EMANUELE MARTINUZZI

INTERVISTA CON L'AUTORE a cura di SONIA AGNESI


Nella lingua inglese la parola "interview" traduce entrambi i termini italiani "intervista" e "interrogatorio": incontrando vari autori ho sempre toccato con mano la ripetitività di questo copione già scritto, in cui l'intervistato è sottoposto a una serie di domande a cui il pubblico lo costringe a rispondere, così come un sospettato è forzato a rispondere alle domande dell'agente. Con Emanuele Martinuzzi, poeta di Prato classe 1981, ho ricercato un nuovo approccio: non un flusso di domande monodirezionale ma un dialogo aperto, uno scambio di esperienze e domande reciproche che arricchiranno i lettori, il poeta stesso, e la sottoscritta.


Che cos'è per Lei la Poesia e quale ruolo ha nella sua vita e, più in generale, in quella degli esseri umani, a suo parere?

È una passione e un amore così profondo e misterioso, quello che provo per la poesia.

Oramai scrivo poesia da molti anni e nel tempo si è modificata, più che evoluta, l’idea e il mio sentire attorno a questo fenomeno, inutile, meraviglioso, miracoloso, ozioso: scrivere è sempre stato per me avventurarmi in territori di assoluta libertà espressiva, dove potersi sperimentare, perdere, dover poter essere sia il monarca che l’esiliato, in uno spazio fuori dal tempo, in un tempo senza più coordinate, in cui il giudizio abituale sulle cose, i sentimenti e il mondo umano si ritrova ad essere per così dire sospeso, lacerato, estraniato, per dare nuova linfa e imprevedibile catarsi all’esistenza, piccola e grande, di un essere umano. La poesia davvero ha avuto in tutti questi anni significati sempre nuovi e sempre antichi, profondi e leggeri, sublimi e quotidiani, è stata la propensione e attrazione verso la metafisica della vita, un passatempo, una terapia per le proprie fragilità emotive e non solo, l’orecchio capace di ascoltarti con pazienza in ogni occasione, le braccia che ti sanno abbracciare o il calore che ti sa respingere, l’unica speranza nei momenti di decadenza. La poesia mi ha a tal punto conquistato da arrivare a ritenere anche l’attesa della poesia, l’assenza dalla poesia e dalla scrittura, come un suo momento. Il blocco dello scrittore è un punto di passaggio fondamentale per chi scrive. Vero è che la poesia sia un qualcosa che il mondo legge sempre meno, molte persone scrivono sempre più, magari anche in modo naif e anti-accademico, ma sempre affascinate dell'autenticità di questa deflagrazione del linguaggio. Quando iniziai a scrivere e per molti anni, ho scritto poesie solo per me stesso: non so se si possa dire che la poesia abbia un ruolo definito e definibile nella mia vita come in quella degli esseri umani, ricercarne i confini, i significati e le possibilità credo sia la cosa fondamentale. Non è importante la meta, ma il viaggio. Non è importante l’identità con sé stessi, ma l’incontro con l’altro.


2. Come si è avvicinato alla poesia e qual è stata l’origine del suo rapporto con essa?

Da piccolo per molti anni ho fatto teatro con il Teatro Metastasio e il TPO di Prato e al Maggio Musicale Fiorentino con il coro delle voci bianche della Guido Monaco di Prato; poi questa bella parentesi si è conclusa, assieme all’infanzia e al suo candore. Alcuni miei cari sono morti e dall’essere un bambino che credeva di far parte di una mitologia senza fine, mi sono ritrovato come un timido e insicuro adolescente con nuovi dubbi, incertezze e speranze. In questo trambusto e passaggio non so come, dalla parola recitata e cantata, ho iniziato a sentire la necessità di avvicinarmi alla parola scritta. Ho incontrato la poesia forse quando cercavo di incontrare di nuovo ciò che era in qualche modo perduto per sempre.

Scrivere poteva essere un incantesimo per cristallizzare l’inevitabile divenire delle cose, o la confusione di un animo che muta e soffre e gioisce. Scrivere è dare un nome alle cose, è costruire mondi che non c’erano prima o che ci sono sempre stati e sempre ci saranno.

Nella poesia si sposano l’innocenza e la dannazione, lo spazio e il tempo, Il nuovo e l’ancestrale sono la medesima cosa. Non ci vuole necessariamente competenza per scrivere poesie, ma abbandono alla libertà dello spirito umano. Credere, sentire, vivere con semplicità è già una poesia. Tutto il resto è una sovrastruttura culturale.


Lei è tra i primi firmatari del Movimento internazionale del Metateismo per un Nuovo Rinascimento, di cui è Coordinatore Nazionale. Ha partecipato poi al progetto parole di pietra – un ponte sull’appennino, assieme a molti altri artisti. Scrive recensioni teatrali per la rivista Teatrionline da molti anni. Ci racconti un po' di questi mondi a me sconosciuti!

Nel 2010 ho deciso di rendere pubbliche le mie poesie e confrontarmi con altre persone, condividendo questa passione e questo tormento. Da lì sono nate bellissime collaborazioni, incontri con nuovi amici, eccezionali artisti che mai avrei pensato nemmeno di incrociare nel mio percorso di vita. L’incontro con il linguaggio della poesia, che avevo vissuto come esclusivo e solitario, mi aveva portato poi verso altri incontri, amicizie e possibilità. Per chi aveva letto da sempre autori di movimenti del passato e avanguardie artistiche ritrovarsi a sottoscrivere un movimento di avanguardia ideato e fondato dal pittore Davide Foschi, non poteva che essere una cosa entusiasmante e stimolante. Per chi aveva da sempre girovagato nella natura della propria amata regione come nella cultura popolare, ritrovare una propria poesia incisa su pietra ed esposta in mostra permanente nel territorio della sambuca pistoiese è stata un’emozione enorme e inaspettata, grazie alla passione della poetessa Sabina Perri, che ha ideato e organizzato il progetto “parole di pietra – un ponte sull’appennino tosco emiliano. Per chi aveva iniziato da piccolo con il teatro ritrovarsi da adulto a scrivere articoli e a vedere bellissimi spettacoli per conto della rivista Teatrionline – il portale italiano dell’informazione teatrale, non poteva che essere un ritorno emozionante su scene vissute nel passato e mai dimenticate. La scrittura e la poesia mi hanno donato sicuramente molto di più di quanto io ho dato a loro. 


Veniamo a "Notturna Gloria". La sua poesia parla d'amore, ne è pervasa e lo evoca con un'impressionante forza espressiva. Quale significato attribuisce all'Amore nella vita degli esseri umani? Pensa che sia l'amore ad essere espresso attraverso la poesia o piuttosto che sia la poesia ad essere espressa grazie all'amore?

Questa raccolta è una discesa negli inferi di ciò che è abbandonato, nelle ombre di ciò che è distrutto o che solo sognato vive nella dimensione dell’irrealtà. Come il poeta Orfeo che discende nell’Ade per salvare il suo amore Euridice, così credo che questa mia raccolta sia un messaggio d’amore e di speranza, che la poesia possa ricostruire ciò che è distrutto, ridare vita a ciò che sembra non averne più e dai sepolcri della storia coltivare la possibilità di una rinascita. Amore e morte sono da sempre inscindibili nella storia, come nella psiche dell’uomo. La poesia credo abbia la capacità di esprimere questa tensione, questa dialettica sofferta e imperfetta. L’amore per ciò che non c’è più o per ciò che mai ci sarà, apre un sentimento e lo trascende da oggetti particolari e finiti verso orizzonti di senso infiniti, verso utopie che bruciano nel fuoco della speranza. La poesia si muove spontaneamente in ciò che è universale e metafisico. Scrivere poesie è un modo per resistere con amore al processo della morte di tutto ciò che tende verso il crepuscolo e vuole dimenticare l’alba a venire.


Le sue poesie sono definite "Poesie filosofiche". È possibile definire la filosofia come "poesia in prosa"? Che rapporto c'è tra le due discipline?

In un bellissimo libro che lessi anni fa, mentre studiavo filosofia, “la fisiologia del mito” di Mario Untersteiner, si parlava già del rapporto tra poesia e filosofia, tra mito e Logos filosofico. Questa relazione nella mia scrittura, ammesso ci sia, vive in modo spontaneo, senza nessuna riflessione o mediazione intellettuale. La poesia è stata per me un modo per conoscermi e conoscere i mondi che ho abitato e che ci attraversano: lo scrivere diventa uno specchio in cui incarnare la mia confusione, le mie fragilità, i miei desideri più nascosti, le mie tensioni più spirituali, quindi alla fin fine la poesia è una filosofia che ama la vita così com’è, si abbandona alla sua insensatezza, abbraccia le sue altezza e le sue miserie.


6. In "Notturna Gloria" la dimensione urbana acquista un ruolo centrale e si traduce in una potente metafora. Che ruolo ha per Lei lo spazio della città e in che modo le esperienze dei suoi viaggi influenzano la sua poesia?

"Notturna Gloria" è un viaggio poetico e visivo attraverso città, che si articolano in tre momenti e tipologie. La prima parte è quella relativa alle città in stato di abbandono o spopolate: sono state prese come riferimento otto città tuttora esistenti e abbandonate sparse da nord a sud, molte delle quali visitate personalmente durante le mie escursioni alla scoperta delle rovine e dei luoghi abbandonati del nostro territorio.

La seconda parte riguarda invece le città scomparse o distrutte, composta da altrettante otto città citate nelle opere di Dante Alighieri, Tito Livio e Plinio il Vecchio oppure in documenti storici comunali, quindi in una specie di viaggio nei territori letterari invece che solo in quelli meramente fisici.

La terza e ultima parte si riferisce alle città immaginarie, composta di cinque città da fonti letterarie e da autori come Pirandello (Montelusa), Calvino (Maurilia e Fedora) e Kubin (Perla) oppure da fonti orali, città immaginarie raccontate da mio nonno sulle origini dei suoi nonni (Sterlingo), in un girovagare nella stessa fantasia. L’idea che sta alla base di questa raccolta poetica e artistica è discendere nelle ombre di ciò che è abbandonato o dimenticato, nel notturno che abita non solo il territorio fisico, ma ancor più metaforicamente l’anima dell’essere umano, per scovare in queste rovine, in questo nulla che sia stato distrutto o mai esistito o solo sognato, un valore, una dignità, una notturna gloria appunto e in questo modo attraverso la bellezza e la creatività tentare un’ascesa dagli inferi dell’indicibile e dell’oblio verso la memoria e una via differente all’idea comune di gloria. La dimensione urbana diventa una potente metafora di una dimensione interiore. "L’anima è una piazza deserta", dico in un verso. E i silenzi, le ombre, gli spazi vuoti ci parlano di altro che sedimenta dentro noi stessi e cerca magari un linguaggio altro per potersi dire. Ciò che di morto abbiamo dentro può essere fonte di rinascita.


Pagina dopo pagina, ho colto elementi che mi hanno fatto pensare all'opera di Eugenio Montale con una gradita nostalgia. È un suo punto di riferimento? Vede davvero nell'opera di Montale una fonte di conoscenza e ispirazione?

Sicuramente leggendo i poeti italiani del Novecento, Montale, Ungaretti, Quasimodo e Luzi, una persona si ritrova senza volerlo in uno scrigno di universi poetici che abitano il suo inconscio di scrittore e che aiutano la sua ispirazione. Ogni pagina letta, ma anche ogni sorriso donato, ogni dolore vissuto, ogni persona incontrata, ogni luogo abitato, ogni tempo

sognato, tutta la bellezza e la follia, diventano linfa per la propria ispirazione, ogni cosa è una musa che può infonderti l’idea o l’intuizione per scrivere, dalla più alta e sublime, alla più misera e tenebrosa. In ogni poesia vivono in modo latente infiniti universi e mondi. Spesso il male di vivere ho incontrato, dentro e oltre la gioia del poetare.


8. Il suo Canzoniere è "Illustrato": cosa ha dettato questa scelta? Esiste un legame tra poesia e immagine, tra ritratto e descrizione? Perché è importante "vedere" la scena descritta dai versi?

Ogni città di questo canzoniere notturno è evocata da una mia poesia e da un disegno del Maestro Gianni Calamassi: ho pensato che fosse una cosa che non avevo mai fatto, un esperimento interessante in cui imbarcarsi quello di associare ad ogni poesia un dipinto o disegno o illustrazione, in modo che le linee e le forme giungessero dove la mia voce poteva arenarsi. Ho pensato subito di proporlo al Maestro Gianni Calamassi, che stimo molto umanamente e artisticamente. E lui con generosità e amicizia devo dire che non solo ha accettato subito, ma si è affidato alle mie decisioni e sensazioni, pur avendo più maturità artistica. Addirittura ha disegnato appositamente per questa raccolta tutta la serie delle città abbandonate o spopolate, prendendo spunto da mie fotografie fatte nel mio girovagare, in uno stile figurativo, mentre per le città scomparse o distrutte ha donato le sue opere astratte e minimaliste e per le città immaginarie alcuni suoi lavori figurativi con ascendenze simboliste e surreali. Chi avrà modo di leggere questa raccolta potrà fare un interessante excursus nella produzione artistica di questo Maestro fiorentino, con opere che vanno dal 1970 al 2019. La mia poesia simbolicamente visiva spero riesca a donare la sua musicalità alle linee poetiche dei disegni del Calamassi in modo da ricostruire in modo sottile e sostanziale questi non-luoghi dell’utopia, queste spazi urbani dell’anima più profonda. L'immagine è costruita attraverso segni linguistici scomponibili come le parole di una poesia e quindi in questa oscura simmetria parole e immagini possono essere i mattoni che edificano uno spazio metafisico, un tempo interiore. Non si vede bene che col cuore: l’essenziale è invisibile agli occhi. Orfeo non può voltarsi e guardare Euridice per il patto che aveva fatto con Persefone, mentre cerca di salvarla e portarla fuori dal regno dei morti, la sua colpa sarà appunto voltarsi per guardarla con gli occhi senza però vederla col cuore. E così vederla scomparire per sempre. Non c’è nessuna città, nessun disegno e nessuna poesia in realtà, se non si riesce ad abituare la vista a questi notturni e tornare a vedere con semplicità la gloria che solo il cuore racchiude nella vita. 


Quali sono i suoi progetti futuri? Ha in mente qualche lavoro/collaborazione/nuova esperienza letteraria? Le piacerebbe affrontare un nuovo genere

Ora come ora la mia prima intenzione dovrebbe essere quella di superare una specie di blocco dello scrittore, che mi porto dietro come una pesante zavorra da quando c’è stato il primo lockdown. Questo periodo protratto di pandemia con tutti gli effetti che ne sono conseguiti mi ha segnato nell’animo e in qualche modo ha arenato nel silenzio il magma che mi abita e che ogni tanto viene fuori nella scrittura. Avrei un’altra raccolta di poesie, frammenti, versi singoli, parole, da pubblicare, anche se scritti non con questo principale intento. Non ultimo è diverso tempo che penso a come sarebbe bello sperimentarsi in nuovi

generi letterari, oltre la poesia, la saggistica e il giornalismo: per esempio mi alletta profondamente l’idea di scrivere in prosa, racconti soprattutto, sarebbe per me un passaggio e cambiamento molto interessante nella mia forma mentis. Uso i social network quasi ogni giorno, non posso dire di essere proprio social addicted o di avere forme di esagerata dipendenza, però il momento della condivisione virtuale delle poesie, che ho scritto e che leggo, delle passeggiate che faccio, dei pensieri che mi vengono in mente, etc. anche per rimanere in contatto con amici, più o meno vicini, è vissuto da me sempre più come fondamentale e quasi ineliminabile. La scrittura è di per sé una relazione magica con se stessi e con il mondo, l’atto dello scrivere, come una parte dell’esperienza della vita, non avrebbe bisogno di altro per essere degno di nota. La qualità o il valore di certi fenomeni non si misurano dal fatto della loro visibilità o perché sono mercanteggiati attraverso il consenso o meno degli altri. Custodire la propria intimità come una caverna di cose preziose da cui la scrittura riesce a tirar fuori diamanti è una prospettiva che ancora mi affascina, anche se non mi appartiene più totalmente.


L'ultima domanda sarà libera. Farà Lei la domanda a sé stesso: potrà raccontare quello che preferisce su una sua opera, sulla sua vita di scrittore, sulla letteratura; o... perché no? Anche diventare intervistatore e rivolgere una domanda a me! Spazio al dialogo!

Si, bellissimo! Mi piace finire questa chiacchierata come un dialogo e quindi, ringraziandola per tutto, le farò una domanda: le è mai capitato di visitare uno dei tanti luoghi storici disabitati o scomparsi presenti sul nostro territorio italiano? E se sì che emozioni ha provato, cosa ricorda, cosa ha pensato?

Un'intervista che finisce con i ruoli che si capovolgono, io che facevo le domande e che adesso mi trovo interrogata: di luoghi storici e non, ormai abbandonati o disabitati, ne ho visti innumerevoli, sia con gli occhi che con la fantasia. Anche la vecchia casa disabitata dei nonni, le città in cui non tornavo da anni che hanno mutato aspetto e il cui ricordo non rimane che uno spettro nel cuore, i luoghi dell'infanzia in campagna,... fanno parte di una nostalgia intima e immortale che ognuno si porta dentro. Se c'è qualcosa che l'opera di Emanuele Martinuzzi mi ha insegnato è che niente muore mai davvero, se vive nel ricordo e

nella memoria custoditi nel tempo.