CARTOLINE FILOSOFICHE

GILLES DELEUZE

una rubrica di Roberto Sieni


Annunciato dalla cartolina precedente, non poteva mancare adesso Deleuze che, in proprio e con Guattari, scrisse vari libri condividendo l’antideterminismo e l’affermazione della libertà, eredità queste, del pensiero di Sartre, come già detto a proposito, appunto, di Guattari.

Parlando di Sartre, Deleuze lo definisce addirittura il suo maestro. Un maestro particolare, va aggiunto, perché è forte l’emozione che il capolavoro filosofico sartiano “L’essere e il nulla” provoca al giovane Deleuze, ma arriva quasi immediatamente una delusione quando Sartre parla di “umanismo” a proposito dell’esistenzialismo (questo, nella conferenza al Club Maintenant di cui abbiamo detto nella cartolina dedicata a Sartre, a cui assistono Deleuze e l’amico Michel Tournier che, “bocciato” come possibile docente universitario, diventerà un grande scrittore).

Deleuze non ama questo ritorno al soggetto come ente dominante che Sartre richiama collocandosi nell’umanismo, vede l’uomo con gli occhi di Hume, al quale dedica il suo primo libro, ovvero un uomo che si costituisce sulla base di una sua sensibilità, che è condotto da essa, anziché essere il comandante fiero e robusto come dipinto dalla cultura umanistica.

Ed è su questa base che Deleuze proseguirà fino al concetto di “desiderio” come causa prima dell’agire, ma possiamo dire anche dell’essere umano, come abbiamo visto, nelle precedenti cartoline, ha detto Hume della passione, Spinoza del nostro tendere, e di desiderio ha parlato esplicitamente Bachelard, uno dei maestri di Deleuze, che ne ebbe di grandissimi, come Alquié, Wahl, de Gandillac, Guéroult, Hyppolite, Bréhier, Canguilhem, Beaufret, che a citarli viene una profonda nostalgia per quanto fosse grande la scuola francese di metà novecento.

Desiderio che il determinismo vuole sempre ricondurre ad una causa di sé, non farne l’elemento originario e originale, ma causato, e ingabbiato, da qualcosa. E, nel tempo in cui Deleuze e Guattari si incontrano, questa persistente cultura ha nella psicoanalisi l’ennesima apparizione.

Così Deleuze e Guattari smontano il concetto freudiano dell’inconscio come causato (e dove l’Edipo interpretato da Freud è la figura più emblematica), e ribaltano i termini facendo del soggetto il detentore di quell’inconscio, che è desiderio, facendo dunque un soggetto libero. Libero del suo desiderio, questo essendo suo e non causato, non a causa di qualcuno o di qualcosa. E qui Deleuze, che pure ben si è allontanato dall’esistenzialismo, torna ad essere discepolo di Sartre, a percorrere quei “cammini della libertà”, per usare di un titolo di una trilogia di Sartre, indicati dal suo maestro.

Desiderio e macchina desiderante, come appare nell’“Anti-Edipo”, generando un certo equivoco. L’uomo non è una macchina desiderante, ovvero un organismo mosso dal desiderio, ma un corpo, un organismo, mosso dal desiderio, certamente, che (in più) ha una macchina, ha un arnese. La macchina desiderante non è quindi l’uomo, ma l’uomo con la macchina. Arnese, abbiamo detto, protesi, strumento per realizzare il suo desiderio. Per realizzare non necessariamente un oggetto ma anche per realizzare un pensiero, una strategia, che gli permetta di raggiungere l’obiettivo a cui tende il suo desiderio. Per schematizzare, questa macchina è la ragione, ma la ragione come abbiamo visto che la concepisce Hume, la ragione schiava della passioni, ovvero una facoltà (una macchina) in grado di creare un pensiero atto alla realizzazione di uno scopo, dettato dalla passione. Contro la logica causa-effetto, Deleuze (con Guattari) propone la logica mezzi-fini.

Chi accolse favorevolmente l’“Anti Edipo” esaltò questa teoria che rivendicava al desiderio un ruolo centrale come un messaggio di liberazione del desiderio stesso, da usare come ariete contro le strutture coercitive, sociali, politiche, che soffocherebbero il desiderio, riducendo il tutto, però, ad un superficiale slogan di propaganda libertaria (nonché equivocando, come poi diremo, il pensiero di Deleuze e di Guattari). Apparvero così, nella galassia dei movimenti della contestazione del decennio successivo al ’68 gli “anarco-desideranti” che dicevano di rifarsi al pensiero dell’“Anti-Edipo”.

In realtà Deleuze (con Guattari) aveva detto ben altro. Già in proprio, o prima dell’“Anti Edipo” e dell’incontro con Guattari, aveva studiato con Spinoza e Nietzsche (altri suoi punti riferimento insieme al già citato Hume nonché a Bergson, Leibniz, gli Stoici) come sia possibile che si rinneghi il desiderio o, per meglio dire, che il desiderio si disponga come a rinnegarsi a favore di farsi padroneggiare da un altro, da un altro soggetto. Che non è assenza di desiderio, o un suo contrario, ma è un modo, diverso, del desiderio, comunque: lo abbiamo già detto nella cartolina dedicata a Sartre, citando Spinoza e La Boétie, tutto questo avviene per un tornaconto, ovvero la schiavitù è volontaria, è desiderata, è voluta da chi vuole delegare ad altri quelle che sarebbero le sue responsabilità. Il desiderio, dunque, è anche la causa della repressione, altro che esserne il nemico.

Un piccolo libriccino di Deleuze, dedicato a Sacher-Masoch e al masochismo (nella prima edizione italiana è col titolo “Presentazione di Sacher-Masoch”, attualmente è edito col titolo indicato sotto nei “consigli”), era stato chiaro su questo: il masochista non ha un’aberrazione del piacere per cui trova un godimento nell’atto che gli provoca dolore, egli sente dolore come chiunque altro ma quel dolore, quella forma estrema di sottomissione, alla “padrona”, alla “dominatrice”, alla “Venere in pelliccia” vagheggiata da Sacher-Masoch è il prezzo da pagare per un desiderio assolutamente attivo di essere dominato, per le ragioni che abbiamo appena detto. Il masochismo è la “teatralizzazione”, dice Deleuze, ovvero, possiamo dire, la metafora di ogni cessione del nostro potere attivo, consegnato nelle mani di chi disporrà di noi. Nelle mani di tanti possibili padroni: il prete, il guru, il “capo” politico, fino al punto in cui si potrà dire, con Reich, che «il fascismo è stato voluto, desiderato» o, con Nietzsche, che «è per una volontà di potenza che una forza domina, ma è ancora per una volontà di potenza che una forza obbedisce».

Che mica è una resa, anzi, è il godere del vantaggio che da questo gesto ne deriva, ovvero, come già detto precedentemente, delegare le proprie responsabilità e, non solo, è una “conquista”, realizzata però in maniera subdola: il sottomesso conquista la padrona, la dominatrice, la Venere, perché offrendosi al suo servizio fa sì di essere preso da essa, e quindi ottiene di averla vicino, esattamente come avviene in ogni conquista che si svolge nella forma tradizionale, che consiste nel portare a noi l’oggetto del nostro desiderio. Sedurre viene infatti da “se-ducere”, ovvero condurre a sé.

E’ un commercio ipocrita, possiamo dire, com’è ipocrita la recita in forma debole di una volontà che è comunque una volontà e non può dirsi assenza di volontà o, come abbiamo già detto sopra, è un modo, diverso, del desiderio. E’ quel commercio ipocrita, di quell’uomo ipocrita a cui si riferiva Nietzsche nel dire «occorre sempre che il forte si difenda al debole», avendo ravvisato la pericolosità del desiderio nella forma “debole”.

E che si può trovare in una delle lettere che Simone de Beauvoir scrive a Sartre, al tempo in cui questi è mobilitato nell’esercito, dove racconta del rapporto con una delle sue amanti, citata come Védrine, e smaschera con perfezione questa “macchina”. Védrine, ragazza vivace fino a essere ladra di biciclette, si lamenta con Simone del fatto che, mentre lei le si dà completamente, Simone la “prenda” parzialmente, per cui la de Beauvoir dice: «Le ho fatto notare [...] che dare e prendere sono delle strane parole; darsi è la miglior maniera di prendere; e preferirei molto non mi desse tutto il tempo che mi prende», perché il tempo che Védrine dà a Simone è il tempo che prende a Simone, o che Simone viene a doverle dare.

Da cui il discorso sul “Potere” cambia, in Deleuze (e in Guattari), prospettiva: il Potere non è il Leviatano, altro da noi, che ci sovrasta e che ci annulla, ma la costruzione che noi stessi realizziamo cedendogli il nostro potere, il nostro possibile, la nostra libertà. Lo stesso Sacher-Masoch vuole che la moglie diventi la padrona, la crea egli stesso o, come dice Spinoza, «non è il tiranno che fa gli schiavi, sono gli schiavi che fanno il tiranno». Sì, c’è qui il capovolgimento della maniera per cui normalmente crediamo si realizzi un potere, dove il protagonista sarebbe un forte che domina i deboli, mentre ora il protagonista è il debole che crea il forte che lo domini.

E cedere il nostro potere (o la nostra “potenza”, con Spinoza) è farsi prendere dal desiderio dell’altro, dal sogno dell’altro. Sia quando lo cediamo, anche se lo abbiamo ceduto volontariamente, perché diventiamo dipendenti della “padrona”, sia quando lo assumiamo, perché diventiamo dipendenti dei sottomessi, quali Védrine.

E, in entrambi i casi, siamo fottuti. Ma, giova però sottolineare, sempre, che in entrambi i casi siamo andati volontariamente noi a far sì di essere fottuti. Quando ci si è posti in sottomissione come quando abbiamo accettato la sottomissione di chi si sottometterebbe a noi. Insomma, in entrambi i casi e ogni volta che ci facciamo prendere dal sogno dell’altro.


"Diffidate del sogno dell'altro, perchè se siete presi nel sogno dell'altro, siete fottuti."

Consigli di lettura:

Gilles Deleuze, “Il freddo e il crudele”, SE;

Gilles Deleuze - Félix Guattari “Anti-Edipo”, Einaudi.