DAMNATIO MEMORIAE - Samir Galal Mohamed


Samir Galal Mohamed è un nuovo modo di scrivere la crudeltà della quotidianità. Questa prende forma in ogni verso, in ogni periodo inappuntabile, in ogni strofa. Magistralmente utilizzata la punteggiatura che dona ad ogni singola poesia un ritmo serrato, ma chiaro. Una conversazione con l'anima propria messa su carta.

Da questa emerge a puntate tutta la drammaticità del tempo in cui viviamo. Un tempo fatto di luoghi che affiorano nella memoria, di mescolanze di razza, di gesti di riscatto. Una poesia viva, che sembra mutarti mentre la leggi, che funziona nella scorrevolezza dei suoi lunghi versi, intervallati da pause che con grande efficacia regalano il tempo per pensare e per respirare.


Samir Galal Mohamed me lo sono immaginato in ogni verso che ho letto, appare nella mente come se prendesse forma dalle sue stesse parole. Dolore nel ritmo, dolore nei termini: emerge chiaro il sacrificio del poeta all'interno della sua stessa scrittura. Ogni concetto è una lama che arriva dritta al punto, ogni pausa accentua il senso del dolore nello scrivere. Ho sofferto per ogni concetto, mi sono sentito trasportato da tutto questo incedere di trama.


Damnatio Memoriae non ti lascia scampo. Impossibile per me non essere completamente assorbito dalla lettura. Una poesia che definirei “filosofica”, che si aggrappa al consueto per allargarsi al concettuale. Una mirabile capacità di rendere tutto collegato da parte del poeta che non lesina tutta la sua emozione nell'atto del sentire. Samir Galal Mohamed racconta con stile innovativo e attraverso argomentazioni attuali tutta la sua capacità di essere poeta.


Testi estratti dall'opera Damnatio Memoriae:


A un padre

Io sono l’orfano, figlio di un uomo annientatosi nel nome di un’altra identità, dello spirito di un tempo terminale.

Padre mio, imbalsamato. Assimilato fino all’ultimo residuo di paura del non essere consumato, già una vita

hai procrastinato: morte apparente che non si fa dialogo all’infuori di te; ora vedo il tuo, nuovo, tra i corpi di oggi dilaniati dalla storia.


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Le regole di ingaggio non sono mai chiare

Le regole di ingaggio non sono mai chiare. Un tradimento, un abuso, un pestaggio… Un focolaio di essere umani – rilevati dai radar. L’incendio di una tendopoli – rivela il nome comune di un luogo. Se le regole di ingaggio non ci sono mai chiare, queste, al contrario, risultano arcinote. Un silenzio, un sequestro, uno sgombero… L’infinito movimento di un corpo-lince che si smarca, che è complementare a un movimento finito e “segugio”. Quando stringo fra le braccia questo torace, tanto minuto quanto vulnerabile, cerco di non guardarlo negli occhi. Non voglio che veda il mio male, che vi riconosca delle prove, che ne intuisca alcuna profondità. Non perché il mio male sia speciale o abbia qualcosa in più di un altro. Semplicemente, non voglio che ne veda ancora. Dovrà fare i conti con vecchie e nuove regole di ingaggio. Con l’abisso della non decisione per eccellenza. Con la possibilità di divenire umano, di venire meno all’umanità, di divenire qualcosa in meno dell’umano. Occorrerà il rischio di divenire altro: altro per cui sarà valsa la pena lasciarsi guardare, negli occhi, da tutto quel male.


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Scrivere/salvare

Monia Andreani in memoriam

Un indirizzo di casa, un numero di telefono, o un profilo digitale, come triangoli semiotici, senza un referente, semplicemente non funzionano. Per questo, ho cestinato tutte le email che ci siamo scambiati: continuavo a rileggerle. Il morboso che è in me non è poi molto diverso dalla sessione di composizione di una poesia: in perenne agitazione, in stato d’agguato perpetuo. Allora la scrittura si declina in una questione di etica, accoglie il tragico per tornare a parlare di deontologia. La morte di un essere umano, di uno in particolare, agli occhi di coloro che rimangono, mi rende speciale. Scrivo in memoria per scrivere di quanto lavoro ci resta ancora da fare: scrivere, salvare.

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13 marzo 2019

Indurito, il corpo sociale si presenta una matassa impenetrabile, arrugginita da decenni di fondale. Arenaria, alghe, calcare. Un relitto che attende d’essere recuperato, perfino dal mozzo. Un funerale, a Ornans, dove il marrone è il colore della morte e la prospettiva si piega all’altezza della croce.

Luiz e Guilherme, venticinque e diciassette anni, sbraitano io in un delirio d’onnipotenza. Ordinari come nomi, conflittuali quanto i significati. Fanno irruzione: ora in questa giornata, ignava, soleggiata, poi in quella scuola. In tram, sono stato gentile con una giovane madre di due figli. Confido nel fatto che un gesto gentile, inosservato, possa ristabilire l’ordine del mondo. Il migliore, tra i possibili, come voleva Leibniz. Mi percepisco traboccante, ma non provo vergogna. Controllerò meccanicamente le notizie, leggerò dell’irruzione, di dieci morti, studenti e docenti riversati nelle aule, studenti e docenti riversati sulle strade.

Il corpo sociale è una sentina. Vuole e raccoglie parole d’ordine: giacimento, sedimentazione. Sa bene cosa le parole non possono ristabilire, sa bene cosa le parole non sanno ricucire.

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Complementarità del dolore

Ripulire casa, rimuovere ogni prova, ripetere l’operazione. Ribadire uno stato di cose che è andato perduto. Ciò che è inosservabile, persiste – appare sotto ai lampioni, nella camera a nebbia. Il bello e l’orrore tendono spontaneamente alla reiterazione.

Militari e detenuti detengono il primato dei suicidi. Sul web, i jihadisti esultano per l’incendio a Notre Dame. In questo strano gioco delle parti inverse, muore soprattutto chi piantona, gode soprattutto chi muore.

Passo in rassegna ogni interstizio del pavimento. Un capello equivale a un teste inconfutabile, figurarsi una sindrome da bornout… Spesso omicidi e infedeli condividono la stessa ossessione per l’igiene, ma, i pensieri, nella camera a nebbia, non si possono vedere. Si può, soltanto, constatarne gli effetti.

Confinati, processati in contumacia, obliati gli uni sugli altri, i pensieri, come corpi bruschi di lavoro o rovine indifese, persistono. Ribadiscono che uno stato di cose è andato perduto. Idealizzare il dolore, ovvero conviverci e attenersi alle sue disposizioni:

questo lo capiscono tutti o, almeno, credono. Difficile, è riconoscerne la complementarità: o il mio o il tuo. Questo, non lo capisce nessuno.



Samir Galal Mohamed (Sassocorvaro, 1989) è un poeta italiano di origini egiziane. La sua prima silloge, Fino a che sangue non separi, compare in Poesia contemporanea. XII Quaderno Italiano (Marcos y Marcos 2015) poi parzialmente contenuta in Damnatio Memoriae (Interlinea 2020). Suoi testi e interventi appaiono regolarmente in rivistecartacee e on line. Attualmente vive a Milano, dove insegna filosofia e storia nelle scuole superiori.