Il canto della mia terra: Corinna

Appendice alla rubrica "Ieri, oggi, domani"

a cura di Lorenzo Indennitate


ἱὼνει δ’εἱρώων ἀρετὰς χεἰρωάδων

D’eroi e d’eroine io vengo [a cantare] le gesta


Il vento è favorevole e il cielo terso: è il momento giusto per salpare lasciandoci alle spalle l’isola di Lesbo, dove abbiamo conosciuto la grande Saffo, e fare rotta verso il continente. Spinti da un Ponente gentile passiamo sotto la grande isola di Eubea e costeggiamo l’Attica, risalendo il litorale fino a sconfinare nella regione della Beozia, la cui città principale è la mitica Tebe. Gettiamo l’ancora nel porto della piccola Delion: da qui, un breve viaggio per terra ci conduce fino alle porte di Tanagra. Siamo giunti nel luogo di nascita di una donna che ha fatto del mito e della sua terra natìa la propria ragione d’essere: la poetessa Corinna.



Sulla vita e sul lavoro di questa donna aleggia purtroppo un sostanziale mistero: quello che sappiamo, frammenti di opere perdute e brandelli di informazioni talvolta contraddittorie, non è abbastanza per costruire un quadro soddisfacente. Quello che possiamo fare è provare a mettere insieme i pezzi, seguire gli indizi come dei detective della Storia, per tirare fuori un ritratto che le somigli quanto più possibile.


La prima cosa di cui siamo sicuri riguardo a Corinna è il suo essere beotica: se non fosse sufficiente l’accordo delle fonti antiche sul suo luogo di nascita (alcuni citano città diverse della stessa regione, ma con ogni probabilità è di Tanagra), basterebbe dare un’occhiata ai frammenti delle sue opere di cui siamo in possesso. Corinna scrive in una lingua piuttosto particolare, difficile da trovare, soprattutto in fonti letterarie: non il dialetto dorico né quello ionico-attico, i più usati dagli autori di ogni parte della Grecia, ma quello della Beozia, un dialetto abbastanza complesso e dal carattere decisamente poco panellenico. Inoltre, i titoli delle sue opere (l’unica cosa sopravvissuta di molti suoi scritti) e i frammenti più estesi, tratti da due liriche di argomento eroico, mostrano chiaramente come Corinna abbia una predilezione per le storie e i miti della Beozia. C’è da dire che la Beozia è una terra che offre un’infinità di spunti mitici: solo a Tebe sono ambientate un grandissimo numero di trame della mitologia, come ad esempio la saga di Edipo e della sua famiglia.


Ben più difficile è invece determinare il periodo storico in cui vive Corinna. Le fonti antiche che raccontano di lei la collocano come contemporanea e compagna di studi di Pindaro, un grande poeta vissuto a cavallo fra il VI e il V secolo a.C.: i due sarebbero stati allievi di un’altra celebre poetessa dell’epoca, Mirtide, di cui purtroppo non ci è rimasto pressoché niente. In un breve frammento attribuito a Corinna, l’autrice menziona proprio quella che dovrebbe essere la sua maestra:


μὲμφομη δὲ κὴ λιγουρὰν / Μουρτίδ ἱώνγ’ὅτι βανὰ φοῦ / σ’ἔβα Πινδάροι πὸτ ἔριν

«Io rimprovero Mirtide dalla bella voce perché, pur essendo donna, gareggiò con Pindaro»


Sulle ragioni di questa critica mossa, probabilmente, da Corinna alla propria maestra si è molto dibattuto. Potrebbe essere ascrivibile al ruolo delle donne nella società greca tardoarcaica, tale che ad una celebre poetessa sarebbe stato possibile insegnare, ma non avere l’ardire di porsi apertamente in sfida con un uomo? Questo è senz’altro possibile, e andrebbe a sostegno della datazione della vita di Corinna al VI-V secolo a.C. C’è però un problema: un’analisi ortografica e grammaticale dei papiri su cui sono sopravvissuti i suoi frammenti indurrebbe a collocarla nel periodo ellenistico, dunque all’incirca nel III secolo a.C.


Ora, la grammatica beotica arcaica è estremamente diversa da quella del III: un’ipotesi plausibile è dunque che i testi di Corinna, del V secolo a.C., siano stati rielaborati da un copista del III secolo per renderli comprensibili ai propri contemporanei. Diversi studiosi tuttavia hanno proposto di collocare la vita della poetessa in epoca ellenistica, anche perché è durante l’Ellenismo, e ancora di più a Roma, che Corinna è diventata celebre: è possibile che una poetessa del V a.C., dopo secoli di anonimato, diventi nota all’improvviso?


Insomma, la questione è complessa e non sarà possibile chiuderla in questo luogo. Non è tuttavia strettamente necessario collocare con precisione Corinna nel tempo per poter raccontare qualcosa su di lei. Prendiamo ad esempio la lingua così particolare in cui scrive: oltre a collocarla nello spazio, essa ci dice qualcos’altro su Corinna, qualcosa di molto interessante. La lingua greca è divisa in una quantità di dialetti anche piuttosto diversi fra loro, e dal punto di vista letterario, non tutti questi dialetti godono della stessa autorevolezza. Alcuni dialetti nel tempo hanno assunto un carattere panellenico, andando ad identificarsi non più con la letteratura prodotta in una certa area geografica, ma con un genere letterario: ad esempio, la lirica corale si scrive in dialetto dorico, la prosa e i dialoghi teatrali in quello ionico-attico, e così via. Questa naturalmente non è una regola, al più una tendenza, ma rende bene l’idea di un mondo, quello greco, linguisticamente molto composito, in cui alcuni dialetti sono più adatti di altri per garantire ai testi diffusione in tutte le regioni.


La scelta da parte di Corinna di usare il suo dialetto natio deve dunque essere vista, probabilmente, come motivata dalla volontà di rivolgersi prevalentemente ad un pubblico di suoi conterranei. Un suo frammento, che tratta di un mito non ben identificabile (forse la storia di Orione), si apre con alcuni versi che forniscono un indizio interessante su come Corinna veda il proprio ruolo di poeta:


ἐπί με Τερψιχόρα καλῖ / καλὰ ϝεροῖα αἰσομέναν / Ταναγρίδεσσι λευκοπέπλυς / μέγα δ’ἐμῆς γέγαθε πόλις / λιγουροκωτίλυς ἐνοπῆς

«Tersicore mi chiama a cantare belle storie d’eroi per le giovani di bianco vestite di Tanagra, e la città si rallegra molto della mia chiara e limpida voce»


In apertura di questa opera, Corinna invoca Tersicore, Musa della danza, chiarendo la natura lirica e musicale dei suoi versi, e dichiara di scrivere per le giovani donne della sua città: la poesia di Corinna deve dunque avere una funzione pubblica. È impossibile indovinare quale particolare situazione richiamino le «giovani di bianco vestite»: potrebbe essere una cerimonia sacra, come anche un istituto educativo, magari una sorta di tiaso, come quello di Saffo. Certo è che Corinna scrive i propri versi per una pubblica utilità, è la voce della città, forse della regione intera: ecco spiegata la scelta di utilizzare il dialetto Beotico.


Ma quali sono queste «belle storie d’eroi» che la poetessa si accinge a cantare? Come detto, della maggior parte delle sue opere non abbiamo che i titoli, o frammenti brevissimi e poco chiari. Tanto basta però per vedere come Corinna scriva opere prevalentemente narrative, raccontando miti che per lo più hanno a che fare con la sua terra. I due frammenti più lunghi appartengono, probabilmente, a due opere diverse, e trattano due miti tra i meno popolari. Il primo, di circa 50 versi, racconta del dio Asopo, un fiume della Beozia, e delle sue nove figlie, che dopo essersi sposate con altre divinità hanno dato il proprio nome ad alcune città della regione. L’altro frammento, più breve ma più interessante, racconta la conclusione di una gara poetica fra Citerone ed Elicona, due montagne beotiche personificate, al cospetto di diversi dei. Da questi due brevi testi possiamo intuire lo stile di Corinna, uno stile ampiamente narrativo, fatto di frasi semplici e molta coordinazione; uno stile scorrevole e veloce, che richiama un po’ l’epica arcaica.


Un aspetto affascinante del secondo frammento è che descrive la votazione, raccontando quella che con ogni probabilità era una pratica davvero attuata nella Beozia dell’epoca di Corinna: il voto era fatto attraverso da ciottolo (ψῆφος) inserito in segreto dentro un’urna; un giudice poi contava e proclamava il vincitore:


μάκαρας Μώση / φερέμεν ψᾶφον ἒταττον / κρουφίαν κάλπιδας ἐν κρουσοφαῖς ̇ / τὺ δ’ἅμα

πάντες ὦρθεν ̇ / πλίονας δ’εἷλε Κιθηρών. / Τάχα δἙρμᾶς ἀνέφανεν [...] ὡς ἕλε νίκαν

«Le Muse ordinavano agli dei di portare di nascosto il ciottolo nell’urna dorata: essi si

levarono assieme: Citerone ebbe più [voti]. Subito Ermes proclamò che aveva ottenuto la vittoria»

Possiamo concludere, quindi, questa nostra indagine nelle pieghe della Storia e della letteratura, avendo scoperto una poetessa minore, sicuramente lontana dalle vette poetiche raggiunte da Saffo, ma testimone di una vita sociale basata sull’identità regionale, e sulla poesia come strumento associativo. Un mondo diversissimo dal nostro e ormai perduto, che rivive, almeno in parte, nelle parole di questa donna, che probabilmente non immaginava, nello scrivere, che i suoi versi sarebbero sopravvissuti così a lungo.


Il nostro tempo a Tanagra è finito: riprendiamo il viaggio, il mare ci aspetta per portarci ad altri luoghi, ad altre voci.