IERI, OGGI, DOMANI: "Un canto di ribellione"

L’Antigone di Sofocle e il rapporto fra potere e giustizia

una rubrica di Lorenzo Indennitate


Due donne, due sorelle, entrano accompagnate dalla musica nell’ὀρχήστρα, lo spazio scenico delteatro Dioniso. Le seguiamo mentre, il passo scandito dalle lire e dai flauti, attraversano lo spazio sabbioso e raggiungono il centro della scena. Nonostante siano sorelle, non potrebbero essere più diverse: una procede con passo nervoso, guardando a terra, la preoccupazione che emana dal corpo contratto; l’altra, nonostante la smorfia di tensione sul volto, avanza decisa, il suo sguardo esprime fierezza. Le due si raggiungono, si guardano: iniziano il canto.

Siamo ad Atene, nel 442 a.C., e siamo di fronte alla prima scena di un dramma destinato ad essere una dei più celebri della Storia: l’Antigone di Sofocle. Una tragedia rimasta scolpita nel tempo grazie, soprattutto, alla donna che le dà il titolo, di una forza e di un coraggio impareggiabili, descritta con sublime poesia dal suo autore sin da questa prima, tesissima scena. Ad essere sinceri, se fossimo stati tra i fortunati spettatori di quella prima rappresentazione, quasi 2500 anni fa, la scena a cui avremmo assistito sarebbe stata decisamente diversa: niente donne, dato che non potevano recitare, ma uomini truccati o dotati di una maschera, mimica facciale e corporale scarsissima o ridotta a zero, a causa del volto coperto e dei sandali con suole notevolmente rialzate che gli attori indossavano per risultare più alti e visibili. Gli spettacoli, allora, non dovevano essere esattamente dinamici. Perciò, usiamo un poco di fantasia per calarci nel dramma, il cui testo invece vibra ancora di una potenza da far tremare i polsi nonostante i millenni trascorsi, e immaginiamoci queste due sorelle dai caratteri opposti, Antigone e Ismene, che si incontrano, a Tebe, fuori dalla

loro casa.

Questo l’antefatto: dopo la terribile quanto nota fine di Edipo, re di Tebe e padre delle due donne, i suoi due figli maschi, Eteocle e Polinice, si accordano per spartirsi il trono, regnando un anno a testa. Allo scadere del suo anno di governo, però, Eteocle si rifiuta di cedere il posto al fratello; questi allora raccoglie un esercito con cui assedia Tebe, deciso a riprendersi ciò che gli spetta. Nella drammatica battaglia che segue, i due fratelli si uccidono a vicenda. È qui, il giorno dopo la tragica fine della discendenza maschile di Edipo, che inizia il nostro dramma. Antigone chiama la sorella fuori dalla casa, per informarla che il nuovo reggente della città, Creonte, ha sepolto con grandi onori Eteocle, ma ha ordinato che l’altro fratello rimanga insepolto e senza onori, esposto agli animali e alle intemperie, poiché è morto mentre assediava la città:


Ὦ κοινὸν αὐτάδελφον Ἰσμήνης κάρα, / ἆρ' οἶσθ' ὅ τι Ζεὺς τῶν ἀπ' Οἰδίπου κακῶν / ὁποῖον

οὐχὶ νῷν ἔτι ζώσαιν τελεῖ;

«Sorella carissima, Ismene mio stesso sangue, conosci uno fra i mali della stirpe di

Edipo che Zeus voglia risparmiare a noi, che ancora viviamo?»


Pensiamo a quanto dolore pesa sulle spalle di queste due donne, figlie fino a poco tempo fa di una famiglia potente e serena, e ora, orfane, costrette a guardare i fratelli uccidersi l’un l’altro accecati dal potere. Antigone tuttavia non è ancora pronta a farsi schiacciare dalla sorte, e ha in mente un piano ardito che subito propone alla sorella: disubbidire agli ordini del reggente e seppellire Polinice, anche se questo significa morte. Ismene, però, si tira indietro. Non certo perché non provi dolore per il fratello, o perché ritenga giusto lasciarlo senza sepoltura, ma, banalmente, per debolezza:


Ἀλλ' ἐννοεῖν χρὴ τοῦτο μὲν γυναῖχ' ὅτι / ἔφυμεν, ὡς πρὸς ἄνδρας οὐ μαχουμένα

«Ma è necessario considerare questo: siamo donne, che non possono combattere contro

gli uomini»


Ed ecco che subito, sin dalle prime battute, Sofocle inizia a tratteggiare magistralmente le due opposte personalità di queste donne, il cui scontro è uno dei temi fondamentali dell’opera: se infatti Ismene, travolta dagli affronti della sorte e impaurita dalla propria debolezza, invita la sorella a non agire, a non contrastare il potere, Antigone al contrario si erge indomita come una guerriera, pronta a dare battaglia tanto al destino avverso quanto a chi vuole impedirle di fare ciò che è giusto. Non solo, ma di fronte al rifiuto di Ismene le risponde con sdegno che mai più lei le chiederà qualcosa, né le proporrà di agire insieme, e la avrà in odio se proverà ad ostacolare il suo piano:


IS.: Ἐγὼ μὲν οὐκ ἄτιμα ποιοῦμαι, τὸ δὲ / βίᾳ πολιτῶν δρᾶν ἔφυν ἀμήχανος.

AN.: Σὺ μὲν τάδ' ἂν προὔχοι', ἐγὼ δὲ δὴ τάφον / χώσουσ' ἀδελφῷ φιλτάτῳ πορεύσομαι.

«IS.: Io non agisco disonorevolmente, ma sono per natura incapace di agire contro la

città;

AN.: Tu puoi usare questi pretesti, io invece andrò ad innalzare un tumulo

all’amato fratello»


La severa reazione di Antigone davanti ai timori tutto sommato fondati della sorella può sembrare eccessiva, e probabilmente lo è, ma contribuisce a tratteggiare un personaggio quasi in preda a follia («Va’, se ti pare, ma sappi che vai da dissennata», le dice Ismene), che ha in mente una cosa soltanto: restituire dignità al fratello morto. Incurante dei rischi, Antigone seppellisce Polinice. Quando viene a sapere che un suo decreto è stato ignorato, Creonte va su tutte le furie, e sguinzaglia le proprie guardie alla ricerca del responsabile: queste, per far uscire Antigone allo scoperto, disseppelliscono Polinice, e si nascondono in attesa. Il piano funziona: la ragazza non tarda ad arrivare, e trovando di nuovo il corpo del fratello esposto si mette immediatamente imprecando a ripetere i riti di sepoltura. Colta sul fatto, viene catturata e portata davanti a Creonte. Lo straordinario confronto fra Antigone e Creonte, fra la ribelle e il sovrano, introduce un secondo tema essenziale. Il re, ancora livido di rabbia, inizia subito ad interrogare la ragazza, domandandole se fosse a conoscenza del divieto di sepoltura: Antigone, con fermezza, risponde di sì. Ma allora, domanda Creonte, come ha osato questa giovane donna disubbidire al suo decreto? Nella solenne risposta di lei c’è il senso dell’intera tragedia:


Οὐ γάρ τί μοι Ζεὺς ἦν ὁ κηρύξας τάδε, / οὐδ' ἡ ξύνοικος τῶν κάτω θεῶν Δίκη· [...] οὐδὲ

σθένειν τοσοῦτον ᾠόμην τὰ σὰ / κηρύγμαθ' ὥστ' ἄγραπτα κἀσφαλῆ θεῶν / νόμιμα

δύνασθαι θνητὸν ὄνθ' ὑπερδραμεῖν

«Non era certo Zeus ad ordinarlo, né Dike che vive con gli dei inferi [...] né io pensavo

che i tuoi decreti avessero forza tale che un mortale potesse trasgredire le leggi degli

dei, non scritte e immutabili»


Antigone non mette in discussione il potere di Creonte, ma il suo diritto di estenderlo sopra le leggi della natura, degli dei, leggi di giustizia che a nessun umano è concesso sovvertire. Lei sente di dover seppellire Polinice perché è contro la natura delle cose lasciare un proprio caro, un fratello, ad imputridire senza dignità, e nessun decreto scritto da uomo può rendere meno giusta la sua azione. Il re infuria contro Antigone, le dà della pazza, le dice che è sola a pensare ciò che pensa, che il fratello morto combattendo contro la patria non è un fratello, ma un nemico: niente di quello che dice riesce a smuovere la donna dalla sua fermezza.


Οὔτοι συνέχθειν, ἀλλὰ συμφιλεῖν ἔφυν

«Non per odiare son nata, ma per amare»


Sul finire del dialogo fra i due entra in scena Ismene che, informata della cattura della sorella, è accorsa in lacrime. Comprendendo che non può salvarla, cerca di assumersi una parte di colpa, per poter condividere lo stesso destino, ma ancora una volta Antigone la respinge con freddezza, quasi con cattiveria, dicendole di tenersi la sua libertà e di non provare ora a rivendicare un atto che prima ha rifiutato. Sa che sta per morire, quasi brama la morte, ma vuole morire sola, a sottolineare che l’atto di giustizia che sta trasformando in una martire l’ha compiuto da sola. La caratterizzazione di Antigone continua a muoversi sul confine fra la ragione e la follia, quasi fosse in una sorta di trance, lontana da quel retto pensare che caratterizza, nella cultura greca, il saggio e il giusto. Ma Antigone non è affatto pazza: è posseduta da Dike, dalla Giustizia, unica a riconoscerla e ad avere il coraggio di seguirla nonostante i rischi. La tragedia prosegue in una climax di tensione, fino all’epilogo in un classico finale da tragedia greca. Antigone viene chiusa dentro una grotta e abbandonata lì; Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, riesce dopo un lungo litigio a convincere il padre dei suoi errori; Creonte ordina di seppellire Polinice e di liberare Antigone, ma è troppo tardi: la donna si è tolta la vita nella grotta; Emone, scopertala, si è ucciso con la sua spada, e questo spinge al suicidio anche Euridice, madre di Emone e sposa di Creonte. Il re rimane solo, punito severamente dal Fato per la sua ὕβρις, per aver creduto di poter imporre la propria umana volontà alle leggi naturali che regolano da sempre la vita del mondo. L’intera vicenda di questa tragedia, se presa alla lettera, può risultare ad un lettore contemporaneo piuttosto lontana dal suo sentire, soprattutto se vive in una società pacifica e moderna. In realtà, non lo è affatto. Il mondo è pieno di persone che vivono sulla loro pelle le piaghe del potere utilizzato ingiustamente, che devono lottare per i propri diritti, che si sporcano le mani per provare a portare all’umanità un po’ di giustizia in più: l’Antigone parla di tutti loro, della lotta fiera e coraggiosa per il Giusto contro chi lo nega. E parla a tutti gli altri, a quelli che vedono e tacciono, che potrebbero agire e non lo fanno perché credono di non poter cambiare le cose, o che in fondo certi problemi non li riguardino, ignorando che il dolore di uno è il dolore di tutta l’umanità. A Creonte che le rimprovera di essere la sola fra i Tebani a pensare quello che pensa, risponde con fierezza:


Ὁρῶσι χοὖτοι· σοὶ δ' ὑπίλλουσι στόμα

«Lo pensano anche loro, ma davanti a te trattengono la lingua»


Ecco l’accusa che Antigone ci rivolge, ecco il motivo per cui non vuole mischiarsi alla sorella

codarda. A chi vede il male e può agire per fermarlo, «Coraggio», dice, «agite!».