ieri, oggi, domani: IL BAMBINO D'ORO

La profezia del puer virgiliano e l’età dell’oro

di Lorenzo Indennitate


Vi siete mai domandati come poté Dante giustificare, da un punto di vista teologico, l’aver scelto come guida per il suo viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio Publio Virgilio Marone, poeta romano morto nel 19 a.C., che non fu Cristiano un solo giorno nella sua vita? La risposta si trova in una misteriosa poesia di Virgilio, grazie alla quale i teologi medievali guardavano al poeta come ad un precursore, e forse perfino ad un profeta del Cristianesimo. L’ Egloga IV , quarto componimento delle celebri Bucoliche virgiliane, composta nel 40 a.C. e dedicata al console allora in carica, Gaio Asinio Pollione, tratta effettivamente di una profezia: essa racconta infatti, con tono solenne e aulico, l’avvento di un puer , un bambino la cui identità non viene chiarita, che porterà al mondo una nuova epoca di pace e di prosperità. Nonostante l’egloga sia intrisa, come tutta l’opera di Virgilio, di una religiosità pagana e di immagini della tradizione romana, non è difficile capire come nel Medioevo si poté interpretare il testo come un’anticipazione della nascita di Gesù. Dopo la tradizionale invocazione alle Muse, infatti, il poeta introduce subito l’argomento dell’opera con queste parole: Iam redit et virgo, redeunt Saturnia regna [...] tu modo nascenti puero quo ferrea primum / desinet ac toto surget gens aurea mundo / casta, fave Lucina («Già torna la vergine, torna di Saturno il regno [...] tu, casta Lucina, veglia sul bimbo che ora nasce, con cui per la prima volta perirà la stirpe di ferro ed una dorata sorgerà in tutto il mondo»). E ancora, poco più avanti: si qua manent sceleris vestigia nostri, / inrita perpetua solvent formidine terras. / Ille deum vitam accipiet divisque videbit / permixtos heroas et ipse videbitur illis («se qualche traccia rimane dei nostri peccati, una volta dispersa libererà il mondo dal perpetuo timore. Egli intraprenderà la vita degli dèi, e vedrà dèi misti ad eroi, ed egli stesso sarà da loro visto»).

È sicuramente suggestivo riconoscere temi cristiani nella menzione di una vergine, nella nascita del puer che cambierà il mondo, che avrà vita divina e con cui verranno disperse le azioni malvagie degli uomini ( scelera , qui di proposito tradotto con «peccati»). Tuttavia, come detto, Virgilio morì diciannove anni prima della data a cui si fa risalire la nascita di Gesù: egli quindi non solo non fu mai un Cristiano, ma con ogni probabilità non sentì mai neppure parlare di una fede chiamata Cristianesimo (benché sia ovviamente possibile, e perfino probabile, che conoscesse l’ebraismo).

Ma allora, di cosa parla la profezia? Chi è questo puer misterioso? Sin dall’antichità gli studiosi hanno a lungo dibattuto sulla questione, proponendo numerose soluzioni.

L’ipotesi più accreditata è che si tratti del figlio di Pollione, Gaio Asinio Gallo. Siamo nel 40 a.C., alla fine di un decennio che ha visto Roma lacerata prima dalla guerra civile fra Cesare e Gneo Pompeo, e poi, dopo la morte di Cesare nel 44 a.C., da un’altra guerra intestina, stavolta fra Ottaviano e Marco Antonio. La posta in palio è il potere assoluto su Roma, che, dopo l’opera di dissoluzione della Repubblica portata avanti da Cesare, è in procinto di trasformarsi in un impero. Dopo cruentissime ostilità Ottaviano e Marco Antonio giungono infine ad una tregua, la Pace di Brindisi, che sembra poter essere la fine di anni di sangue. Proprio in quell’anno nasce il figlio di Pollione, amico fraterno di Virgilio e console in carica. Sembra proprio essere lui il puer, che viene anche menzionato vicino al console e di cui si dice che «leggerà delle gesta del padre», e che «governerà con le virtù paterne».

La maggiore obiezione mossa a questa ipotesi è che, benché fosse il console, Pollione non aveva in realtà grande potere nella Roma contesa fra Ottaviano e Antonio: sarebbe stato dunque ingenuo da parte di Virgilio sperare che suo figlio potesse avere una così grande importanza. Come poteva il figlio di uno spettatore della Storia essere il puer per cui «la terrà effonderà senza esser coltivata le sue piccole primizie»? Forse si può trovare una spiegazione. L’immaginario dell’ Egloga IV attinge soprattutto al mito delle età del mondo: secondo il mito, in origine gli uomini avrebbero vissuto sulla Terra vite lunghissime e pacifiche, in armonia con gli dèi, e avrebbero avuto dalla Terra tutto ciò di cui avevano bisogno senza dover lavorare. Successivamente, per motivi diversi a seconda delle varianti del mito, la vita dell’uomo sarebbe progressivamente peggiorata, insieme al mondo intero, attraversando alcune diverse fasi, o età, fino a giungere alla vita meschina, dolorosa e violenta che conduciamo adesso. Questo mito fu introdotto nella cultura occidentale dal poeta greco Esiodo, che individuò cinque età e le chiamò dell’oro, dell’argento, del bronzo, degli eroi e del ferro; esso sarebbe stato poi rielaborato da Ovidio, che ridusse le età a quattro, ma era in generale noto in diverse versioni a tutta la cultura greca e romana. E non solo: molte altre culture possiedono miti simili. Il più antico probabilmente è quello indiano, che individua quattro età chiamate yuga , anche queste poste in ordine di crescente peggioramento. In tutte le varianti del mito le età del mondo sono cicliche: dunque anche l’ultima e la peggiore delle fasi deve finire, e il mondo è destinato rigenerarsi in una nuova età dell’oro. Si può quindi vedere come, probabilmente, l’intento di Virgilio non fosse quello di dipingere un Messia che avrebbe piegato la Terra al suo volere. Durante l’età dell’oro di cui parla il poeta, non solo al puer la Terra donerà i suoi frutti, ma a tutta l’umanità. Immaginiamo per un attimo Virgilio, nell’atto di comporre questo canto. Ha trent’anni, e nella sua giovane vita ha già visto il fallito colpo di Stato di Catilina, due guerre civili e il sostanziale sgretolamento dell’ordine civile sotto cui è nato. Anni di sangue, di violenze, di stravolgimenti, che sembrano giungere ad una fine con la pace fra Ottaviano e Antonio. E proprio in quel momento il suo caro amico Pollione mette al mondo un figlio, speranza del suo genitore per il futuro, proprio come la Pace di Brindisi è la speranza per Roma di un futuro migliore e più stabile. Ecco che, vista da questa prospettiva, la misteriosa profezia si trasforma, assume i contorni di una preghiera, forse un po’ ingenua, sì, ma piena di passione, di speranza, di voglia di vivere: Virgilio parla al bambino che nasce e gli augura che la sua vita non debba conoscere le atrocità che ha conosciuto la generazione precedente. Dopotutto, cosa si può sperare di meglio di lasciare a chi verrà un mondo migliore di quello che abbiamo vissuto?