ieri, oggi, domani: LA MANO SOVRANA DEL POPOLO

Femminismo e democrazia ne Le Supplici di Eschilo


rubrica di Lorenzo Indennitate


Siamo ad Atene, nel 463 a.C. In città sono i giorni delle Grandi Dionisie, la festa annuale in onore del dio Dioniso, durante la quale si svolgono celebri agoni di poesia tragica che contrappongono i più grandi drammaturghi dell’Attica e non solo. Ognuno dei tre poeti in gara deve presentare una trilogia di tragedie, e un dramma di argomento satiresco in chiusura. La polis è in fermento: stranieri dalle città alleate e dal resto della Grecia sono accorsi per assistere alle parate, agli

spettacoli e alle notti di baldoria e bevute. La giornata di oggi è dedicata alle opere del più famoso autore in gara: Eschilo. Il teatro di Dioniso si riempie di gente; entrano gli attori; si comincia.

L’emozione di assistere ad uno spettacolo teatrale doveva essere, nell’antichità, non molto diversa da quella che proviamo oggi. Le più grandi tragedie antiche, quelle sopravvissute all’usura dei secoli, proponevano attraverso argomenti mitici tematiche contemporanee, in cui ognuno degli spettatori potesse riconoscere qualcosa di sé e della sua vita, su cui si potesse stimolare un dialogo. Questa è sempre stata la forza dell’arte drammatica, e della letteratura in genere. Della trilogia proposta da Eschilo nel 463 a.C., anche se conosciamo il contenuto e brevi frammenti di tutte e tre le opere, è arrivato integro fino a noi solo il primo dramma: Le Supplici . Nonostante sia uno dei testi teatrali più antichi che si conoscono, questa tragedia ha una forza ancora intatta, e un’importanza del tutto particolare nella Storia, non solo quella della letteratura.

Questo è l’antefatto: in un tempo mitico prima della Storia, Danao ed Egitto, fratelli, regnano sull’Egitto assieme; il primo ha cinquanta figlie, il secondo cinquanta figli. Per assicurarsi una discendenza, Egitto decide di far sposare ai propri figli le figlie di Danao; queste però rifiutano le nozze, e davanti al tentativo di imposizione degli uomini sono costrette a fuggire insieme al padre attraverso il mare, verso la Grecia. La tragedia si apre con il coro delle cinquanta Danaidi vicino ad un altare comune fuori dalle mura di Argo, città dove ha avuto origine la loro stirpe. Esse attendono l’arrivo del re di Argo, Pelasgo, a cui chiederanno asilo e difesa contro i malvagi cugini.

Il primo nodo interessante della tragedia è il motivo per cui, con tanta fermezza e disperazione, le ragazze rifiutano il matrimonio. In alcune versioni del mito, a Danao era stato profetizzato che avrebbe trovato la morte per mano di un nipote, e per questo lui stesso aveva vietato l’unione alle figlie. Di questo, però, Eschilo nella sua opera non fa menzione, così come non sembra dare peso all’incestuosità del matrimonio fra cugini, pratica del resto sicuramente non estranea alla cultura greca del V secolo a.C. Le ragazze di Eschilo invece rifiutano i figli di Egitto per la loro tracotanza ( ὕβρις ) e violenza, ma non solo: sembrano infatti fuggire non tanto quel matrimonio, ma il matrimonio, in quanto sottomissione della donna all’uomo. Così si esprime il coro nei primi versi della tragedia: Δίαν δὲ λιποῦσαι / χθόνα σύγχορτον Συρίᾳ φεύγομεν [...] αὐτογενεῖ φυξανορίᾳ (fuggiamo lasciando la terra divina al confine con la Siria [...] per la naturale avversione al matrimonio); e ancora più avanti, dialogando con il re Pelasgo: μή τί ποτ’ οὖν γενοίμαν ὑποχείριος / κράτεσιν ἀρσένων ( «che io non diventi soggetta al dominio dei maschi»).

In un tratto di Storia durante il quale le donne non hanno voce, Eschilo attraverso il mito tratteggia delle donne che con fierezza e decisione rivendicano la loro libertà dal giogo dell’uomo: il coro delle Danaidi vibra di una coscienza e di una fermezza che rimarranno impareggiate per molti secoli. E questa pretesa di indipendenza viene sostenuta, alla fine, da Pelasgo, che accorda dopo alcuni tentennamenti la protezione della città alle ragazze. Nel finale della tragedia, in un’emozionante scambio fra il re e l’emissario degli Egizi, che viene a reclamare le donne per i suoi padroni, Pelasgo si erge a difensore della libertà delle Danaidi contro i violenti stranieri con queste parole: Ταύτας δ’ἑκούσας μὲν κατ’εὔνοιαν φρενῶν ἄγοις ἄν («Queste [donne] potrai condurle, ma se concordi e secondo la [loro] disposizione d’animo»).

Oltre a questo insolito ritratto femminile, c’è un’altra questione importante in questa tragedia, qualcosa che le riserva un posto speciale nella Storia dell’Occidente. Davanti alla necessità di decidere se abbandonare le Danaidi al loro destino o accoglierle, andando incontro ad una probabile guerra con l’Egitto, il re Pelasgo percepisce che la questione è troppo più grande di lui, perché riguarda tutti i cittadini di Argo, e nonostante le esortazioni delle donne («La città sei tu, tu il popolo, un capo libero da ogni controllo») decide infine di rimettere la decisione ad una votazione popolare, una χειροτονία (votazione per alzata di mano). Pensate come può essere stato, nell’Atene del V secolo a.C., che da pochi decenni aveva istituito, prima nella Storia, una società democratica, sedere al teatro di Dioniso e vedere, fra musica e danze, un grande re del mito riconoscere in versi che neppure la sua autorità può decidere degli interessi del popolo. Eschilo sa che non si può attribuire ad un passato così lontano il termine democrazia , e allora ci gira attorno, lo scompone: ed ecco che la votazione attorno a cui ruota tutta la tragedia diventa nei versi del coro δήμου κρατοῦσα χείρ , ( demou kratousa cheir ) , «la mano sovrana del popolo». È la prima volta nella Storia che si può leggere, seppur camuffata e scomposta, la parola democrazia ; e a pronunciarla è un coro di donne che lottano per la propria libertà.

Sappiamo che le peripezie delle Danaidi non finivano con questo dramma; che nelle altre due tragedie della trilogia la guerra veniva vinta dagli Egizi, che le donne andavano in spose agli odiati cugini, e che la prima notte di nozze ognuna di loro, tranne la più giovane, Ipermestra, uccideva il proprio marito. Questo tuttavia non toglie valore al personaggio di Pelasgo, il re illuminato che anticipa la democrazia, né alla poesia magnifica con cui le Danaidi qui rivendicano la propria indipendenza. E neppure ci impedisce di immaginare di uscire dal teatro, le orecchie ancora piene di versi e melodie, il cuore ancora gonfio per la mano sovrana del popolo che abbiamo visto difendere la libertà, e dirigerci a casa, un po’ più fieri, stasera, di essere Ateniesi.