CARTOLINE FILOSOFICHE

ALBERT CAMUS

una rubrica di Roberto Sieni


L’altro “grande” del pensiero esistenzialista, con Sartre, a cui era dedicata la precedente cartolina.

Ma era un filosofo Camus? E’ una domanda che ricorre spesso. Sì, Camus era indubbiamente un filosofo, non solo perché “regolarmente” laureato in questa disciplina, e con un maestro di grande valore come Jean Grenier, ma perché la sua riflessione sull’uomo ha la stoffa della riflessione filosofica, pur espressa in forma letteraria e non saggistica, come prevalentemente, anche se poi non esclusivamente, in uso dai filosofi, e l’esistenzialismo gli deve un contributo importante.

E benché lo stesso Camus, “l’uomo a cui le donne dicevano di sì prima che avesse fatto la domanda”, negasse di essere un filosofo (anche se nel negarlo lo afferma), come ricorda un bell’articolo di Gianni Bonina su “Doppiozero” che scrive: «Lo stesso Camus non ha avuto dubbi nel definirsi un autore quando scrive: “Perché sono un artista e non un filosofo? E’ che io penso in base alle parole e non alle idee”. E pensare, cioè filosofare, per Camus ha un significato preciso: “Si può pensare solo per immagini, se vuoi fare il filosofo scrivi romanzi”: per dire – e magari fare sapere a Sartre – che creare immagini, cioè scene e dunque fare narrazione, equivale a pensare, per modo che filosofo è chi scrive romanzi mentre evidentemente non è romanziere chi pensa e dunque non sa immaginare».

E così immagina Sisifo o, il suo Sisifo, che riprende dalla mitologia greca e legge in maniera personale. Il Sisifo che, nella mitologia greca, appunto, era condannato a rotolare eternamente sulla china di una collina un macigno che, una volta spinto sulla cima, ricade sempre giù in basso, da cui la locuzione “fatica di Sisifo” per indicare un'impresa che richiede grande sforzo senza alcun risultato, qui preso a massimo modello dell’assurdo dell’esistere, quell’assurdo che già l’esistenzialismo ha indicato per l’esistenza che non avendo direttrici prestabilite, né una causa, né un fine, è un vuoto, nel nulla, un assurdo, dunque.

Ma cosa immagina Camus per il suo Sisifo? E quale immagine crea, visto che Camus vuole pensare per immagini? O quale concetto allora, si potrebbe anche dire, esprime quell’immagine, l’immagine del Sisifo di Camus?

Facciamo un piccolo passo indietro a ricostruire l’antefatto o, meglio, il contesto.

Nella precedente cartolina, quella dedicata a Sartre, abbiamo parlato dell’esistenzialismo come dell’ideologia, se così vogliamo chiamarla, che sottende a quell’esplosione di gioia e di vita al termine della seconda guerra mondiale e che ha in Parigi, la sua capitale, la capitale di questa “festa” per tirare un po’ per la giacca Hemingway, circa quanto aveva detto di Parigi, sempre e comunque e non necessariamente del dopoguerra.

Anni formidabili, ancorché brevi, che vale la pena ricordare, concedendoci una breve divagazione. Parigi, e soprattutto un suo quartiere, Saint-Germain-des-Prés diventa la capitale del mondo. Qui vivono e lavorano le migliori intelligenze che ricordarli tutti è impossibile, per cui ci limitiamo a dire, oltre Sartre e Camus, di Picasso, Giacometti, De Chirico, Prevert, Queneau, Cocteau, Genet, Tzara, Merleau-Ponty, Simone de Beauvoir, Marguerite Duras, il cui appartamento al 5 di Rue Saint-Benoît è stato cellula segreta della resistenza francese (curiosamente nello stessa palazzo si radunavano anche i collaborazionisti fascisti, fortuna che non si siano mai trovati per le scale).

Il quartier generale è il “Café de Flore” che ha battuto il vicinissimo “Deux Magots”, troppo formale, e la vita e gli scambi avvengono in questa vita ai tavolini dei “cafés” (fra questi “La Rhumerie Martiniquaise” e il “Bar Vert”). E non solo, si aprono locali, le “caves”, perché sono spesso cantine al sottosuolo, dove ascoltare questa nuova musica che affascina tutti, il jazz. Il “Tabou” primeggia su tutti, ma ci sono anche “La Rose Rouge”, il “Club Saint-Germain”, “La Pergola”. Verranno Duke Ellington, Erroll Garner e Miles Davis che scoprirà un giovane pianista allora sconosciuto, Keit Jarret che suona al “Camaleon”. L’anima di questa vita è Boris Vian, scrittore, autore di canzoni, trombettista, un personaggio che è difficile descrivere, perché ogni definizione sarebbe troppo stretta in confronto alla sua personalità, alla sua poliedricità, alla sua straordinaria voglia di vita e, peccato, grande peccato, che la vita lo abbandonerà troppo presto.

L’icona è (la giovanissima) Juliette Greco che qui muove i primi passi di una grandissima carriere di attrice e di cantante (la sua prima canzone è scritta da Sartre e si intitola “Rue del Blancs Manteaux”). E i loro primi passi li compiono, qui, anche Roger Vadim e Simone Signoret.

I giovani hanno una particolare divisa. I ragazzi vestono con camicie a quadri, jeans e scarpe “da ginnastica” All-Star (tutte autentiche novità). Il perché di questo look è curioso. E’ successo che molte comunità ebraiche americane hanno mandato come generi di sostegno ai loro correligionari parigini, in difficoltà con l’occupazione, enormi pacchi di questi vestimenti che i destinatari hanno rivenduto ai mercatini di quartiere e lì, data la quantità e il prezzo bassissimo, sono stati allora acquistati dai giovani squattrinati. Le ragazze seguono il look della Greco, capelli lunghi e lisci, senza acconciature, e abiti prevalentemente di color nero. Sì, le ragazze sono un po’ dark, si potrebbe dire.

La stampa conservatrice li odia, odia Sartre, Saint-Germain e questi giovani. I giornali dell’epoca sono una raccolta di idiozie, di pregiudizi, di arretratezza senza pari. Un consiglio di lettura, in inciso, su tutto questo mondo e sulla stampa di cui diciamo: si legga, di Boris Vian, “Le manuel de Saint-Germain-des-Prés”, di cui abbiamo una traduzione italiana dal titolo “La Parigi degli esistenzialisti”.

Ma, a fianco di questa vena gioiosa e vitale, scorre un’interpretazione parallela dell’esistenzialismo, e un differente costume.

Se l’esistenza è senza senso, se l’uomo non ha né causa né fine, se è sospeso in questo vuoto, l’uomo è preso dall’angoscia. Sartre lo ha esplicitato chiaramente.

Non è un particolare da poco. Si svilupperà su questa vena il “teatro dell’assurdo”, con Eugene Ionesco, di cui ricordiamo “La cantatrice calva” un’opera che, incredibile ma vero, si replica ogni sera dal lontano 1957 a tutt’oggi nel piccolo Théâtre de la Huchette (nella via omonima) e con Samuel Beckett autore di “Aspettando Godot”.

E, a livello di costume, si crea un versante opposto a quello descritto sopra, per cui appare allora un atteggiamento infelice, smarrito, sperduto, che molti assumono in conseguenza di questa lettura, e si verificano anche i “suicidi esistenzialisti”, come verranno chiamate certe scelte estreme fatte da alcuni giovani che si tolgono la vita.

Questa vena, pessimista, negativa, ha un certo spessore e porta sempre più l’esistenzialismo ad essere uno smacco, una dottrina dell’infelicità, un’idea e un costume tetro.

Ed è qui che interviene, e fin da subito, Camus, che vede come quest’uomo tratteggiato dall’esistenzialismo, o perso in un’esistenza senza senso è, appunto, come Sisifo che porta un masso in cima alla montagna, da dove il masso rotola giù, per cui Sisifo ripete l’azione e sempre con lo stesso esito, fatica vana e inutile come sembrerebbe l’esistenza. Ma Camus rialza la testa e dice che se l’esistenza è senza senso, sta allora all’uomo darle un senso, sta all’uomo vivere positivamente quest’assenza di senso, che è assenza di condizionamento, come già era in Sartre, e realizzare, egli, la “sua” esistenza, il suo senso.

Quello che sia, anche fosse assurdo, a prima vista, poiché, per lui, per quel singolo uomo, quel senso che egli dà alla sua vita, dovrebbe essere motivo di gioia, cosicché potrebbe essere felice e così dobbiamo allora immaginarcelo, felice, ribaltando la lettura dall’angoscia alla felicità di quel gesto, di quell’uomo. Che è un Sisifo, ma un Sisifo felice.


"Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice"


Consigli di lettura: Albert Camus, “Il mito di Sisifo”, Il Saggiatore.