Il processo a Elena

La Guerra di Troia fu davvero colpa di Elena?

di Lorenzo Indennitate


«Prego, signori della giuria, entrate pure. Accomodatevi. Solo un attimo di pazienza per l’arrivo della corte, e poi andremo a cominciare».

Venite introdotti in una grande aula di tribunale dall’aria vintage con le decorazioni in legno, e venite fatti accomodare sulla tribunetta riservata alla giuria, che ricorda tanto quelle dei vecchi legal drama americani. Oddio, accomodare è un’esagerazione: le sedie sono decisamente scomode, ma del resto non siete qui per appisolarvi: la questione è della massima importanza, e bisogna rimanere vigili.

Giusto il tempo per dare un’occhiata all’aula, ed ecco che gli uscieri aprono una porta e fanno entrare il giudice, accolto dal mormorio del pubblico: è una donna dall’età indefinibile, il viso scavato da una ragnatela di rughe che la fanno sembrare vecchia come la Storia, il portamento fiero e deciso di una donna matura sicura di sé, gli occhi ardenti e curiosi di una giovane. Prende posto sul suo seggio, scruta per un attimo gli astanti. Poi, inizia: «Siamo convenuti oggi in quest’aula per celebrare il processo a carico di Elena di Sparta, nota anche come Elena di Troia, riguardo alle accuse di tradimento del letto coniugale e di procurata strage, con riferimento alla celebre Guerra di Troia combattuta in suo nome. Avvocata, come si dichiara la sua cliente?».

«Non colpevole, vostro onore».

Il difensore è una giovane donna dall’aria appassionata, che si sforza di mascherare l’agitazione nella voce parlando rapidamente e ad un volume più alto del necessario.

Al suo fianco, seduta con le mani in grembo e la schiena dritta, c’è la persona più bella che abbiate mai visto. I lineamenti del viso, dolci ma decisi, sembrano scolpiti da un Fidia o da un Lisippo; la pelle olivastra ha il colore del legno delle navi schiarito dal sale e dalla luce; i capelli corvini sono mossi come le onde dell’Egeo, e incorniciano due occhi insondabili color del mogano, accesi da lamelle dorate come il tesoro di Troia.

Il giudice fa un breve cenno di assenso, poi si volta verso l’accusatore: «Avvocato, può cominciare».

L’avvocato accusatore si alza con aria sicura. Si passa una mano sulla barba folta e curata, un gesto studiato e teatrale, mentre passa lo sguardo su tutti voi giurati, uno per uno. Poi inizia a declamare: «Signori della giuria, e voi pubblico che da millenni leggete versi e prose sulla donna che qui andiamo a processare, ascoltate le mie parole. Quello che faremo oggi è dare giustizia alle migliaia di valorosi guerrieri achei e troiani, alle donne e ai civili che perirono nella presa di Troia: lo faremo dimostrando incontrovertibilmente la colpevolezza di questa donna, che con la sua lussuria e con la sua scarsa moralità fu causa della strage. Ella non seppe contentarsi di essere regina di Sparta al fianco del più nobile dei sovrani, l’Atride Menelao, né di avere una figlia che per bellezza potesse sfidare la madre: presa da passione carnale per il principe troiano Paride Alessandro, abbandonò in una sola notte ogni nobiltà d’animo, ogni pudore, e fuggì col giovane scellerato per sua volontà. Sottolineo: lo fece per sua volontà, senza costrizione alcuna. Solo questo suo comportamento fu causa di quel decennio di dolore e morte che tutti conoscete come Guerra di Troia. Così evidente è la sua colpa, che ella stessa ebbe a dire, rivolgendosi al principe troiano e suo nuovo genero Ettore:


δᾶερ ἐμεῖο κυνὸς κακομηχάνου ὀκρυοέσσης, / ὥς μ' ὄφελ' ἤματι τῷ ὅτε με πρῶτον τέκε μήτηρ / οἴχεσθαι προφέρουσα κακὴ ἀνέμοιο θύελλα / εἰς ὄρος ἢ εἰς κῦμα πολυφλοίσβοιο θαλάσσης, / ἔνθά με κῦμ' ἀπόερσε πάρος τάδε ἔργα γενέσθαι


«Cognato mio, cognato d’una orrenda cagna portatrice di mali, se solo, nel giorno in cui mi generò la madre, m’avesse rapita una maligna tempesta di venti, portandomi su un monte o su un’onda del mare dai mille frastuoni, che mi avesse inghiottito un gorgo e così non esistessero questi eventi»

(Iliade, VI, 343-8)


Questo è quello che andremo a dimostrare, ed è quello di cui, signori della giuria, anche voi sarete persuasi entro la fine del dibattimento».


L’avvocato si concede una pausa scenica, poi si rimette seduto, ringraziando il giudice con un gesto d’ossequio un po’ troppo caricato. La donna annuisce senza dire niente e si volta a guardare il banco a cui è seduta Elena, invitando il difensore a prendere la parola. L’avvocata si alza mettendo nervosamente in ordine i fogli che ha in mano, come se non riuscisse a trovare la prima pagina dei suoi appunti. Alla fine rinuncia, poggia tutto sul banco, alza lo sguardo con un respiro profondo.

«Grazie, signor giudice. Signori della giuria, il motivo per cui siamo qui riuniti è noto e non perderò tempo nel rievocare cose che tutti noi conosciamo. Lasciate però che vi renda chiara la portata di questo processo, che va oltre il giudizio su questa donna, che riguarda tutti noi. Attraverso le prove e le parole dei testimoni, dimostreremo come le azioni di cui Elena è accusata non furono una sua colpa: ella infatti fu promessa a Paride dalla dea Afrodite, durante la celebre contesa che fra non molto sentirete rievocare dai nostri testimoni. La sua fuga a Troia non fu frutto di volontà umana, ma fu ispirata e voluta da Afrodite, Elena non vi si poté opporre. E quando avremo dimostrato questo, chi potrà pensare che una mortale sia talmente potente da sottrarsi al volere di una dea? Ma noi non ci fermeremo qui, non ci accontenteremo di provare l’innocenza di Elena accusando un potere immortale. Vogliamo portarvi a vedere quello che a noi è già chiaro come la luce del sole: cioè che l’amore non è un crimine, e che la violenza non è mai una risposta ammissibile ad un cuore spezzato. Se pure Elena fosse fuggita con Paride per propria volontà, si potrebbe davvero giudicarla? Non è forse diritto di tutti amare, e cercare la propria felicità ovunque questa ricerca ci porti? Come scrisse l’immortale Saffo, la cui voce sentirete in quest’aula:


οἰ μὲν ἰππήων στρότον οἰ δὲ πέσδων / οἰ δὲ νάων φαῖσ' ἐπὶ γᾶν μέλαιναν / ἔμμεναι κάλλιστον, ἔγω δὲ κῆν' ὄττω τις ἔραται


«Alcuni una schiera di cavalieri, altri di fanti, altri ancora di navi dicono che sia la cosa più bella sulla nera terra: io, ciò che si ama»

(Saffo, framm. 16 Voigt)


E inoltre, davvero i re achei mobilitarono l’intera Grecia solo per salvare l’onore di Menelao? Davvero sopportarono dieci anni di assedio, di lutti e di privazioni soltanto perché il re di Sparta potesse guarire il suo animo ferito? Noi crediamo che fu l’oro di Troia a convincere Agamennone e gli altri sovrani, e quando avrete udito quel che abbiamo da dire, signori della giuria, anche voi lo penserete».

L’avvocata conclude il suo discorso guardandovi negli occhi uno ad uno. Ha guadagnato coraggio e convincimento via via che andava avanti, iniziando nervosamente e finendo con decisione e passione. I due avvocati si scambiano uno sguardo intenso mentre lei si rimette seduta. È evidente come non siano soltanto dalle due parti opposte di questa vicenda: con loro si scontrano due modi di vedere il mondo, gli esseri umani e i loro sentimenti. Adesso è il momento che queste due diverse filosofie inizino davvero a darsi battaglia, facendovi entrare nel vivo del processo: è il momento di iniziare a sentire le voci dei testimoni, dei veri protagonisti di questa storia.