ieri, oggi, domani: DI BOTTE, DI INSULTI E DI ALTRE POESIE

Breve storia dell’invettiva in versi dall’antica Grecia all’hip hop

rubrica di Lorenzo Indennitate


A cavallo tra il 1995 e il 1996 una serie di diss songs (da disrespectful , «irrispettoso») fra due dei più famosi rapper del momento, Tupac Shakur e Notorious B.I.G., accende la già tesa rivalità fra la scena hip-hop della costa est americana e quella della costa ovest, nata come una competizione tra case discografiche e presto degenerata in uno scontro culturale. La storia fra i due artisti è iniziata nel 1994, quando Tupac è rimasto coinvolto in una sparatoria di cui accusa proprio il rivale, un

tempo grande amico. Quando B.I.G. rilascia il brano Who Shot Ya? (« Chi ti ha sparato? »), Tupac ci legge una rivendicazione dell’attentato ai suoi danni e risponde con Hit ‘Em Up (« Colpiteli »), in cui dopo alcuni insulti personali verso B.I.G. dichiara: this ain't no freestyle battle, y'all niggas getting killed («questa non è una battaglia di freestyle, voi negri verrete tutti uccisi»). Il botta e risposta degenera in un’aperta ostilità: il 7 settembre 1996, Tupac viene assassinato in una sparatoria a Las Vegas; sei mesi dopo, il 9 marzo 1997, anche Notorious B.I.G. rimane ucciso in un agguato a colpi di pistola. La morte dei due artisti, entrambi venticinquenni, spinge finalmente le due fazioni a deporre la contesa. Anche se la follia di questa vera e propria guerra fra scene musicali rimane un unicum , l’uso di insultarsi attraverso le canzoni, detto dissing , è rimasto parte della cultura hip-hop , tanto da diventare ormai quasi un sottogenere o, per così dire, un topos . Il dissing , tuttavia, non è

sicuramente un’invenzione moderna, anzi: contrariamente all’immagine comune del poeta colto, spesso solenne e distante dalla vita più bassa e terrena, l’insulto in versi è antico quanto la poesia stessa.


Iniziamo questo viaggio dalla Grecia. Siamo fra VII e VI secolo a.C., dopo l’epoca dei grandi poemi epici e prima della stagione d’oro del teatro: in questo periodo si sviluppa lo splendido e complesso fenomeno della poesia lirica. Quello che per noi oggi è una mutila raccolta di frammenti era all’epoca un vasto universo di mondi poetici differenti, accomunati dall’uso della musica come accompagnamento. I lirici erano sostanzialmente cantautori, e i più celebri, quelli le cui parole sono sopravvissute fino a noi, erano noti in tutta la Grecia, famosi come oggi potrebbero essere Ungaretti e la Dickinson, o forse piuttosto Bob Dylan e De André. Accanto a vette altissime di lirismo, questi poeti trattavano con confidenza anche le materie più terrene: il verso giambico (da ἴαμβος , «giambo», unità metrica costituita da una sillaba breve ed una lunga), molto simile al ritmo della lingua parlata, era un ottimo mezzo per la poesia comica, per la poesia erotica, così come per dare sfogo ad antipatie e contrasti personali. Padre della poesia giambica viene considerato Archiloco di Paro, vissuto probabilmente a metà del VII secolo a.C., di cui si conservano circa 300 frammenti. Capace di momenti di riflessione sociale ed autobiografica molto profondi, Archiloco fu anche il primo a usare estensivamente il giambo per versi di carattere molto materiale, come: μάχης δὲ τῆς σῆς, ώστε διψέων πιεῖν, / ὣς ἐρέω («di fare a botte con te, come di bere quando ho sete, così ne ho voglia!»). Contrariamente alla maggior parte dei versi che verranno citati in questo viaggio nella poesia più terrena, è probabile che a questa minaccia siano seguiti i fatti, dal momento che Archiloco era un soldato mercenario! Non solo, ma così si esprime

in un altro frammento: ἕν δ᾽ ἐπίσταμαι μέγα, / τὸν κακῶς μ᾽ ἔρδοντα δεινοῖς ἀνταμείβεσθαι κακοῖς («solo una cosa grande io conosco: colui che mi nuoce ricambiarlo con mali terribili»).

Se Archiloco è il padre del giambo, il suo più grande interprete è un altro lirico greco, vissuto a metà del VI secolo a.C., talmente legato nell’immaginario dell’epoca alle tematiche della poesia giambica da essere tradizionalmente raffigurato bruttissimo, quasi deforme, con l’irriverenza scolpita nel volto: Ipponatte di Efeso. Una leggenda circonda questo personaggio così particolare: raffigurato con eccessivo realismo dallo scultore Bupalo, avrebbe bersagliato quest’ultimo con così gravi insulti da spingerlo al suicidio. Anche se la storia è probabilmente falsa, di Ipponatte ci resta davvero un frammento che recita: λάβέτέ μεο ταἰμάτια, κόψω Βουπάλωι τὸν ὀφθαλμόν. / Άμφιδέξιος γάρ εἰμι κοὐκ ἁμαρτάνω κόπτων («tenetemi il mantello, voglio colpire l’occhio di Bupalo. Sono ambidestro e non sbaglio un colpo»). La tradizione giambica, nata dai lirici, attraversa tutta la Storia greca e giunge fino a contaminare Roma, che partorirà taglienti opere satiriche in questo metro. Tuttavia il mezzo privilegiato per l’invettiva, in lingua latina, diventa nel tempo un altro genere letterario: l’epigramma. Anche questo un’invenzione greca, l’epigramma è un tipo di componimento caratterizzato da brevità e grande impatto, nato per le iscrizioni encomiastiche e funerarie, ma gradualmente, per la sua natura molto adatta, sempre più usato per opere sarcastiche e incisive. Uno stupendo autore di epigrammi fu Gaio Valerio Catullo, vissuto nel I secolo a.C., la cui storia d’amore tormentata egli affidò a componimenti entrati nell’Olimpo della poesia. Al fianco dei versi dedicati a Lesbia, però, nel suo Liber vivono anche epigrammi feroci e taglienti, come quelli dedicati a Giulio Cesare, per cui Catullo non nutrì mai alcuna simpatia, nonostante il futuro dittatore fosse amico di suo padre. Un esempio è il Carme 57, in cui Catullo si scaglia contro Cesare e il suo ricchissimo amico Mamurra, insinuando una relazione omosessuale fra i due: Pulcre convenit improbis cinaedis, / Mamurrae pathicoque Caesarique («Si intendono bene quei brutti finocchi, Mamurra e Cesare il passivo»). Nonostante la grandezza di Catullo si esprima anche attraverso i suoi epigrammi, il più grande epigrammista in lingua latina è con ogni probabilità Marco Valerio Marziale. Di Marziale, autore del I secolo d.C., ci è stata tramandata una raccolta di quindici libri di epigrammi, per lo più di argomento leggero e satirico; nelle sue composizioni l’invettiva, benché probabilmente generata da circostanze di vita reale, assume già i contorni di un topos letterario, come dimostra il fatto che molte di queste ingiurie siano rivolte ad altri autori di versi o aspiranti tali, e diverse di queste suonino come risposte a battute ricevute dal poeta, forse sempre attraverso componimenti simili. Un esempio è l’epigramma IV,41, rivolto ad un cattivo declamatore di versi: Quid recitaturus circumdas vellera collo? Conveniunt nostris auribus ista magis («Perché, quando ti accingi a recitare, ti avvolgi la sciarpa al collo? Starebbe meglio attorno alle nostre orecchie»); o l’epigramma I,110, in cui risponde chiaramente ad una critica rivoltagli: Scribere me quereris, Velox, epigrammata longa. Ipse nihil scribis: tu breviora facis («Mi chiedi, Veloce, di scrivere epigrammi più lunghi. Proprio tu che non scrivi nulla: di certo i tuoi son più brevi»). Ma al di fuori della competizione letteraria, la lingua di Marziale sa anche tagliare come scheggia di vetro: Os et labra tibi lingit, Manneia, catellus: non miror, merdas si libet esse cani («Il tuo cagnolino, Manneia, ti lecca labbra e viso: non mi stupisco, ai cani piace mangiare la merda»; I,83). Chissà chi fu la Manneia bersagliata da Marziale, e cosa le fece meritare tanto astio da parte del poeta! Durante il Medioevo nacque fra i trovatori provenzali e catalani un genere letterario che si prestava perfettamente ai litigi in versi: la tenzone.


Originariamente una sorta di dibattito in cui due o più poeti si scambiavano battute attorno ad un tema costruendo un unico componimento, divenne nel tempo occasione per veri scontri, in cui scambiarsi offese con linguaggio anche piuttosto sboccato: non diversamente, in sostanza, da una moderna battaglia rap. A differenza degli esempi visti finora, la tenzone non nasceva da un reale sentimento di astio del poeta, era piuttosto un gioco, un esercizio di stile comico e realistico. In Italia le tenzoni si espressero soprattutto attraverso sonetti, e videro coinvolti anche grandi personaggi della nostra letteratura: la più celebre probabilmente è quella che vide opporsi Dante Alighieri e il cugino di sua moglie, Forese Donati detto Bicci. Fra i due c’era in realtà grande amicizia, ma una opposta fede politica e alcune serate di libertinaggio che probabilmente i due condivisero fornirono l’occasione per questo scambio di battute salaci, con cui si accusarono reciprocamente di impotenza, codardia, povertà e gola (Dante, nella Commedia , metterà Forese fra i golosi del Purgatorio). Sul piano poetico la competizione è davvero impari: Forese è un verseggiatore modesto, mentre Dante, benché con uno stile comico ed un registro linguistico molto basso, è sempre Dante: sia un esempio l’esordio del terzo sonetto che indirizza a Forese, in cui, in soli quattro versi, lo accusa di avere padre ignoto (per gli atteggiamenti libertini della madre), di gola e di ruberie: Bicci novel, figliuol di non so cui / (s’i’ non ne domandassi monna Tessa), / giù per la gola tanta rob’hai messa, / ch’a forza ti convien tôrre l’altrui.


È tremendamente affascinante ritrovare le dinamiche che oggi appartengono alla cultura hip-hop , le cui origini si trovano tra le strade del Bronx, nella poesia medievale, e non nei versi di poeti da osteria, ma in quelli dei più famosi autori dell’epoca. Come a dire che nulla s’inventa, in fondo, che tutto torna. E se c’è una cosa che l’arte ci insegna è che nell’uomo, ieri come oggi e domani, convivono purezza e grettezza, lirismo e volgarità, la più alta spiritualità e la più terrena bassezza.