò determinato da altro (per la precisione, mi dirò essere determinato da altro) sarò innocente della mia azione, ovvero dirò “non è colpa mia”, ciò che piace alle anime vili del determinismo e della vecchia metafisica deterministica, mentre, se io ora sono libero, allora sarò pienamente responsabile.

«Il principio dell’esistenzialismo è molto semplice» dice ancora Sartre «e suona così: fai ciò che vuoi», volendo indicare che tu non puoi ingannare nessuno circa quello che fai come a causa di, dunque fallo e senza alibi, prendendoti la tua responsabilità.

Perché tu uomo, sei libero, dice Sartre. Sì, sei addirittura condannato, a meglio rafforzare il concetto, ad esserlo.


"L'uomo è condannato a essere libero"


Consigli di lettura: Jean-Paul Sartre, “L’esistenzialismo è un umanismo”, Il Saggiatore.