ieri, oggi, domani: IL FRAGILE EQUILIBRIO

Eleganza e male di vivere nella poesia di Orazio


una rubrica di Lorenzo Indennitate


Vorrei sapere a che cosa è servito /

vivere, amare, soffrire /

spendere tutti i tuoi giorni passati /

se presto hai dovuto partire.


Questi versi di Francesco Guccini (In morte di S. F.) continuano a ronzarmi in testa mentre mi appresto a scrivere. Ho sempre pensato che in qualche maniera racchiudessero in poche, semplici parole una delle più grandi verità che si possano raccontare sull’essere umano. Del resto, alzi la mano chi non ha mai avuto un senso di vertigine e di angoscia pensando a quanto sia assurdo affaticarsi per imparare a vivere, sapendo bene come dovrà finire la corsa. Ecco: immagino che nessuna mano si sia alzata. Eppure, siamo tutti qui ad affannarci, a fare del nostro meglio per imparare le regole di un gioco che cambia in continuazione. La vita dell’uomo è un groviglio insensato di contraddizioni: la necessità di vivere viaggia insieme con la consapevolezza di quanto sia assurda la vita, la paura con il coraggio, l’odio con l’amore, l’ingegno con l’istinto. L’incoerenza è la cifra dell’animo umano: in questo senso, forse non c’è mai stato un poeta più umano di Quinto Orazio Flacco.

Se pure qualcuno fra i lettori non conoscesse il suo nome, conoscerà sicuramente alcune delle sue parole: carpe diem, nunc est bibendum, aurea mediocritas, est modus in rebus, tutte queste espressioni partorite dalla sua mente sono entrate a far parte dell’uso comune nella nostra lingua. E non certo senza motivo: la poesia di Orazio è la cosa più vicina alla perfezione che la letteratura latina abbia mai prodotto. La sua eleganza è frutto di uno straordinario equilibrio fra un coinvolgimento emotivo sincero e una profonda analisi intellettuale, fra la spontaneità del talento e il lungo lavoro di perfezionamento, il celebre labor limae. Grazie alla sua arte, nonostante

un’origine umilissima (il padre era un liberto), a quarant’anni Orazio è uno dei poeti più famosi di Roma, celebrato e imitato da tutti, l’autore di riferimento dell’Imperatore Augusto.

Ma dietro a questa immagine luminosa, dietro all’equilibrio si cela un uomo tormentato, pieno di ombre e contraddizioni, che sentirà sempre di non riuscire a trovare il suo posto nel mondo. Schivo e solitario di carattere, diviene uno dei volti più riconosciuti di Roma, ma non è fatto per la vita mondana verso cui la fama lo spinge: preferisce passare le sue giornate lontano dalla città, nella villa in Sabina donatagli dal grande amico e mentore Mecenate. Diventa amico di Augusto e suo autore di riferimento, per lui compone un canto celebrativo di Roma e del potere imperiale, il famoso Carme saeculare; ma quando l’imperatore gli propone di diventare il suo segretario personale, Orazio inventa acciacchi e scuse, e rifiuta: non può tollerare l’idea di una vita di impegni pubblici, per quanto prestigiosa possa essere. Non solo: a poco più di vent’anni, durante le guerre civili successive alla morte di Cesare, Orazio ha combattuto nella battaglia di Filippi sotto il comando di Bruto e Cassio, proprio contro Augusto, in difesa delle morenti istituzioni repubblicane.

Come può un uomo che ha rischiato la propria vita per un’idea diventare amico ed estimatore dell’uomo che l’ha distrutta? Anche se la critica moderna ha spesso e un po’ troppo facilmente bollato Orazio di servilismo, la questione è più complessa. Orazio è un uomo fragile e insicuro, pieno di angosce e incapace di sentirsi a suo agio nel mondo, che ha combattuto, sì, per la Repubblica, ma, per sua stessa ammissione, per nulla gloriosamente, abbandonando la posizione per salvarsi la vita. Con ogni probabilità in cuor suo non gradisce l’Impero, ma lui non è Catone, il senatore che nel 46 a.C., davanti alla vittoria di Cesare e alla fine delle speranze della Repubblica, si è tolto la vita. Orazio è un uomo venuto al mondo per contemplare il mondo e scrivere poesia, e quando la sorte gli presenta Mecenate e Augusto, che gli permettono di vivere la vita per cui è nato, non ha il coraggio, e magari neppure l’interesse, di perdere l’occasione per motivi di ideologia. Può forse apparire opportunistico agli occhi di chi legge i suoi versi duemila anni dopo, in un tempo di pace e di infinite possibilità. Ma in fondo, non tutti nascono per combattere: l’essenza di alcune persone sta nel cogliere, e se ci riescono nel condividere, con sovrumana sensibilità quelle piccole cose della vita che non cambiano al cambiare dei regimi, che muovono gli animi umani sin dalla notte del tempo, e probabilmente lo faranno sempre.

Nella solitudine della sua villa in Sabina, Orazio compone a partire dal 30 a.C. un’opera stupenda: i Carmina (Odi in italiano), una raccolta di 104 poesie di vario argomento, che prendono ispirazione dalla grande lirica arcaica greca. Il valore letterario dei Carmina non si può descrivere in poche parole: basti sapere che i poeti rinascimentali ne faranno uno dei modelli per eccellenza della poesia umanistica e classicista. All’interno dell’opera convivono temi molto differenti: ci sono le odi di impegno civile e quelle che invitano ad un’esistenza ritirata e contemplativa, quelle dominate da sentimenti d’amore e d’amicizia e quelle in cui l’angoscia sembra inguaribile. Scrutando oltre la meravigliosa bellezza del verseggiare oraziano, si scorge qualcosa di molto intimo e sincero che a tratti emerge dalla lettura dei suoi versi. Di tutte le crisi di coscienza, gli imbarazzi e le profonde riflessioni, quello che probabilmente più affligge Orazio per tutta la vita è la paura della morte. Una paura viscerale, la più umana di tutte, che a momenti lo attanaglia e rende assurdo ai suoi occhi il

vivere. Durante gli anni della sua istruzione, ad Atene, Orazio si avvicina all’Epicureismo, che

grazie ai suoi insegnamenti sul distacco dalle passioni e sul vivere il momento presente, lo aiuta molto a convivere con questa angoscia: grazie alla dottrina di Epicuro la mente di Orazio riesce ad arginare una sensibilità fuori dal comune con una grande lucidità, e a riversare entrambe queste anime nella sua poesia. Tuttavia questa angoscia rimane, annidata nel cuore del poeta, e pronta di quando in quando a straripare, mal celata dalla perfezione formale.

Una delle odi che più ci permette di sbirciare oltre le parole nella mente di Orazio è la I,9: in essa tutti i colori della sua anima convivono e si mescolano, in quadro di assoluta bellezza. Il carme si apre con un paesaggio invernale, scorto in lontananza, forse dalla finestra della villa di Orazio: il poeta si rivolge ad un amico, Taliarco, e gli dice: Vides ut alta stet nive candidum / Soracte nec iam sustineant onus / silvae laborantes geluque / flumina constiterint acuto («Vedi come, bianco d’alta neve, si erge il monte Soratte, e più le selve affaticate non sostengono il peso, e per il gelo acuto stanno immobili i fiumi»). In questo inverno rigido e vuoto di vita è facile vedere il peso dell’esistenza, esposta alla sorte come un albero lo è agli elementi. Ma Orazio non è in mezzo alla neve, la vede da lontano, e infatti continua: Dissolve frigus ligna super foco / large reponens atque benignius / deprome quadrimum Sabina / o Thaliarche, merum diota («Dissolvi il freddo mettendo abbondante legna sul fuoco, e versa generosamente, o Taliarco, vino di quattro anni da un’anfora sabina»). Ecco, a contrasto con il monte innevato, le uniche cose che possono rinfrancare l’animo umano dalle sue fatiche: il calore dell’amicizia e i piaceri genuini del corpo, come il buon vino.

Da questo quadro prende le mosse una riflessione sulla vita in genere di stampo molto epicureo: non ha senso preoccuparsi di ciò che è fuori dal nostro controllo, delle cose su cui solo gli dei e la sorte possono porre le mani, né preoccuparsi di un futuro che in nessun modo possiamo conoscere, bisogna godere del momento presente: Permitte divis cetera [...] Quid sit futurum cras, fugequaerere et, / quem Fors dierum cumque dabit, lucro / adpone («Lascia il resto agli dei [...] Quel che sarà domani, non chiederlo, e i giorni che ti darà la Sorte segnali come guadagno»). Ecco lo stesso tema del celebre carpe diem, l’insensatezza di conoscere il futuro: l’insistenza di Orazio su questo tema tradisce l’importanza che ha nella mente del poeta, mentre scrive a Taliarco (sulla cui effettiva esistenza sono stati espressi molti dubbi) egli parla a sé stesso, si dice «smetti questa

angoscia per qualcosa su cui non hai potere!».

L’ode prosegue invitando ancora Taliarco, che deduciamo essere giovane, a dedicarsi al presente (nunc, «ora») e ai piaceri sinceri del corpo e dell’animo: nec dulces amores / sperne, puer, neque tu choreas, / donec virenti canities abest («e non disprezzare, ragazzo i dolci amori e le danze, finché dalla tua verde età è lontana la vecchiaia»). E ancora prosegue ancora esortandolo: Nunc et campus et areae / lenesque sub noctem susurri / composita repetantur hora, / nunc et latentis proditor intimo / gratus puellae risus ab angulo («Adesso il Campo [Marzio] e le piazze, ora si cerchino i lievi sussurri all’ora concordata sul far della notte, ora il gradito riso che rivela la fanciulla nascosta in un angolo»). Queste immagini poetiche raccolgono l’essenza della giovinezza, della voglia di vivere. La ripetizione del nunc ci ricorda la più famosa ode I,37, scritta per celebrare la morte di Cleopatra, nemica del nascente Impero: Nunc est bibendum, nunc pede libero / pulsanda tellus («Ora bisogna bere, ora con piede libero bisogna battere il terreno»); tuttavia, mentre nella I,37 Orazio si sente di prendere parte alle danze, nel nostro caso è chiaro come ne prenda le distanze, come tratteggi la giovinezza dalla prospettiva ritirata di chi ormai ne è uscito, e neppure volendo potrebbe prendere di nuovo parte a quei giochi. Come guardava il rigido inverno del monte Soratte dalla sua finestra, così Orazio guarda da lontano la vita spontanea, fisica, autentica dei giovani, senza potervi partecipare: forse è questo il prezzo da pagare per proteggere un animo fragile da una vita troppo difficile.

Questa prospettiva distante non impedisce al poeta di chiudere l’ode con un’immagine di sublime dolcezza e sensibilità, che cattura in un piccolo gesto qualcosa che non si potrebbe spiegare in mille trattati: pignusque dereptum lacertis / aut digito male pertinaci («[ora] il pegno strappato dal polso, o dalle dita che lo trattengono appena»). Un ragazzo che ruba un braccialetto a una ragazza, promessa di un incontro futuro in cui glielo restituirà, e la ragazza che finge solo di trattenerlo, e se lo fa sfilare tra le dita: per essere una persona che ha vissuto la vita dalla finestra, bisogna dire che Orazio la sa raccontare bene.