Il processo a Elena - parte 2

L'accusa fa le sue mosse per screditare Elena

di Lorenzo Indennitate


Terminati i discorsi introduttivi dei due avvocati, ognuno dei quali vi ha dato spunti di riflessione su cui ragionare, è giunto il momento di chiamare al banco dei testimoni i protagonisti della vicenda e di ascoltare le loro voci. Nella giornata di oggi sentirete i testimoni a carico, quelli cioèvoluti dall’accusa. L’usciere consulta una lista, poi si alza in piedi e proclama a gran voce: «L’accusa chiama a testimoniare Andromaca di Troia».

La porta in fondo all’aula si apre e Andromaca fa il suo ingresso, il capo coperto da un velo nero.


L’impressione che fa a prima vista è completamente opposta rispetto a quella della donna seduta al banco degli imputati: laddove Elena brilla ancora, nonostante la giovinezza sia alle spalle, di forza e sensualità, Andromaca ha un aspetto spento e cinereo, e il suo corpo sembra provato da un migliaio di vite. La principessa troiana pare mossa solo da un’indomita volontà, che arde nello sguardo e nella mascella contratta.

Si siede al banco dei testimoni sforzandosi vistosamente di non rivolgere neppure uno sguardo ad Elena. L’accusatore si alza e le si fa incontro.

«Principessa Andromaca, nobile moglie di Ettore domatore di cavalli, vi ringrazio di essere qui oggi, e mi scuso per i dolorosi eventi che vi chiederò di rievocare. Per favore, potete dire alla giuria perché indossate questo velo nero oggi?».

Andromaca sembra fare uno sforzo per parlare: «Porto questo velo in segno di lutto. Ho perduto tutto ciò che era per me motivo di gioia: la mia città e la mia casa, mio marito, ucciso dalla mano sanguinaria di Achille, e il mio piccolo figlio Astianatte, gettato con odio dalle mura di una Troia ormai presa. Non mi rimane più niente, se non tenermi stretto questo dolore».

L’avvocato annuisce con espressione grave. «Principessa, dopo la caduta di Troia, mentre i re achei decidevano cosa fare di voi donne sopravvissute, rivolgeste ad Elena queste parole:


οὔποτ' εἶ Διός, / πολλῶν δὲ πατέρων φημί σ' ἐκπεφυκέναι, / Ἀλάστορος μὲν πρῶτον, εἶτα δὲ Φθόνου, / Φόνου τε Θανάτου θ' ὅσα τε γῆ τρέφει κακά


«Tu non sei [nata] da Zeus, io dico che sei stata generata da molti padri: la Vendetta per

prima, poi l’Odio, l’Assassinio e la Morte, e tutte le altre sciagure che nutre la terra»

(Euripide, Troiane, 766-9)


Cosa vi mosse ad una simile ira?».


«Elena è la causa di tutto. Non è umana, nessuna donna potrebbe avere tanta malvagità, tanto egoismo dentro di sé. È colpa sua se ho perso tutto».


Per tutto il tempo della sua testimonianza, Andromaca ha tenuto lo sguardo fisso davanti a sé, anche quando ha parlato di Elena non le ha rivolto un’occhiata. L’avvocato la congeda cerimoniosamente, e lei esce dall’aula come è entrata, rigida, stanca, come se seguisse un corteo funebre.

L'usciere annuncia il secondo testimone convocato dall’accusa: un mormorio di sorpresa percorre il pubblico. La porta che si è da poco richiusa dietro Andromaca viene aperta nuovamente, Menelao re di Sparta fa il suo ingresso in aula. Ha un aspetto imponente e austero, nonostante l’età evidentemente avanzata; le vesti dai colori accesi e dai finimenti dorati gli donano un'aria di grande regalità. In effetti, è piuttosto sorprendente vederlo qui, a testimoniare contro Elena, considerando che dopo la guerra l’ha ripresa con sé a Sparta e, a quanto pare, i due sono piuttosto felici: chissà cosa ha da dire.

«Sire Menelao», esordisce ossequiosamente l’avvocato appena il re si è accomodato al banco dei testimoni, «vi ringrazio per aver degnato quest’aula della vostra presenza. Comprendo che vi troviate in una posizione scomoda a causa dei vostri rapporti con l’imputata, e per questo la vostra volontà di venire ugualmente a rendere testimonianza è davvero lodevole».

«Sono venuto perché amo mia moglie, ma più di lei amo la Verità», risponde il re con voce profonda.

«Sire, le circostanze che vi separarono dalla vostra sposa sono note a tutti. Vorreste raccontare invece alla giuria in quale modo vi siete ricongiunti?».

Menelao si prende un attimo prima di rispondere. Dà l’impressione che, nonostante l’aspetto fiero e deciso, sia turbato dal rievocare questi avvenimenti. «Quando prendemmo Troia, io mi misi subito a cercarla. La trovai rapidamente, nella casa dell’uomo che era stata costretta a sposare dopo la morte di Paride. Deifobo era il suo nome».

«Siete certo del fatto che il matrimonio le fu imposto?», chiede l’avvocato.

«Così mi disse lei, e io decisi di crederle. Non ebbi il tempo di discutere la questione con Deifobo, dato che lo trafissi su due piedi appena mi si fece incontro».

L’avvocato sembra per un attimo interdetto, ma si riprende rapidamente: «È corretto dire che in quel momento eravate mosso da propositi di vendetta?».

«Sì».

«Ma poi cambiaste idea, giusto?».

«Sì».

«Perché vi convinceste del fatto che Elena non aveva colpa?».

«Oh no, assolutamente. Lei ci provò, naturalmente, a giustificarsi, a dire che era stata costretta dalla dea Afrodite a seguire Paride, e che una volta rinsavita aveva cercato di fuggire da Troia...».

«Ma non riuscì a convincervi?».

«No, non ci riuscì. Ricordo che al momento della mia decisione, mentre lei supplicava e cercava giustificazioni, era presente anche la regina Ecuba, che aveva appena visto la sua città cadere e i suoi figli morire, e che aspettava di salpare sulla nave per Itaca dove sarebbe stata schiava di Odisseo . Ella con l’odio negli occhi ribaltò ogni frase di Elena, la accusò delle peggiori infamie, come se il suo unico desiderio in quel momento fosse vedermi ucciderla. Le diceva cose come:


ἐν μὲν γὰρ Ἄργει σμίκρ' ἔχουσ' ἀνεστρέφου, / Σπάρτης δ' ἀπαλλαχθεῖσα τὴν Φρυγῶν πόλιν /χρυσῶι ῥέουσαν ἤλπισας κατακλύσειν / δαπάναισιν


«Nell'Argolide il tuo tenore di vita era mediocre: gettandoti alle spalle Sparta per la città dei Frigi, dove l'oro scorre a fiumi, speravi di immergerti in un fiume di spese»

(Euripide, Troiane, 993-6)


E io, devo ammetterlo, ero molto più d’accordo con lei che con mia moglie, al punto che le risposi:


ἐμοὶ σὺ συμπέπτωκας ἐς ταὐτὸν λόγον, / ἑκουσίως τήνδ' ἐκ δόμων ἐλθεῖν ἐμῶν / ξένας ἐς εὐνάς· χἠ Κύπρις κόμπου χάριν / λόγοις ἐνεῖται


«Sei giunta alla stessa mia conclusione, che lei si è trasferita spontaneamente dalla mia

casa ad un letto straniero: ha tirato in ballo Cipride solo per diversivo»

(Euripide, Troiane, 1037-9)


Ecco perché sono qui oggi, perché nonostante tutto mi sono chiare le sue colpe».


«Cosa vi distolse allora dalla vendetta?».

Menelao prende un profondo respiro.

«L’amore», sospira.

«L’amore che toglie agli uomini ogni raziocinio. Nonostante vedessi chiaramente i torti che lei aveva commesso contro di me e contro i Greci, non potevo fare a meno di provare una fitta nel petto ogni volta che la guardavo. L’idea di sollevare la spada contro di lei mi divenne presto intollerabile, così decisi di riportarla a Sparta, mentre pensavo ad un modo per punirla. Ma quando giungemmo a casa, dopo un lunghissimo viaggio, l’avevo ormai perdonata».

Il re rivolge ad Elena uno sguardo intenso, in cui si scorgono amore e devozione, ma anche senso di colpa, amarezza, stanchezza.

«Dunque persino voi che l’amate e che l’avete come sposa ammettete di vedere chiaramente le colpe dell’imputata. Avete però potuto fare qualcosa che la Storia, ahimé non ha il potere di fare: perdonare».

Quest’ultima battuta, benché parlasse con Menelao, è in realtà rivolta a voi: vuole che abbiate chiaro il fatto che, neppure l’uomo che l’ama di più riesce a negare l’evidenza delle colpe di Elena. L’accusatore congeda il re e si rimette a sedere. Per oggi ha finito, ha fatto quel che ha potuto.


Il giudice si alza, e l’usciere invita tutti i presenti con voce stentorea ad alzarsi a loro volta. «Ci fermiamo qui: riprenderemo domani con i testimoni della difesa. La seduta è tolta».

Lentamente, con passo quasi solenne, la donna si avvia verso la porta da cui è entrata. Anche voi venite accompagnati fuori dall’aula: vi alzate, indolenziti dalle ore seduti su quelle scomode sedie di legno, e uscite, lasciandovi alle spalle, per ora, il processo, ma con la testa ancora piena di tutto ciò che avete ascoltato.