ieri, oggi, domani: QUO USQUE TANDEM, CATILINA?


Storia di una grande frase e di un magnifico cattivo

di Lorenzo Indennitate


È il 63 a.C. Siamo alla metà del turbolento primo secolo, in un periodo di enorme instabilità per l’ormai morente Repubblica romana: sono passati poco più di vent’anni dalla sanguinaria dittatura

di Lucio Cornelio Silla e dalle sue liste di proscrizione, e prima della fine del secolo la Repubblica si spegnerà definitivamente sotto l’ombra di Cesare e poi di Augusto. Lo Stato è fragile quanto mai prima, ed è in questa complessa situazione che si svolge la storia di Lucio Sergio Catilina.

Catilina, discendente della gens Sergia, una famiglia nobile e antica ma caduta ormai ai margini della vita politica, è un senatore animato dalla volontà di riportare in alto il proprio nome. Nonostante abbia servito, da giovane, sotto il malvagio Silla, la sua carriera politica è stata fino a questo momento immacolata e brillante. Nel 66 a.C. la sua candidatura al consolato viene affossata da un processo per concussione, da cui è assolto giusto in tempo per le elezioni di due anni dopo, valide per il consolato del 63 a.C., a cui si presenta con un programma di stampo popolare, che punta a indebolire il potere dell’élite senatoria. Il suo carisma e le sue amicizie potenti gli hanno a questo punto guadagnato grande fama presso il popolo, tanto che il Senato, spaventato dalla sua popolarità, si schiera con il suo concorrente, il celebre oratore Marco Tullio Cicerone, che viene eletto console. Durante il consolato di Cicerone del 63 a.C., Catilina prova di nuovo a candidarsi per l’anno successivo, ma è nuovamente sconfitto dal preferito del Senato, caldeggiato anche dal

console in carica.

Questo ennesimo fallimento è forse troppo per Catilina: raccolti attorno a sé altri influenti e loschi personaggi esclusi dalle stanze del potere, si decide a tentare la via del colpo di Stato. Passano mesi di pianificazione, di riunioni segrete e di raccolta delle truppe, finché i congiurati si decidono a entrare in azione: il 6 novembre 63 a.C. avrebbero assassinato il console Cicerone. Questi, tuttavia, viene avvertito del piano, riuscendo a sfuggire ai sicari, e dopo due giorni, l’8 novembre, si presenta in Senato per affrontare Catilina e smascherarlo.

La prima delle orazioni di accusa nei confronti di Catilina da parte di Cicerone (Orationes in

Catilinam, o Catilinarie) inizia con uno dei passi più celebri ed emozionanti dell’intera letteratura latina. È un momento di altissima tensione: è in gioco la sopravvivenza della Repubblica, il console ha le prove di una congiura il cui colpevole si trova lì, in mezzo agli altri senatori. Contrariamente alla tradizione oratoria, che vorrebbe un inizio sommesso ed un crescendo progressivo fino alla peroratio finale, Cicerone inizia ex abrupto, d’improvviso, apostrofando direttamente Catilina con una lunga serie di accalorate domande retoriche, in una climax che culmina con l’esclamazione, rimasta scolpita nella nostra lingua, O tempora, o mores!, con cui il console si lamenta della corruzione dei tempi e dei costumi che ha permesso ad un individuo come Catilina di attentare allo Stato. Possiamo immaginarci Cicerone, di cui la Storia ci ha restituito un’immagine di uomo ampolloso, riflessivo e tutto d’un pezzo, alzarsi dal suo seggio davanti a tutto il Senato, indignato e sconvolto, e puntare il dito contro il suo avversario esclamando Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese ef renata iactabit audacia? («Fino a quando, Catilina, abuserai dunque della nostra pazienza? Quanto a lungo questa tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua audacia sfrenata?»). È un passo di una forza vibrante, sopravvissuta intatta allo scorrere dei secoli.

Le accorate orazioni di Cicerone sortono l’effetto di smascherare la congiura e di muovere infine il Senato contro Catilina. Questi, messo alle strette, non ha alternative allo schierare le truppe che ha raccolto contro l’esercito, benché sia una mossa disperata. Nel 62 a.C. gli uomini di Catilina vengono sbaragliati sulla piana dove oggi sorge Pistoia, ed egli stesso muore sul campo di battaglia.

La vicenda ovviamente accresce a dismisura la fama di Cicerone, e affida alla Storia un ritratto del congiurato dipinto a tinte foschissime, come quello di un uomo mosso dalla malvagità più profonda e privo di scrupoli. Vent’anni dopo, è un’altra voce a raccontare la storia della congiura, dipingendo il personaggio di Catilina con pennellate differenti da quelle di Cicerone: Gaio Sallustio Crispo, autore della monografia De coniuratione Catilinae. Sallustio, che è stato un pessimo politico più volte messo sotto processo, deve la sua intera carriera alla protezione di Giulio Cesare, che a sua volta è stato grande oppositore di Cicerone e che ha iniziato l’opera di dissoluzione della Repubblica che terminerà poi Ottaviano Augusto. Si può capire quindi perché Sallustio avesse, probabilmente, una

simpatia diversa rispetto a quella di Cicerone verso il carismatico rivoluzionario che era stato

Catilina. L’opera di Sallustio è patinata di moralismo e celebrazione dello Stato, e non può esimersi dal condannare chi provò a sovvertirlo (si tenga presente che, formalmente, Cesare non stravolse mai la struttura della Repubblica). Tuttavia, ogni pagina del De coniuratione Catilinae è pervasa dal fascino che il suo autore dona al ritratto dei congiurati, soprattutto a quello di Catilina, definito magna vi et animi et corpori, sed ingenio malo pravoque («[fu uomo] di grande forza morale e fisica, ma dotato di un ingegno malvagio e depravato»). Il personaggio di Cicerone, al contrario, è trattato nell’opera con molto meno eroismo di quello che Cicerone attribuisce a sé stesso nelle proprie orazioni. I meriti del console sono riconosciuti ma non celebrati, e in generale sembra chiaro a chi vada la simpatia più intima di Sallustio. Questo sovvertimento delle prospettive trova la sua massima espressione durante il discorso con cui, nel ventesimo capitolo dell’opera, Catilina esorta i congiurati all’azione. Dopo aver elencato le usurpazioni che hanno dovuto subire da parte di quella élite senatoria che tiene in mano lo Stato, Catilina apostrofa i compagni usando le stesse, celebri parole con cui lo aveva accusato Cicerone: Quae quousque tandem patiemini, o fortissimi viri? («Fino a quando sopporterete [queste cose], uomini fortissimi?»). E continua, più avanti: En illa, illa quam saepe optastis libertas! («Eccola, la libertà che avete così spesso desiderato!»). Non solo, in un estremo gesto di scherno, Sallustio usa le parole che Cicerone aveva tuonato in difesa della Repubblica come accusa ad uno Stato sempre più oligarchico, instabile e malato; ci è anche possibile sentire tutta la partecipazione dell’autore,

come se per bocca del suo personaggio potesse finalmente liberare i suoi veri sentimenti.

È solo una suggestione, niente di più. Non sappiamo quale fosse il pensiero più intimo di Sallustio nei confronti di Catilina e della Repubblica. Quel che è certo però è che questa suggestione è stata sentita fortemente nel corso dei secoli, e addirittura fece di Catilina un personaggio estremamente famoso durante il periodo del Romanticismo. L’Europa sconvolta dalle rivoluzioni nazionaliste e dalle lotte di liberazione vide nel congiurato del I secolo a.C. un simbolo dell’opposizione ad uno Stato ingiusto ed oppressivo, e tra il XVIII e il XIX secolo vennero composte opere teatrali e letterarie sulla sua figura.

Ma chi era, quindi, Catilina? Un sovversivo avido di potere? O un rivoluzionario, un eroe

romantico, un oppositore delle élite? Forse era entrambe le cose. Forse era un politico brillante e coraggioso (come ebbe ad ammettere nel 56 a.C. lo stesso Cicerone, difendendo in tribunale Celio, che era stato amico di entrambi), che tentò di scuotere con la forza una Repubblica che non funzionava più. Forse si circondò di reietti e di losche figure perché non aveva altra scelta, dopo che le sue idee erano state cacciate dalle stanze del potere perché ritenute troppo popolari. O forse fu solo una delle tante personalità che combatterono e morirono per il potere nell’ultimo, travagliato secolo della Repubblica romana. Quel che è certo è che rimane un personaggio affascinante e discusso, attorno al quale sono state scritte alcune delle pagine più belle e appassionate della letteratura latina.