ieri, oggi, domani: L'ANZIANA E L'EROE

La poesia delle piccole cose nell’epica di Callimaco


rubrica di Lorenzo Indennitate


Alla morte di Alessandro Magno, nel 323 a.C., il vasto impero che il Macedone aveva conquistato si smembrò in pochi decenni in una serie di regni e potentati, decretando la fine del suo sogno di unire politicamente la Grecia al vasto Oriente. Se sul piano politico il progetto di Alessandro ebbe vita brevissima, su quello culturale la contaminazione fra la tradizione greco-macedone e quelle delle molte regioni assoggettate dal re durò decisamente più a lungo, dando origine ad uno dei più straordinari periodi culturali della Storia: l’Ellenismo. Durante questo periodo ogni forma d’arte fu rinnovata profondamente, i modelli antichi vennero messi in discussione e ci si aprì a nuove influenze e sperimentazioni, in un clima di fervore culturale paragonabile al Rinascimento italiano e a pochi altri momenti.

In questo eccezionale clima si muove la nostra vicenda: siamo agli inizi del III secolo a.C. ad Alessandria d’Egitto, che durante l’Ellenismo è il centro del mondo, almeno per quanto riguarda la cultura. La città ruota intorno all’immensa biblioteca fatta costruire da non molti anni dalla dinastia regnante, quella dei Tolemei: qui lavora, con l’essenziale compito di catalogare la mole di volumi conservati dalla biblioteca, Callimaco di Cirene, uno degli uomini più eruditi e degli scrittori più fecondi dell’intera antichità. La comunità letteraria di Alessandria è infiammata da uno scontro ideologico fra sostenitori di modelli classici di poetica, che guardino ad Omero e al grande poema epico, e i portatori di una poetica nuova, fatta di eleganza, ricercatezza, componimenti brevi e incisivi: fra questi c’è anche Callimaco, che nonostante l’enorme quantità di testi che compone è un poeta di una finezza unica, che, con le sue stesse parole, «detesta il poema ciclico» (Ἐχθαίρω τὸ ποίημα τὸ κυκλικόν, in un suo celebre epigramma). Lo scontro fra i due fronti è acceso, critiche e insulti si sprecano: basti citare il celebre prologo degli Aἴτια, una delle più note opere callimachee, in cui si lancia in una difesa dei propri ideali poetici e in una critica ai suoi avversari, che lo accusano di non essere in grando di comporre un poema epico, e che sono qui definiti Telchini (demoni della mitologia, caratterizzati dall’invidia): μηδ' ἀπ' ἐμεῦ διφᾶτε μέγα ψοφέουσαν ἀοιδήν / τίκτεσθαι· βροντᾶν οὐκ ἐμόν, ἀλλὰ Διός («non chiedetemi di comporre un canto che produca grande fragore: non è cosa mia tuonare, ma di Zeus!»).

Spinto forse da queste critiche, tuttavia, Callimaco si decide infine a tentare la strada dell’epica, ma a modo suo, senza rinnegare la sua anima poetica, e con l’intento di dimostrare che si può scrivere un poema senza rinunciare all’eleganza e alla profondità di pensiero. Scrive infatti un epillio, un poemetto di carattere epico ma di dimensioni contenute, che resterà come un piccolo, misterioso gioiello nella Storia della letteratura: l’Ecale. Il mistero legato a questa opera è dovuto al fatto che purtroppo ci è giunta in uno stato estremamente frammentario: grandi porzioni di testo si sono perdute, compromettendo perfino la nostra conoscenza di alcuni passaggi della trama. Ci resta tuttavia abbastanza per intuire quale meraviglioso esempio di poetica dovesse essere. La storia è questa: il giovane Teseo, eroe dell’Attica per antonomasia, anni prima dei giorni del Minotauro e del filo di Arianna, si reca da Atene alla vicina Maratona per catturare un enorme toro che sta tormentando gli abitanti dell’area (lo stesso toro, peraltro, della fatica di Eracle, che una volta portato via da Creta si è stabilito in quei luoghi). Lungo la strada viene colto di sorpresa da una tempesta, e trova rifugio nella casa di un’ospitale vecchietta, Ecale, che lo accoglie, gli dà da mangiare e lo ospita per la notte.


Della scena della cena nell’umile casa di Ecale ci rimangono brevi frammenti non sempre facili da ordinare e interpretare, ma si percepisce bene come sia soprattutto in questo episodio che giace la forza innovatrice della poesia di Callimaco. La storia di Teseo, storia di eroi perfetti e grandi imprese, viene bruscamente interrotta dalla tempesta, e i versi dell’epillio iniziano a soffermarsi con grazia su cose lontanissime da quello che dovremmo trovare in un poema epico: seguiamo Ecale che si muove nella piccola casa, spacca la legna, prepara un’umile cena per l’ospite: τὸν μὲν ἐπ ̓ ἀσκάντην κάθισεν [...] αἶψα δὲ κυμαίνουσαν ἀπαίνυτο χυτρίδα κοίλην [...] ἐκ δ’ ἄρτους σιπύηθεν ἅλις κατέθηκεν ἑλοῦσα / οἵους βωνίτῃσιν ἐνικρύπτουσι γυναῖκες («lo fece sedere sul lettuccio [...] e subito tolse dal fuoco la cava pentola che ribolliva [...] e, prendendoli dal paniere, pose in abbondanza pani / simili a quelli che per i bovari conservano le donne»). Riuscite ad immaginare Teseo, il figlio del re, lo stesso eroe che ucciderà il minotauro, seduto ora a mangiare il cibo dei bovari, in una casa così piccola che Ecale dovrà dire, dopo la cena, λέξομαι ἐν μυχάτῳ («io dormirò in un angolo [della casa]»)? Callimaco dipinge un eroe che, anche se nel seguito dell’epillio combatterà le sue battaglie e verrà glorificato, è capace ora di mostrarsi umano, di conversare quasi da pari con la più umile delle vecchie, e la sua poesia sottolinea questo ribaltamento di prospettive soffermandosi sulle piccole cose, sui dettagli della quotidianità più semplice e più vera.

I due personaggi passano la notte a parlare: sappiamo che Ecale racconta a Teseo la sua triste vita, la perdita di due figli, uno dei quali per mano di un uomo di nome Cercìone (folle re di Eleusi dalla forza mitica, che sfidava i viaggiatori alla lotta per poi averne la meglio ed ucciderli); che Teseo le racconta di aver ucciso Cercìone, e che questo li fa sentire vicini; che il mattino dopo Ecale aiuta l’eroe a vestirsi, ed appoggiandosi al suo bastone lo accompagna fino alla strada che lo condurrà ad un destino di gloria. La parte relativa alla lotta di Teseo con il toro, alla sua vittoria e ai festeggiamenti del popolo in suo onore è quella di cui ci restano i frammenti più estesi, e i toni del poeta sono qui più vicini a quelli dell’epica classica, benché Callimaco non rinunci ad una particolare ricercatezza nello stile. Sulla via del ritorno, l’eroe si ferma alla casa di Ecale per salutare la donna, ma lì scopre che la vecchia è morta, e trova degli uomini che le stanno erigendo un tumulo. La reazione di Teseo alla notizia della morte di Ecale doveva essere una scena carica di pathos, ma purtroppo non possiamo leggerne che poche parole; sappiamo però che sul luogo della sepoltura Teseo fa costruire un tempio dedicato a Zeus, protettore dei viandanti, che in onore della donna che lo ha ospitato verrà detto Zeus Ecaleo. L’epillio rivela così la sua natura eziologica, ovvero di opera composta per raccontare l’origine mitica di qualcosa: qui, appunto, il tempio di Zeus Ecaleo. E anche in questo Callimaco si mostra per l’elegante e sensibile innovatore che è: il genere del poema eziologico viene da lui stravolto, poiché fa derivare il nome del tempio di cui narra le origini da un personaggio umile, ricordato dalla Storia per l’unico merito di aver aperto la sua piccola casa ad un viandante in difficoltà. La poesia degli umili entra così nell’epica e la contamina, la rinnova, in un modo mai visto prima ma destinato a durare. In quello che probabilmente è l’ultimo dei frammenti a noi noti dell’Ecale (ordinare i frammenti non è sempre facile), Teseo prende commiato dalla donna che l’ha ospitato con una formula intrisa di tenerezza: ἴθι, πρηεῖα γυναικῶν, / τὴν ὁδὸν ἣν ἀνίαι θυμαλγέες οὐ περόωσι («vai, dolcissima fra le donne, per la via che non è percorsa da affanni e dolori del cuore»). Quasi sicuramente non era questa la conclusione del poemetto, che avrà raccontato forse il ritorno dell’eroe ad Atene, ma è bello in fondo che per noi l’Ecale finisca con questi versi: Teseo saluta l’anziana che ha conosciuto in una breve parentesi e riprende la sua strada; Callimaco saluta i suoi personaggi e torna a generi più di suo gusto, sapendo di aver lasciato un segno nella tradizione epica destinato a durare.