ELISA MALVONI

INTERVISTA CON L'AUTRICE

a cura di Andrea Terreni


Abbiamo incontrato la poetessa Elisa Malvoni e ne è scaturita una piacevole chiacchierata su quelli che sono i motivi della sua scrittura e del suo sentire.

Una sensibilità che arriva da lontano e che certamente vuol arrivare lontano senza mai perdere di vista le piccole cose che ci circondano.


L'autrice ha pubblicato da poco la sua seconda silloge poetica, "C'è un sacco di spazio sul fondo".


-Elisa Malvoni ritrova la poesia dopo averla persa. Perchè aveva smesso di scrivere?

Da preadolescente quale ero, la poesia non poteva che essere intimistica, ma l'ultima cosa che volevo era espormi proponendo ad altri i miei testi. Poi realizzai che se quelle poesie restavano senza lettori, tanto valeva iniziare a scrivere un diario solo per me, e così la poesia è stata soppiantata dalla scrittura diaristica, per anni.


-Quanto la scrittura è parte della sua vita?

E' un retropensiero persistente, come il desiderio di quelle attività che ci fanno stare bene, ma non abbiamo abbastanza tempo da dedicarvi. È anche urgente: quando mi sorprende una buona suggestione, questa mi regala un verso, una metafora, un haiku abbozzato... Se raccolgo queste parole per tempo e le sviluppo, ho buone speranze che la poesia avrà la forza evocativa per riportarmi in quel momento privato o a quel pensiero empatico ogni volta che la rileggerò.


-Chi è Elisa Malvoni fuori dalle sue pagine?

È una 36enne che piacerebbe alla Elisa Malvoni delle scuole medie, quando aveva iniziato a scrivere. Non le sarebbe bastato avere una sola dimensione, da grande.

Buona parte del mio tempo va al lavoro, mi occupo di comunicazione di prodotto nel settore moda. Ho tanti colleghi di valore che sanno supportarsi vicendevolmente. Per me, sono un motivo di vanto.

Sui social, curo il mio profilo Instagram elisa_malvoni, dove pubblico alcuni dei miei testi e per il quale mi sto esercitando coi selfie.

Ho anche un'anima casalinga: mi piace cucinare e prendermi cura degli spazi che abito.

Vivo con gli auricolari: ascolto podcast, audiolibri e musica almeno 2 ore al giorno.


-Lei si occupa anche di social. Come questi hanno cambiato l'approccio alla poesia?

Nel 2019 ho iniziato a proporre alcuni dei miei testi attraverso Instagram. La brevità richiesta dalla comunicazione sui social è in linea con il linguaggio poetico: i versi stanno comodi comodi in un post o in una gallery. Non ho cambiato né lo stile né i soggetti per diventare una "instapoet", il vero sforzo per me è stato dover aggiungere delle immagini ai testi, per catturare l'attenzione all'estetica, che è regina su Instagram. Da poco sto inserendo anche dei selfie, come mi suggerì un editore, "per dare un volto alle parole".

-Negli ultimi 4 anni lei ha avuto una discreta produzione. Ha modelli o classici di riferimento?

Mi sento vicina ai poeti italiani del Novecento, trovo che il senso di inadeguatezza che hanno saputo raccontare possa prestare delle parole alla generazione dei Millennial. Qualche volta sento il bisogno di prendere rifugio tra cose semplici e ambienti accoglienti, allora mi rivolgo a Saba, Gozzano, Govoni. Se mi va di sognare, apro l'opera di Zanzotto. Mi piace anche seguire autori contemporanei, tra tutti apprezzo Luca Alvino e Mariangela Gualtieri.

Attualmente sul mio comodino ci sono le Odi Elementari di Neruda, la sezione dedicata agli alimenti. Finora è l'unico scrittore straniero che mi sorprende per la purezza delle immagini, degli odori e dei sapori che sa evocare. Vorrei che anche la mia poesia sapesse trasportare emozioni fisiche altrettanto primitive.

-Lo scorso 18 Febbraio è stato pubblicato il suo ultimo libro. “C'è un sacco di spazio sul fondo” cosa racconta di lei? Cosa le aggiunge?

"C'è un sacco di spazio sul fondo" non racconta solo di me, ma di quanti hanno dovuto adattarsi a vivere negli spazi piccoli e ripetitivi durante i mesi di lockdown, zone rosse e arancioni. Sono sicura di non essere stata l'unica a ricordare con affetto i luoghi lontani dove abbiamo viaggiato, e poi a riflettere che "le code, la folla, il traffico... non mi mancano".

Con queste poesie vorrei spiegare che se abbiamo un buon occhio e tutti i sensi accoglienti, il nostro punto di osservazione diventa un baricentro che ci fa sentire in equilibrio tra quattro mura come nei luoghi sconosciuti.

Se la mia prima silloge, "Generazione", documentava mutamenti nel loro divenire, questo secondo libro è un reportage fatto di istantanee di luoghi osservati e vissuti. Li ho ordinati secondo grandezza decrescente, per finire nel microcosmo degli insetti. Ecco perché la copertina raffigura un'ape intenta ad ammirare il tesoro nascosto in una celletta.


Quindi un punto di vista che parte dalle piccole cose. Recuperare i ricordi e le buone abitudini può proteggere da tutto quello che ci spaventa?"Ricordare" rischia di diventare un verbo da nostalgici se lo usiamo per proteggerci dalle paure attuali. Rispetto al passato, per me il presente è un tempo più interessante da vivere e da raccontare. Trovo più spunti oggi che ieri, e mi piace ancora di più descrivere ciò che è altro da me, cose e persone nelle loro esistenze in divenire. Se e quando avrò anni di miei scritti alle spalle potrò esperire l'effetto che mi faranno queste mie poesie nel riportarmi agli anni '20, ma non sono sicura che li userò come letture consolatorie. -Come si vede lei tra qualche tempo? Cosa sogna dentro al suo cassetto?

Sto lavorando per partecipare a qualche reading o festival di poesia, per conoscere di persona altri autori e lettori.

Vorrei che i miei testi contribuissero alla democratizzazione della poesia. Sarebbe bello se il genere poetico perdesse un po' della sua autoreferenzialità da circolino letterario e venisse riscoperto, se nelle librerie prendesse lo spazio dei libri di cucina.


Ringraziamo Elisa Malvoni per la chiacchierata cordiale e piena di spunti significativi. Siamo stati molto felici di averla qui sulle nostre pagine.