ieri, oggi, domani: LA VOCE DELLA GRECIA

Le Filippiche di Demostene e la disperata difesa della Grecia

una rubrica di Lorenzo Indennitate


Il sole è alto sul colle. L’aria freme dei clamori della folla che rumoreggia e strepita, accompagnando i discorsi degli oratori ora con acclamazioni di sostegno ora con grida di rifiuto.

L’oratore di turno termina il suo discorso e lascia la ribalta, accompagnato dalle esclamazioni del popolo; ma ecco che d’un tratto la folla si cheta, in attesa. Si prepara a parlare uno degli uomini più attesi dall’assemblea, forse il più atteso di tutti. Se aveva ragione Guccini, nella sua Locomotiva, quando cantava che «gli eroi son tutti giovani e belli», decisamente quest’uomo non ha l’aspetto di un eroe: ha passato i quarant’anni, non è particolarmente imponente né virile, stravagante nel portamento, la voce tutt’altro che stentorea e potente, le tracce di un vecchio difetto di pronuncia che lo rendono ancora, talvolta, buffo da ascoltare. Ha tuttavia una forza d’animo e un fuoco negli occhi che rendono impossibile ignorarlo. Questo è il suo momento, lo ha atteso per dieci anni, e non se lo lascerà sfuggire. Siamo ad Atene, nel cuore della più antica democrazia del mondo: sulla collina di Pnice si è riunita l’Ecclesia, l’assemblea popolare che riunisce tutti i cittadini aventi diritto per decidere delle questioni fondamentali della città. L’anno è il 341 a.C., ed è un momento cruciale della storia ateniese. Sono lontani i tempi gloriosi delle Guerre Persiane, in cui Atene per due volte guidò i Greci uniti contro l’invasore; sono finiti anche i tempi dell’egemonia interna alla Grecia, quando Atene dominava, indiscussa, sulle altre poleis: la lunga guerra contro Sparta, alla fine del secolo scorso, ha tolto alla città il suo primato e parte del suo prestigio, e adesso un nuovo nemico è alle porte. La Macedonia, un tempo un piccolo regno a nord della Grecia, è spinta ora fuori dai suoi confini dal re Filippo II (il padre di Alessandro Magno), che, un po’ con la forza un po’ con un astuto uso della diplomazia, ha conquistato città e territori in Grecia, ed è arrivato a minacciare la libertà delle poleis maggiori. L’uomo che si appresta a parlare davanti agli Ateniesi conosce bene la

situazione. Non solo ha partecipato alla delegazione che ha concluso la fragile pace che per ora protegge Atene dal colpo di grazia di Filippo, ma è stato fra i primi, quando ancora la città non voleva o non riusciva a vedere quale minaccia costituissero i Macedoni, a chiedere, venendo deluso, la guerra contro di loro. Il suo nome è Demostene, ed è uno dei più grandi oratori della storia greca. Poco più di dieci anni prima Filippo è entrato, chiamato in aiuto dalla città di Larissa, in un conflitto fra le maggiori città della Grecia per il controllo del santuario di Delfi. A Filippo, in realtà, non importa un granché del santuario, ma era molto tempo che aspettava un’occasione per espandersi verso la Grecia: dopo alcuni scontri, Filippo devia la sua attenzione verso la Tracia, il suo vero obiettivo, con la quale si garantisce finalmente uno sbocco sul Mar Egeo e sul Mar Nero. Questo naturalmente fa suonare un campanello d’allarme in molti Greci, che intuiscono i veri pian espansionistici del Macedone: fra questi, ad Atene il più importante è sicuramente Demostene, che nel 351 a.C. pronuncia davanti all’Ecclesia la prima di tre orazioni, dette Filippiche, dal momento che sono incentrate sullo spronare gli Ateniesi a prendere le armi contro il re macedone.

Demostene apre la Prima Filippica con un accorato rimprovero ai suoi concittadini: rinfaccia loro il declino politico e militare subito dalla città negli ultimi decenni, additando come colpevole l’indecisione e lo scarso coraggio della città nei momenti cruciali. E con Filippo, dice, sta accadendo la stessa cosa: Atene si è già vista sottrarre delle terre dai Macedoni, ma continua a rimanere inerte: συνελόντι δ' ἁπλῶς ἂν ὑμῶν αὐτῶν ἐθελήσητε γενέσθαι, καὶ παύσησθ' αὐτὸς μὲν οὐδὲν ἕκαστος ποιήσειν ἐλπίζων, τὸν δὲ πλησίον πάνθ' ὑπὲρ αὐτοῦ πράξειν, καὶ τὰ ὑμέτερ' αὐτῶν κομιεῖσθ[ε] («se insomma vorrete divenire padroni di voi stessi, e ognuno cesserà di non agire, sperando che gli altri agiscano per lui, allora recupererete ciò che è vostro»). L’orazione di Demostene è molto tecnica, piena di dettagli sul piano militare da intraprendere, anche se qua e là si lascia andare a toni più passionali: πότ' οὖν, ὦ ἄνδρες Ἀθηναῖοι, πόθ' ἃ χρὴ πράξετε; ἐπειδὰν τί γένηται; («Quando dunque, Ateniesi, farete ciò che è necessario? Cos’altro deve accadere?»).

La sua voce, però, non viene ascoltata. Non bisogna infatti pensare che, solo perché ai nostri occhi il piano di Filippo sembra evidente, la cosa fosse così chiara anche agli Ateniesi: molti cittadini erano contrari ad un’azione contro i Macedoni, forse per ingenuità, sicuramente perché spinti da una parte dei politici che auspicava una collaborazione col re. Fra questi, il più celebre è senza dubbio Eschine, che a partire da questa vicenda e poi per tutta la vita avrà con Demostene una perpetua rivalità, combattuta a suon di orazioni pubbliche e reciproche accuse.

Nel 347 a.C., dopo che, come previsto dalla Prima Filippica, i Macedoni hanno proseguito la loro espansione ai danni delle poleis, Eschine e Demostene si trovano insieme a far parte della delegazione mandata dagli Ateniesi alla corte di Filippo per concordare una pace. Le motivazioni con cui i due uomini vanno a chiedere la pace ai Macedoni non possono essere più diverse: Eschine vuole che Atene collabori, e forse perfino si sottometta a Filippo; Demostene vuole la pace per far recuperare le forze alla città, in vista di una guerra di liberazione. L’ambasceria ha successo, la pace viene accordata. Ovviamente, anche se Filippo non ha interesse ad infierire su Atene, il trattato non è favorevole ai Greci, e su questo fatto si infiamma lo scontro fra i due oratori: Eschine accusa l’incapacità diplomatica di Demostene per gli aspetti più pesanti della pace, schernendolo per una figuraccia fatta durante i negoziati (durante un discorso alla presenza del re, Demostene si sarebbe sentito male, forse per l’emozione, non riuscendo a concludere l’orazione); Demostene accusa invece l’avversario di essersi fatto corrompere da Filippo, con un’orazione Sulla corrotta ambasceria.

Non passano più di due anni, e Demostene già inizia a proporre di rompere quella pace che lui stesso aveva contribuito a concordare. Intraprende un viaggio nel Peloponneso, per portare le città di quella regione a muovere contro l’invasore, ma non viene ascoltato. Tornato ad Atene, nel 344 a.C. pronuncia una Seconda Filippica, e torna ad attaccare i suoi concittadini che, illusi dalla pace e dalle promesse dei Macedoni, credono che il pericolo sia alle spalle: Demostene non si fida, ed esorta anche gli Ateniesi a diffidare. Il discorso, al contrario della Prima Filippica, è carico di pathos, si percepisce la frustrazione di Demostene, che si sente probabilmente come Cassandra, profeta di sventure che nessuno vuole ascoltare: ἄρχειν βούλεται, τούτου δ' ἀνταγωνιστὰς μόνουςὑπείληφεν ὑμᾶς [...] τί ζητεῖτ'; ἐλευθερίαν; βασιλεὺς γὰρ καὶ τύραννος ἅπας ἐχθρὸς ἐλευθερίᾳ καὶ νόμοις ἐναντίος («Vuole dominare, e ha capito che voi siete i soli antagonisti di questo piano [...] Cosa cercate? La libertà? Ogni re e tiranno è nemico della libertà e oppositore delle leggi»).

Anche questa volta le esortazioni di Demostene vengono ignorate. Egli però ha ragione su Filippo, e questo diventa chiaro quando il re ricomincia a muovere l’esercito: dalla Tracia scende verso il Chersoneso e fino all’Eubea, di fronte alle coste dell’Attica. La minaccia nei confronti di Atene a questo punto è aperta e innegabile: è il tempo di agire o di soccombere. Demostene lo sa, ha sempre saputo che si sarebbe giunti a questo: si reca in assemblea, e pronuncia la più accorata e riuscita delle sue orazioni. La Terza Filippica si apre paragonando i Macedoni agli storici nemici della Grecia, i Persiani, protagonisti un secolo e mezzo prima di due guerre entrate ormai nel mito, e gli Ateniesi di quel tempo ai suoi contemporanei: come è possibile che allora, anche quando la minaccia più diretta riguardava le città del Peloponneso, Atene si sia sentita in dovere di intervenire in difesa della Grecia, per due volte riuscendo a respingere l’invasore, ed ora che il nemico è alle porte della città ancora nessuno si sollevi? οὐδ' ἥττησθ' ὑμεῖς, ἀλλ' οὐδὲ κεκίνησθε, dice Demostene: «egli non vi ha sconfitti, voi non vi siete neppure mossi». La ragione, per l’oratore, sta nel fatto che in città parlano ed hanno credito politici corrotti, laddove in passato la corruzione era ritenuta il più grave dei crimini (ovviamente il riferimento è ad Eschine e a quelli del suo partito): τοὺς παρ' ὑμῖν ὑπὲρ αὐτοῦ λέγοντας μισῆσαι, ἐνθυμουμένους ὅτι οὐκ ἔνεστι τῶν τῆς πόλεως ἐχθρῶν κρατῆσαι, πρὶν ἂν τοὺς ἐν αὐτῇ τῇ πόλει κολάσηθ' ὑπηρετοῦντας («[bisogna] odiare quelli che tra voi parlano in sua difesa [di Filippo], considerando che non si può aver ragione dei nemici della città prima di punire quelli che, dentro la città stessa, li servono»). Seguendo il paragone con le Guerre Persiane, Demostene cerca di smuovere gli Ateniesi descrivendo Filippo come un non-Greco, un barbaro invasore: οὐ μόνον οὐχ Ἕλληνος ὄντος οὐδὲ προσήκοντος οὐδὲν τοῖς Ἕλλησιν, ἀλλ' οὐδὲ βαρβάρου ἐντεῦθεν ὅθεν καλὸν εἰπεῖν, ἀλλ' ὀλέθρου Μακεδόνος («non solo egli non è Greco, né in alcun modo affine ai Greci, ma neppure è un barbaro di un paese di cui si possa dire bene: è una peste di Macedone!»): non è solo Atene che si deve difendere, ma l’essenza stessa della Grecia e la sua libertà. L’appassionato discorso di Demostene, stavolta, sorte l’effetto sperato: Atene si mobilita, raccoglie altre città in un’alleanza e muove guerra a Filippo. Troppo tardi, però: i Macedoni sono troppo potenti ormai, e nel 338 a.C. sconfiggono i Greci a Cheronea, mettendo fine per sempre alla libertà delle città greche. Demostene, alla fine, fallisce nel suo tentativo di salvare i Greci da Filippo e da sé stessi. Nonostante questo, la prosa incisiva e potente delle Filippiche rimane scolpita nella letteratura, facendo la fama del suo autore ben oltre i confini della sua vita terrena, e finendo per diventare l’epitome di tutti i discorsi pronunciati in difesa della libertà contro un usurpatore. Per questo, tre secoli dopo, l’oratore e politico romano Marco Tullio Cicerone, durante i mesi finali della Repubblica, intitolerà proprio Philippicae le sue quattordici orazioni contro Marco Antonio, in difesa della libertà e dei valori repubblicani.