ieri, oggi, domani: IL SILENZIO DELLA CENERE

Un filo nero di lutto da Catullo a Foscolo

di Lorenzo Indennitate


Una lettera infausta viaggia per le strade di Roma. La porta un giovane servo, chissà, o forse un messaggero a cavallo. Sappiamo che la notizia che porta viene da lontano: ha attraversato mezza Europa, e ora sfreccia per la città eterna, fino alle mani di Gaio Valerio Catullo. Chissà cosa prova, mentre la legge. Chissà se piange, se si dispera. Chissà se sulla lettera sono scritte poche parole asciutte, o se la mano che avvisa Catullo della tragedia ha messo pathos nelle sue righe. Chissà.

Siamo nel 60 a.C. Il giovane Catullo, probabilmente ventiquattrenne, si è da poco trasferito a Roma dal nord Italia, dove è nato da una famiglia di spicco della nobiltà veronese: è a Roma da meno di un anno, quando riceve la notizia della morte del fratello. Il dolore è straziante. Anche se non possiamo vedere Catullo, due carmina del suo Liber , il 65 e il 68, ci tramandano intatta la voce disperata del poeta: Etsi me assiduo confectum cura dolore / sevocat a doctis virginibus («Benché l’affanno mi allontani, consumato dall’incessante dolore, dalle dotte Muse»; 65); tu mea tu moriens fregisti commoda, frater [...] omnia tecum una perierunt gaudia nostra, («morendo hai distrutto ogni mio bene, fratello, con te perì ogni mia gioia»; 68). Come se il lutto da sé non fosse abbastanza, aggiunge dolore al dolore il non poter piangere il fratello sul suo sepolcro: egli infatti è morto nella Troade (oggi Turchia), e in un’epoca che non conosce aerei né navi a motore attraversare l’Europa per terra e mare è troppo rischioso e costoso per farlo per necessità così private. I viaggi così lunghi si fanno per denaro, o per la guerra. Passano dunque alcuni anni, e sono gli anni che consegnano Catullo alla Storia della Letteratura: gli anni della tormentata storia d’amore con Clodia (Lesbia nei versi del poeta), dei basia mille e del passer . Nel 57 a.C. Catullo ottiene uno dei pochi incarichi di un’esistenza spesa lontano dai riflettori della vita pubblica: farà parte della scorta di Gaio Memmio, che si reca in Bitinia (anche questa una regione dell’odierna Turchia), dove è appena stato nominato propretore. Il viaggio è lungo e deludente per Catullo, che non ne ricava, come sperato, alcun guadagno economico. È tuttavia l’occasione di fermarsi, sulla via del ritorno, a rendere finalmente omaggio alla lapide del fratello scomparso anni prima. La visita al sepolcro ci è stata tramandata da un breve, splendido componimento: il Carmen 101. Il Catullo che scrive questi versi non è più quello dei toni accesi e disperati dei carmina citati in precedenza. Gli anni che sono trascorsi hanno trasformato la ferita sanguinante in una cicatrice; la continua mancanza di denaro, la storia con Clodia, i litigi, i tradimenti, il lungo viaggio appena fatto, tutto questo ha fatto invecchiare rapidamente il poeta. I primi versi subito ci fanno sentire la stanchezza del viaggio, fisico e non solo: Multas per gentes et multa per aequora vectus / advenio has miseras, frater, ad inferias («Viaggiando attraverso molti popoli e distese del mare giungo,

fratello, a queste misere esequie»). L’uomo che sta davanti al sepolcro è un uomo disilluso e stanco: il suo rapporto con la morte non è più quello di chi la teme e la rifugge, ma quello di chi, con amarezza, la accetta, sapendo che a questa tremenda ingiustizia nessuno di noi può sottrarsi. Parla, sì, col fratello, ma sa che nessuna risposta può arrivare: ut [...] mutam nequiquam alloquerer cinerem («affinché potessi parlare, invano, con la tua muta cenere»). Catullo si congeda dal fratello morto, lasciando forse le ultime lacrime sul suo sepolcro, ma sapendo che porterà per sempre dentro il dolore. Gli ultimi versi sono strazianti: haec [...] / accipe fraterno multum manantia fletu, / atque in perpetuum, frater, ave atque vale («accogli, fratello, questi doni molto grondanti di pianto fraterno, e, in eterno, riposa in pace»). Gli ultimi due termini, ave e vale , qui tradotti liberamente con l’espressione moderna «riposa in pace», sono due formule di saluto, che avremmo potuto tradurre con «addio e addio»; tuttavia, entrambi i verbi, benché all’epoca di Catullo fossero da lungo tempo cristallizzati come saluti, avevano originariamente il significato di «stare bene». Dunque è un po’ come se Catullo si congedasse dal fratello trovando fra le lacrime una dolcezza, quasi augurandogli una buona sorte, in quel mondo misterioso e intangibile che c’è oltre il velo

della morte.


Quante persone, nel corso dei secoli, avranno trovato conforto ai loro dolori in questa poesia? A quanti avrà toccato l’anima il lucido dolore di Catullo? Non è possibile rispondere a questa domanda, naturalmente. Possiamo però essere certi che il poeta di Verona abbia avuto almeno un lettore illustre, dato che Ugo Foscolo lo cita nel suo sonetto del 1803 In morte del fratello Giovanni .



Nel 1801 il fratello minore di Foscolo, ventenne, muore a Venezia, probabilmente suicida. Foscolo in quel momento si trova a Milano, reduce dall’esperienza militare nella Guardia Nazionale al fianco delle truppe francesi di Napoleone: anche per lui, come per Catullo, la lontananza dal fratello e, qui, dalla madre, non può che rendere più crudele il dolore della perdita. A due anni di distanza dalla scomparsa del fratello Foscolo dà alle stampe le sue Poesie , fra cui si trova anche il sonetto dedicato al fratello. I debiti con l’opera di Catullo sono evidenti, soprattutto nella forma, a cominciare dall’esordio del sonetto che quasi cita il carme 101: Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo / di gente in gente, mi vedrai seduto / su la tua pietra, o fratel mio . Qui però il riferimento al viaggio ha un sapore diverso, perché mentre Catullo fa cenno al viaggio in Asia che lo ha portato fino al sepolcro del fratello nella Troade, Foscolo scrivendo queste parole pensa ai suoi anni di guerre, all’esilio, alle speranze destinate alla frustrazione con cui assiste ai tentativi di far nascere dalle repubbliche napoleoniche un’Italia finalmente unita. Poco più avanti nel sonetto, ecco un’altra citazione quasi letterale, che segue Catullo nel sottolineare l’inutilità del dialogo col sepolcro: la madre or sol, suo dì tardo traendo, / parla di me col tuo cenere muto . Tuttavia, se anche Foscolo prende senz’altro le mosse dal carme catulliano, si sviluppa poi in idee personali e con un sapore diverso. Se, infatti, il componimento di Catullo suona come un congedo non solo dal fratello, ma dal pianto e dalla disperazione, come un lucido benché amareggiato tentativo di scendere a patti con la morte, la voce di Foscolo risuona carica di un dolore ancora intatto e pungente; non solo, il poeta veneziano lamenta un'avversità della sorte nei suoi confronti ( sento gli avversi Numi, e le secrete / cure) che sembra non riuscire a tollerare. È importante notare che, mentre Catullo scrive dopo aver visto finalmente il sepolcro del fratello, Foscolo è ancora lontano: Giovanni è morto, e lui non può ancora consolare il pianto della madre, né onorare la sua lapide. Non era questa la vita che il giovane veneziano dai sogni rivoluzionari aveva immaginato per sé: questo di tanta speme oggi mi resta! , con questo disarmante verso si apre la terzina conclusiva del sonetto. In Foscolo il dolore si è trasformato non in amara rassegnazione, ma in disperato cinismo, e in chiusura del sonetto profetizza per sé stesso una triste morte, ancora lontano dalla patria. È triste pensare che la profezia di Foscolo non fu vana: il poeta tornò a Venezia, rivide gli affetti e con ogni probabilità si recò anche sulla tomba di Giovanni; tuttavia non molti anni dopo dovette affrontare un nuovo esilio, che lo portò, davvero, a morire solo, povero, e molto lontano da casa.