IERI, OGGI, DOMANI: La voce degli Sconfitti

Properzio e il difficile rapporto col potere imperiale

una rubrica di Lorenzo Indennitate


Con la vittoria su Marco Antonio e Cleopatra, nel 31 a.C. presso il promontorio di Azio, Ottaviano mette fine alla lunga serie di guerre civili che ha funestato il I secolo a.C., e prende in maniera definitiva il potere su Roma. Nei decenni che seguiranno egli plasmerà, con il nome di Augusto, la società romana a sua immagine e somiglianza, decretando la morte della Repubblica e la nascita di uno dei più grandi Imperi della Storia. Storia che, come recita il proverbio, è scritta dai vincitori, e Augusto è decisamente uno di questi. Il suo regno è ricordato come un periodo glorioso di ricchezza e stabilità, con il nome evocativo di Pax Romana; sotto di lui fioriscono le arti, la bellezza di Roma viene rinnovata da grandi opere pubbliche, e sono scritte alcune opere immortali, come le Metamorfosi di Ovidio e i Carmina di Orazio. Ma non è tutto oro quel che luccica. Benché le istituzioni repubblicane fossero fragili da prima di Augusto, e abbiano già subito un duro colpo da parte di Giulio Cesare, il cambiamento per la società romana è notevole: Augusto è, essenzialmente, un dittatore, e far accettare pacificamente ai Romani la nuova realtà non è sempre semplice. I seguaci di Antonio e gli irriducibili sostenitori della Repubblica vengono braccati e ridotti al silenzio; la stabilità interna e le grandi opere sono finanziate da numerose campagne di conquista all’estero. Ma soprattutto, Augusto inizia un’immensa campagna propagandistica, facendo pressione sugli artisti di ogni genere e creando il mito di Roma signora del mondo. È in questo contesto che nasce, ad esempio, l’Eneide di Virgilio.


In questi anni si trova a Roma un giovane talentuoso di nome Sesto Aurelio Properzio. Viene

dall’Umbria (è nato ad Assisi nel 49 a.C.), una terra martoriata nel 41-40 a.C. dalla rivolta di proprietari terrieri guidata dal fratello e dalla moglie di Marco Antonio, Lucio e Fulvia, e sedata nel sangue da Ottaviano. Properzio, che in questi eventi ha perso il padre e visto confiscare le terre della sua famiglia, si trasferisce a Roma insieme alla madre, che cerca ancora molto giovane di instradarlo alla carriera forense. Il giovane però non ha molto interesse per il Foro: inizia invece a scrivere poesia e a frequentare i circoli letterari della capitale. Nel 28 a.C. Properzio pubblica il primo dei suoi quattro libri di elegie, che intitola, in Greco, Monòbiblos, «libro unico». Le 22 poesie del libro sono dominate e accese, come da tradizione della poesia elegiaca, dall’intenso amore del poeta per una donna di nome Cinzia, un amore ora tormentato e fisico, ora decisamente idealizzato, che viene immediatamente presentato come argomento principale del libro:


Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis, / contactum nullis ante cupidinibus

(«Cinzia per prima, coi suoi occhi, catturò me misero, che nessuna passione aveva toccato prima»; primi versi del primo componimento).


In uno schema tipicamente elegiaco, Cinzia viene dipinta come una domina, a volte angelica a volte tremendamente terrena, che fra litigi e tradimenti gioca col cuore del povero Properzio, vittima del mal d’amore.


Il successo del Monòbiblos attira sul suo autore l’attenzione del più importante circolo letterario diRoma, gestito dal ricchissimo Mecenate e molto vicino ad Augusto: Properzio, che è un giovane autore e ha bisogno di dare la maggior risonanza possibile ai suoi scritti, accetta di farne parte. Ora, il circolo di Mecenate, che ha finanziato i più grandi autori della latinità e a cui dobbiamo opere straordinarie, è anche un formidabile mezzo di propaganda per l’imperatore: al suo interno circolano gli ideali della politica augustea, e tutti gli artisti che ne fanno parte finiscono, prima o dopo, per scrivere opere sulla grandezza di Roma e del suo nuovo padrone. Non passa infatti molto tempo prima che Mecenate inizi a mettere pressione su Properzio affinché si dedichi ad una poesia più elevata, rispetto a quella breve e intimistica del genere elegiaco, e a temi di maggiore impegno civile. Properzio, però, non ne vuole sapere: per lui la poesia è poesia d’amore, e nient’altro.


Fra il 28 e il 25 a.C. scrive il suo secondo libro di elegie, ed è una netta presa di distanza rispetto all’ideologia augustea. Benché sia meno omogeneo del primo dal punto di vista contenutistico, anche questo libro è dominato dal tema amoroso, e vi campeggiano i mille risvolti della storia con Cinzia. L’elegia proemiale del libro, ovvero la prima, consiste in una lunga recusatio, un rifiuto alle insistenze letterarie di Mecenate: in essa Properzio giura, forse per addolcire la risposta, che se potesse cantare grandi imprese canterebbe quelle di Augusto, ma, scrive,


nec mea conveniunt duro praecordia versu / Caesaris [...] condere nomen

(«non si adatta al mio cuore celebrare con duri versi il nome di Cesare»)


e, poco più avanti,


navita de ventis, de tauris narrat arator [...] nos contra angusto versantes proelia lecto: / qua pote quisque, in ea conterat arte diem

(«il marinaio racconta dei venti, l’agricoltore dei tori [...] io, invece, delle lotte che si agitano sull’angusto letto: ognuno nell’arte in cui è versato trascorra il giorno»).


È una dichiarazione di poetica, ma è anche un deciso sottrarsi all’ideale di poeta proposto dalla propaganda di Augusto. Questa presa di posizione si fa sentire ancora più nettamente in un altro componimento del secondo libro, la II,7, che prende le mosse dall’abrogazione di una legge che obbligava gli uomini a sposarsi, e che avrebbe quindi allontanato Properzio e Cinzia, che era una cortigiana. Dallo spunto personale il poeta inizia una riflessione sul rapporto fra amore e potere, affermando che neppure Giove può dividere due innamorati, e arrivando a scrivere:


“At magnus Caesar”, sed magnus Caesar in armis: / devictae gentes nil in amore valent («[mi dici:]

“Ma Cesare è grande!”, sì ma è grande in armi: a nulla valgono in amore i popoli sconfitti»),


come a voler sottrarre il regno dell’amore, in cui come abbiamo visto si muove l’arte di Properzio, al potere dell’imperatore. E ancora insiste, Properzio, e dice:


unde mihi patriis natos praebere triumphis? / nullus de nostro sanguine miles erit [...] tu mihi sola places: [...] hic erit et patrio nomine pluris amor

(«perché offrire i miei figli ai trionfi della patria? Dal mio sangue non nascerà alcun soldato [...] [Cinzia,] tu sola mi piaci: [...] questo amore varrà di più del nome di padre»).


Il poeta rifiuta l’idea della paternità, strettamente legata ad un matrimonio legittimo che con Cinzia sarebbe stato impossibile, e lo fa opponendosi chiaramente al regime, che in quel tempo incoraggia i Romani a fare figli per contrastare da offrire alla gloria della patria.

L’atteggiamento di Properzio cambia però nel 22 a.C., con la pubblicazione del suo terzo libro di elegie. Se infatti nei primi due libri l’amore per Cinzia era stato tema unico e dominante, in questo la poesia di Properzio si apre a più ampi orizzonti, e il suo approccio si fa meno intimistico e più solenne. Nelle prime tre elegie del libro, che hanno funzione di proemio, egli si propone come «Callimaco romano», e prendendo a modello il celebre poeta greco si pone come obiettivo una poesia erudita e raffinata, con finalità celebrative ed eziologiche. Cinzia è ancora presente, ma non è più l’unica protagonista; inoltre il rapporto fra i due si fa sempre più difficile, in un crescendo di tensione che porta, nell’ultima elegia del libro, ad una rottura definitiva:


Quinque tibi potui servire fideliter annos: / ungue meam morso saepe querere fidem

(«Per cinque anni potei servirti fedelmente: spesso rimpiangerai la mia fedeltà mordendoti le unghie»).


Il progressivo allontanarsi del poeta da Cinzia lascia spazio ad una nuova poesia di tipo diverso, encomiastica e celebrativa, già da alcune elegie del terzo libro (III,4, III,22); ma ancora più evidente questo cambiamento di rotta con il quarto ed ultimo libro, pubblicato nel 16 a.C., e con le cosiddette “elegie romane”, 5 componimenti che si propongono di avere carattere eziologico e di celebrare le virtù e la grandezza di Roma, in quello che sembra finalmente un abbracciare, da parte di Properzio, la propaganda del regime augusteo. Certo, lo fa a modo suo, con una poesia raffinata ed intelligente, e non vuotamente servile, ma siamo comunque molto lontani dall’atteggiamento di rifiuto e quasi di ribellione dei libri I e II.


Viene dunque da chiedersi, a cosa è dovuto questo drastico cambiamento di posizione in Properzio? La conversione ideologica degli ultimi due libri è sincera o è ipocrisia? È motivata da una ricerca di maggior fama, o in qualche modo Properzio è stato messo con le spalle al muro? Con il poco che sappiamo, oltre a quello che leggiamo nelle sue opere, sulla vita personale di Properzio, è impossibile dare una risposta che vada oltre le mere congetture. Certo non si può negare che l’inversione di rotta fra le fiere recusationes del secondo libro e le “elegie romane” del quarto sia notevole, come è anche certo che, mentre nel primo periodo del suo regno Augusto lascia grande libertà artistica agli autori, nella seconda parte inizia ad ingerire sempre più pesantemente, soprattutto dopo la morte di Mecenate nell’8 a.C.: sia d’esempio la vicenda di Ovidio, esiliato dal regime per un misfatto legato ai suoi scritti, su cui non si è mai riusciti a fare chiarezza. Di più, purtroppo, non è possibile dire con certezza. Tuttavia, la breve ma intensa carriera di Properzio ci lascia sicuramente la testimonianza di una difficile adesione all’ideologia imperiale, in un periodo rimasto nella memoria storica come uno dei più aurei e stabili della storia romana. La Storia è scritta dai vincitori, sì, ma l’arte di Properzio ci impone, a duemila anni di distanza, di ascoltare la voce di uno sconfitto.