IERI, OGGI, DOMANI: Il filosofo che divenne imperatore

Marco Aurelio e la bellezza sul trono di Roma

Accampamento di Bononia, venti miglia a nord della fortezza di Sirmio (Serbia). È il 180 d.C., l’esercito romano è impegnato da anni in una logorante guerra contro le popolazioni danubiane. All’interno della sua tenda, l’anziano imperatore non si sente bene. Ormai è ricoperto dei segni sulla pelle portati dalla malattia di cui sono morti così tanti abitanti dell’Impero: sente i brividi della febbre, la spossatezza. Si è subito isolato: guai se dovesse contagiare qualcuno, le epidemie negli accampamenti sono la peggiore delle piaghe. Fa entrare solo i medici, anche se sente che non possono fare molto per lui. La fine si avvicina, e va bene così: la affronterà come ha sempre affrontato ogni cosa.


È tempo di lasciare il corpo e riunirsi agli dèi. Prima, però, si può forse scrivere qualche altra pagina. Si alza a fatica e raggiunge lo scrittoio, dove trova le pergamene contenenti il diario che ha tenuto negli ultimi anni. Τὰ εἰς ἑαυτόν, l’ha intitolato, (A sé stesso), nella lingua dei suoi amati filosofi: uno zibaldone con le riflessioni che ha condotto fra sé e sé per tutta la vita. Vicino alle pergamene, un pennino e le tavolette per appuntarsi i nuovi pensieri. Si siede, prende in mano il pennino. Ancora qualche pensiero da scrivere, da fissare in parole che forse qualcuno leggerà in futuro. Ormai saranno gli ultimi.


Facciamo un salto indietro nel tempo. Siamo a Roma, nel 138 d.C.: alla morte dell’imperatore Adriano, malato da tempo, viene nominato princeps il suo figlio adottivo, Antonino. La successione è stabilita da tempo, e non ci sono intoppi: Antonino è un uomo giusto e rispettabile (verrà ricordato con il soprannome di Pius), e senza indugi il Senato lo proclama imperatore. Tutti a Roma in questo momento sono sereni e fiduciosi - tutti tranne uno: il figlio adottivo di Antonino, il giovane Marco Aurelio. L’adozione di Marco da parte di Antonino è stata voluta da Adriano alcuni mesi prima, ed è anche in questo caso finalizzata alla successione sul trono imperiale. A differenza però di Antonino, un cinquantenne con alle spalle una vita piena di incarichi importanti, Marco nel 138 ha diciassette anni e non ha mai mostrato alcun interesse per la politica. È un giovane riservato e modesto, che vive una vita lontana dai riflettori, e non ha nessuna ambizione di potere; le cose che muovono il suo cuore sono il pugilato e il gioco della palla, per cui ha una grande passione, e soprattutto la filosofia. Grazie ad anni di intenso studio Marco ha imparato a parlare e scrivere in Greco come in Latino, e ha iniziato a nutrire un amore incondizionato per il pensiero greco, soprattutto quello stoico.


La scuola stoica, nata fra il IV e il III secolo a.C., predica la sovranità della logica su ogni elemento del mondo: saggio è colui che assume comportamenti guidati dal pensiero razionale e non dai sentimenti. Il dominio sulle passioni (apatìa) è il fondamento di una buona vita; la sorte, pianificata dalla logica universale, non deve essere temuta dal filosofo, ma accettata con animo sereno. Sin da adolescente Marco Aurelio subisce il fascino del pensiero stoico, e inizia ad agire e comportarsi come un filosofo, tenendosi lontano dalle passioni, indossando abiti semplici, dormendo per terra. Possiamo facilmente immaginare, quindi, quanto sia difficile per Marco, le cui inclinazioni lo spingerebbero verso la meditazione, ritrovarsi all’improvviso sotto gli occhi di tutti, adottato come nipote dall’imperatore e al centro della vita politica romana. È disorientato, non vorrebbe lasciare la casa dove è cresciuto, non vorrebbe occuparsi di affari di Stato. Eppure proprio la sua formazione filosofica lo spinge ad accettare con abnegazione quello che vede come un dovere nei confronti della patria.


Durante l’impero di Antonino Marco ricopre molti incarichi, fra cui il consolato, insieme al fratello adottivo Lucio Vero. Vive gli impegni pubblici non con passione, ma come un dovere da compiere con spirito di sacrificio, e cerca non senza difficoltà di conciliare la vita di palazzo con le sue tendenze filosofiche. Gli sarà sicuramente stato d’aiuto questo pensiero, che scriverà anni più tardi nel suo A sé stesso:


Οὐδαμοῦ γὰρ οὔτε ἡσυχιώτερον οὔτε ἀπραγμονέστερον ἄνθρωπος ἀναχωρεῖ ἢ εἰς τὴν ἑαυτοῦ ψυχήν, μάλισθ' ὅστις ἔχει ἔνδον τοιαῦτα, εἰς ἃ ἐγκύψας ἐν πάσῃ εὐμαρείᾳ εὐθὺς γίνεται

«In nessun luogo più dolce e tranquillo della propria anima l’uomo può ritirarsi, soprattutto l’uomo che abbia dentro sé quelle idee che, al contemplarle, ci si trova subito in una completa serenità» (IV,3)


Nel 161 l’imperatore muore, all’età di settantacinque anni, e Marco è l’erede designato al trono. Rispettando devotamente il volere di Antonino, Marco si impone con il Senato affinché al fratello Lucio vengano concessi i suoi stessi onori, nonostante sia sotto gli occhi di tutti che Lucio abbia meno capacità di lui: dimostrazione, questa, di quanto per Marco fosse forte il senso di responsabilità nei confronti del padre adottivo. Per la prima volta nella sua Storia Roma è ora governata da due imperatori contemporaneamente, anche se nei fatti il prestigio e l’autorevolezza di Marco sono maggiori rispetto a quelli di Lucio - uno stato delle cose che lo stesso Lucio rispetterà sempre. I primi anni dell’impero di Marco e Lucio sono sereni: Roma prospera, i due reggenti amministrano con giustizia e sono amati dal popolo, e questo permette a Marco di dedicarsi ancora allo studio. La serenità, però, non è destinata a durare: a partire dal 161 la Roma di Marco Aurelio viene funestata da una quantità di sciagure.


Nell’autunno del 161 il Tevere esonda, allagando la capitale e devastando varie comunità italiche. Ne segue una carestia, dovuta alla morte di molti animali e alla perdita di interi raccolti: contrariamente a come spesso avvenuto in passato, gli imperatori aprono le porte dei granai di Roma anche alle popolazioni italiche colpite dalla sciagura. Sempre nel 161 ha inizio una guerra ad Oriente contro i Parti, annosi nemici di Roma, che durerà fino al 166: la campagna in Asia viene condotta da Lucio, mentre Marco resta a Roma ad amministrare l’Italia. La guerra si conclude con una vittoria, e Lucio torna a Roma trionfante. La gioia, però, dura davvero poco: l’esercito tornando dall’Asia porta con sé una malattia molto contagiosa, nota alla Storia come peste antonina (probabilmente vaiolo o morbillo), che funesterà l’Impero per almeno vent’anni. In questo periodo di grande sofferenza economica, Marco mette all’asta numerosi oggetti personali di grande valore, e utilizza il ricavato per sostenere la popolazione piegata da una lunga guerra, da carestie, dall’epidemia. Alla fine degli anni ‘60 le popolazioni a nord dell’Impero iniziano ad agitarsi, portando avanti una serie di incursioni all’interno del confine sul Danubio che richiedono l’intervento dell’esercito. Lucio parte per il nord, ma prima di poter ottenere dei successi significativi, all’inizio del 169, muore, probabilmente proprio per la peste che ha portato anni prima dall’Asia. Marco, rimasto solo al comando dell’Impero, deve ingaggiare una lunga guerra contro i Germani, che si chiude solo nel 175 con il ristabilimento dei confini.


Marco non è un soldato, non è a suo agio con la guerra, e si affida molto ai suoi generali, di cui ha grande stima. Un passaggio del suo A sé stesso ci illumina sul suo atteggiamento nei confronti di sottoposti e collaboratori:


Δύο ταύτας ἑτοιμότητας ἔχειν ἀεὶ δεῖ· τὴν μὲν πρὸς τὸ πρᾶξαι μόνον ὅπερ ἂν ὁ τῆς βασιλικῆς καὶ νομοθετικῆς λόγος ὑποβάλλῃ ἐπ' ὠφελείᾳ ἀνθρώπων· τὴν δὲ πρὸς τὸ μεταθέσθαι, ἐὰν ἄρα τις παρῇ διορθῶν καὶ μετάγων ἀπό τινος οἰήσεως

«Devi sempre avere propensione per queste due cose: la prima, fare solo ciò che la logica del sovrano e del legislatore suggerisce per il bene degli uomini; la seconda, cambiare opinione, qualora ci sia vicino qualcuno che ti corregge e ti conduce via da un certo pensiero» (IV,12)


La pace con le popolazioni del nord dura poco: nel 177 Quadi e Marcomanni ricominciano a mettere pressione sul confine danubiano. Marco parte alla testa dell’esercito, accompagnato dal figlio Commodo: non tornerà più a Roma. Nel mezzo di un’offensiva per respingere i barbari, nel 179, l’imperatore si ammala, probabilmente di quella stessa peste che ha ucciso Lucio e così tanti Romani. L’esercito si ritira nei pressi della fortezza di Sirmio, dove si cerca di prestare soccorso all’imperatore, ma ormai non c’è più niente da fare per lui e lo sa anche Marco Aurelio. Con lo stoicismo che lo ha accompagnato per tutta la vita Marco affronta l’ultima sfida a viso aperto, senza paura. Si raccomanda con il figlio che la campagna sia conclusa onorevolmente per il bene di Roma; rincuora gli amici e i collaboratori. Infine, il 17 marzo 180, Marco Aurelio abbandona la vita.


Il bilancio del suo passaggio sulla Terra è quanto mai singolare. Marco viene ricordato dai Romani come uno dei «buoni imperatori», per la sua equità, per la sua mitezza, per la sua prontezza nell’aiutare la popolazione nei numerosi momenti difficili che il suo Impero ha visto. Ma questa immagine è resa ancora più straordinaria dal fatto che Marco Aurelio non ha mai voluto essere imperatore: un uomo riservato, incline alla riflessione e alla vita semplice, che si è ritrovato suo malgrado a dover portare sulle spalle il peso del più grande Impero del mondo, e lo ha fatto con giustizia ed abnegazione.


La sua unica opera, A sé stesso (nota anche con i titoli di Pensieri o Colloqui con sé stesso), pur essendo impregnata di filosofia non ha la pretesa di essere un trattato filosofico, manca di sistematicità e talvolta di una visione coerente. Eppure è una lettura estremamente interessante, perché la sua natura di diario, di raccolta di pensieri vari ed incostanti, apre ancora oggi una finestra con vista sull’anima di uno dei personaggi più affascinanti dell’antichità. Un’anima nobile, capace di pensieri profondi e poetici, finita per caso a giocare il gioco spesso sporco del potere.


In un passo del libro III Marco scrive:


«Bisogna osservare quei dettagli che si aggiungono ai fenomeni naturali e che hanno un qualcosa di gradevole e attraente: [...] nelle olive ben mature proprio l’essere vicine al marcire aggiunge una certa bellezza al frutto, e così anche le spighe incurvate verso il basso, lo sguardo feroce del leone, la bava che cola dalla bocca del cinghiale, e molte altre cose che viste da sole sono lontane dall’esser belle, ma ugualmente aggiungendosi ad un fenomeno naturale lo rendono più bello e affascinante. Perciò uno che abbia sensibilità e intelligenza [...] saprà osservare con piacere le fauci delle belve [...] e vedere con occhi saggi la bellezza matura di un vecchio o d’una vecchia, o la graziosità di un fanciullo, e noterà altre cose che non si palesano a tutti, ma solo a chi davvero è amante della Natura e delle sue opere» (III,2)


Pensate a quanti uomini di potere vi vengono in mente, che siano in grado di scrivere qualcosa di così bello: scommetto che non saranno molti.