CARTOLINE FILOSOFICHE

FELIX GUATTARI


una rubrica di Roberto Sieni


L’esistenzialismo, come abbiamo visto nelle due cartoline precedenti, ha messo al centro del proprio obiettivo la libertà, schierandosi contro le culture che predicano una subordinazione del soggetto, dell’uomo. Si tratta di una filosofia antideterministica e che vede nel determinismo, e in tutte le forme in cui è apparso, la negazione della libertà, peggio, la persuasione a far credere, all’uomo, di non essere libero. Concezione che non viene solo propagata da chi ne può trarre un vantaggio in termini di potere ma, quel che è peggio, amata anche dagli spiriti deboli che vogliono essere sottomessi.

Esploso con la fine della seconda guerra mondiale, l’esistenzialismo finisce il suo messaggio, diventa un classico, si potrebbe dire, assai velocemente. Ma sulla fine degli anni ’60 esplode nuovamente una richiesta analoga di libertà: si tratta della cosiddetta “contestazione”, come verrà ad essere chiamata, un movimento che attraversa il mondo, nasce all’Università di Berkeley, in America, e si accende particolarmente in Francia, soprattutto ma non esclusivamente, a Parigi, e fortemente anche in Italia.

Sono gli studenti a mettere in moto questa “insurrezione” che, forse per la prima volta, non ha come nemico solo il potere politico in senso stretto, ma la società nel suo complesso, un vecchio mondo da modernizzare (“corri compagno, il vecchio mondo è dietro di te” è uno slogan del “maggio” francese). Infatti più ancora che il governo in carica, viene ad essere contestato il costume, l’istituzione della famiglia, l’insegnamento autoritario quale si svolge nelle università, le regole vigenti circa la sessualità. Si vuole che sia permessa la contraccezione, le donne non vogliono più essere come le loro madri ovvero caste fino al matrimonio e destinate al focolare, gli omosessuali non vogliono più doversi nascondere.

L’occasione, se vogliamo, anche curiosa, che fa esplodere la miccia lo dimostra chiaramente. Come scrive lo storico Michel Winock: «Nel gennaio 1968 François Nissoffe, inaugurando la piscina del campus di Nanterre, viene interpellato da uno studente destinato alla celebrità, Daniel Cohn-Bendit, che rimprovera al ministro di aver eluso i problemi sessuali degli studenti. Missoffe lo invita a curarsi i suoi tuffandosi in piscina. [...]. Il 14 febbraio, festa simbolica di San Valentino, i residenti delle città universitarie scendono in sciopero contro i regolamenti interni. Nascono incidenti in molte città di provincia, soprattutto a Nantes dove il rettorato viene saccheggiato. Il ministro concede allora le visite ai pensionati femminili, ma solo fino alle 11 di sera!».

La rivolta non ha pertanto bandiere di partito, gli studenti cercano comunque di coinvolgere i lavoratori e i sindacati che, in un primo momento, sono avversi, considerano che questa sia “la rivoluzione dei figli di papà”, poi si alleano ma, ottenuti alcuni vantaggi salariali per i propri rappresentati, si ritirano, come al solito dimostrando, le forze di sinistra, i sindacati e i partiti socialisti e comunisti, la loro totale cecità nei confronti del nuovo.

Il meccanismo che si mette in moto dura circa una decina d’anni, prima di subire una controreazione violenta che, dagli anni ’80 ad oggi ci porta continuamente all’indietro.

Come in ogni avvenimento ci sono delle luci e delle ombre. Ma è innegabile che senza questo momento saremmo ancora nell’antichità. E’ da qui che parte la legge sull’aborto e sul divorzio, la chiusura dei manicomi, o il semplice cambio di prospettiva per cui, ora, una donna potrà andare al bar da sola senza dover essere considerata una poco di buono. S’innesca quella che sarà chiamata “la rivoluzione sessuale”, come nello scritto di Wilhelm Reich. Sì, è il costume, che era stato aggredito, e che fortunatamente cambia, grazie a questo movimento che, seppure non si richiama all’esistenzialismo, sembra la conseguenza delle letture che i suoi protagonisti sicuramente hanno fatto degli scritti esistenzialisti: «Daniel Cohn-Bendit ha rifiutato l’idea di un ispiratore del movimento ma è stato obbligato a riconoscere che i militanti avevano letto quasi tutti Sartre», come dice la storica Pascale Fautrier.

La prima fase di questo periodo è nel segno della “festa”, dell’ironia, si vuole “l’immaginazione al potere”, i disordini ci sono ma sono reazioni ai blocchi dei cortei da parte della polizia e all’irruzione della polizia nell’università, che è giudicato gesto gravissimo dall’opinione pubblica generale e non solo da quella schierata con gli studenti. La sollevazione è, se non anarchica, assai acefala, anche se alcuni capi, come il Cohn-Bendit, già citato qui più volte, pure ci sono, ma nella seconda fase si assiste purtroppo ad una svolta spiacevole.

Il movimento si politicizza, si definisce di parte, ovvero di estrema sinistra e si affida a un Marx abbastanza immaginario e, soprattutto, al dittatore della Cina Comunista Mao Tse Tung. Il suo “Libretto rosso” ancorché più esibito che letto è una Bibbia. E, ancor più, il movimento si militarizza perché nascono infiniti gruppetti tutti rigidamente bloccati in una disciplina asfissiante, con capi e capetti. L’aria, in quegli interni, è irrespirabile.

Ne dà un quadro chiaro Deleuze quando risponde a Michel Cressole, l’autore del primo libro, possiamo dire, su Deleuze, un libro livoroso che vuol essere una stroncatura del pensiero deleuziano e dove sono pubblicate anche due lettere, di Cressole a Deleuze e la risposta di quest’ultimo, dalla quale prendiamo questo passo: «Un testo che tu conosci spiega questa malevolenza innata degli eredi della sinistra: “Se siete abbastanza sfrontati, provate un po’ a pronunciare davanti a un’assemblea di gauchistes la parola fraternità o benevolenza. Essi si dedicano alla pratica estremamente zelante dell’animosità in tutti i suoi travestimenti, dell’aggressività e della derisione applicate a ogni occasione e a ogni persona, presente o assente, amica o nemica. Non si tratta di comprendere l’altro, ma di sorvegliarlo”

La tua lettera è pura sorveglianza. Ricordo la dichiarazione di un tizio del FHAR durante un’assemblea: “se non ci fossimo noi a farvi da cattiva coscienza...”. Curioso ideale, un po’ poliziesco, voler essere la cattiva coscienza di qualcuno. Quanto a te, si direbbe che, nella tua mente, fare un libro su (o contro) di me debba conferirti un potere su di me. Niente affatto. Per conto mio, la possibilità di avere cattiva coscienza mi disgusta quanto quella di essere la cattiva coscienza di altri».

Questo infatti era accaduto. I gruppi si erano incattiviti trasformandosi in gruppi aggressivi, ed avevano un odio viscerale verso il nemico. La società borghese, la polizia repressiva, i non-allineati, i non-ortodossi, oppure i pensatori “liberi”, fra i quali anche Deleuze.

E in questa forza “negativa” tutta la proposta precedente, “positiva” o costruttiva di una nuova società andava a perdersi.

Bastava solo sconfiggere il nemico, il rivoluzionario era diventato un militante e, da questi, un militare. Una contro-polizia. Ovvero, ancora, una polizia, come dice sopra Deleuze.

E qui Guattari individua perfettamente questo male. E la sua frase, qui citata, dice tutto in questo senso.

Che dire di Guattari? Nel ’72 scrive con Deleuze l’“Anti-Edipo”, un testo che ha grande risonanza. Se Deleuze è già relativamente noto, Guattari era, al momento, uno sconosciuto. Eppure non era un signor nessuno e anche nella collaborazione con Deleuze non sarà solo “la seconda metà della coppia”, come illustra bene Rocco Ronchi in un bell’articolo su Doppiozero.com.

Psichiatra e psicanalista, lavora da tempo nell’innovativa clinica di La Borde sotto la direzione di Jean Oury e partecipa a quella corrente che verrà chiamata “antipsichiatria” e alla quale appartengono le grandi figure di David Cooper, Ronald Laing, Thomas Szasz e i nostri Silvano Arieti, Sergio Piro, nonché Franco Basaglia, che riuscirà in Italia a ottenere la chiusura dei manicomi.

Allievo di Jacques Lacan, si distacca prepotentemente dalla psicanalisi e dal suo maestro e avverte come essa sia l’ultima forma in ordine di tempo, e la forma attuale al momento, di quel determinismo che vuol negare la libertà. Simbolo di tutto questo l’“Edipo” freudiano, il soggetto che non si stacca dall’induzione formativa materna.

Ma la sua riflessione è ben altra cosa alla facile attuazione “sovvertitrice” dei gruppetti rivoluzionari, dei quali individua perfettamente quale male sia al loro interno.

Individua che è andato perduto il principio di una rivoluzione interiore che apra la persona ad un diverso modo di essere, innanzitutto, proprio questa persona, esattamente come nel dettato sartriano, che questa “nuova” persona sia effettivamente nuova e non ricalchi il vecchio, non sia appunto una nuova polizia di un nuovo dogma.

Per cui occorre combattere quello che inibisce e che è innanzitutto in noi, il poliziotto che è in noi.

Ma questo messaggio, che è la materia dell’“Anti-Edipo” di Deleuze e Guattari non è più di tanto, dobbiamo dire, riuscito a passare. E’ più facile avere un nemico e dare la colpa a lui, che rinnovarci noi, nel nostro dentro, operazione non da poco e che può essere anche dolorosa, E’ più facile fare per rovescio, aggredire chi ci aggrediva, anche se così facciamo lo stesso, piuttosto che fare veramente un nuovo, un differente. Realizzare un “altro”, non un semplice contrario.

Non a caso Nietzsche aveva detto: «E’ più facile reagire che agire».


"La lotta deve essere condotta nei propri ranghi. Contro la propria polizia interiore"

Consigli di lettura: Félix Guattari, “Una tomba per Edipo”, Bertani;

Gilles Deleuze - Félix Guattari “Anti-Edipo”, Einaudi.