Il processo a Elena: parte 3

Riusciranno le contromosse della difesa a convincere la giuria?


una rubrica di Lorenzo Indennitate


Rientrate nell’aula dopo una notte di sonno che vi ha ristorato, ma che non ha scacciato dalle vostre menti le sensazioni dell’ultima giornata di processo. La testimonianza di Andromaca era senz’altro

prevedibile, per quanto drammatica, essendo stata la principessa troiana colpita duramente in prima persona dalle conseguenze delle azioni di Elena; ma la voce di Menelao, venuto ad accusare la moglie nonostante le abbia da anni accordato il suo perdono, vi ha sorpreso, e non potete fare a meno di chiedervi in quale modo la difesa proverà a ribaltare la situazione.


Elena è già seduta al suo posto, accanto al suo difensore, con la stessa aria apparentemente imperturbabile che aveva nella giornata di ieri. Chissà quali pensieri attraversano la sua mente, mentre la sua avvocata, nervosa ma decisa, si appresta ad interrogare i suoi testimoni. L’anziana giudice entra e prende posto, vengono sbrigate le formalità di rito, si può iniziare: l’usciere si alza in piedi e fa a gran voce: «La difesa chiama a testimoniare Gorgia da Lentini».

La porta dell’aula viene aperta per far entrare un uomo dall’aspetto curioso. È estremamente

vecchio (deve avere quasi cent’anni), ma il suo corpo usurato dall’accatastarsi dei decenni sembra mosso da un cuore giovane e vigoroso. Cammina spedito, per quanto glielo concedono le vecchie articolazioni e i muscoli assottigliati dall’età, aiutandosi solo con un bastone di legno, e i suoi occhi guizzano vivi da tutte le parti, esaminando l’ambiente che ha attorno, elaborando informazioni.

Sono gli occhi di un filosofo che ha fatto del ragionamento logico e dell’abilità retorica i fondamenti della sua opera e della sua vita.

Gorgia viene aiutato a sedersi al banco dei testimoni, e sorride gentile all’avvocata che si sta

alzando per avvicinarglisi.


«Signor Gorgia», esordisce lei, «la ringrazio per essere qui, e per avere affrontato un viaggio per nulla semplice alla sua età. Potrebbe per favore identificarsi per la corte?».

Gorgia risponde con una vocetta acuta, arrochita dal tempo: «Il mio nome è Gorgia, come avrete sentito. Sono nato in Sicilia novantotto anni fa, e ho trascorso la mia vita insegnando oratoria ai giovani greci, e cercando di far ragionare i cittadini dei luoghi in cui ho vissuto. Mi chiamano sofista, ma io preferisco definirmi semplicemente filosofo».

«Signor Gorgia, lei si trova qui oggi in virtù di un’opera da lei composta. Sa di quale opera sto parlando?».

Gorgia annuisce sorridendo: «Immagino si tratti dell’Encomio ad Elena».

«Esattamente», risponde l’avvocata. «Potrebbe illustrarci brevemente il contenuto di questa opera?».


Il vecchio filosofo prende un lungo sospiro e drizza la schiena, come mettendosi in posa per la spiegazione: «Beh, ho scritto questa breve operetta parecchio tempo fa. All’epoca mi serviva per la mia scuola, per far vedere ai miei allievi che con il logos, con la parola e con la mente razionale, ogni cosa può essere dimostrata. Negli anni però l’Encomio ha avuto più fortuna per i suoi contenuti che per il suo messaggio originale, dunque credo che potrà essere utile anche qui. L’idea è che Elena non può essere ritenuta colpevole delle sue azioni perché non ne è stata la vera ispiratrice: la sua volontà è stata distorta da forze più grandi di lei. Pensiamo infatti a quale può essere stata la motivazione della sua partenza per Troia: ella o fu persuasa da Paride con le parole, o fu costretta dal Fato, o fu ispirata da sentimenti divini. Nel primo caso, come dicevo prima, bisogna tener conto della forza della parola, del logos, che è sconfinata e di natura quasi divina, e se Paride era versato nell’arte oratoria avrebbe potuto raggirare Elena, senza che la si possa colpevolizzare per questo - anche se, conoscendo la mente acuta e l’orgoglio della donna di cui parliamo, questa ipotesi mi sembra oggi da scartare. Diverso il discorso per la seconda possibilità. Sappiamo tutti che Troia fu abbattuta per volere del Fato: alla nascita del principe Paride al padre e alla madre fu profetizzato che il bimbo avrebbe un giorno arrecato distruzione alla città, era scritto e già stabilito da tempo. Per questo il re Priamo ordinò che fosse ucciso, ancora infante: egli però fu salvato da un pastore, che lo crebbe come suo figlio, finché, già adulto, non fu riconosciuto dalla madre e riaccolto a palazzo. Vediamo quindi come sia il Fato responsabile della guerra, non Elena: ad esso persino gli dèi devono obbedire chinando il capo, e di certo non si può incolpare una mortale per essere sottostata alle sue leggi».


«E quanto all’ultima possibilità da lei menzionata?», incalza l’avvocata.


«Beh anche in questo caso agì su Elena una forza sovrumana, a cui nessuno dei mortali può opporsi: l’amore. Afrodite infatti fece nascere in lei il sentimento amoroso, che ha natura divina: sarebbe dunque la dea da incolpare, non la donna. Del resto, è noto a tutti l’episodio del pomo d’oro e della scelta di Paride».


«Vorrebbe per favore raccontarcelo, per quelli della giuria che dovessero ignorarlo?».


Gorgia sorride, come se non aspettasse altro che questa domanda. «Allora, si narra che durante il matrimonio di Teti e Peleo (sì, i genitori di Achille) Eris, la dea della discordia, adirata per non essere stata invitata si intrufolò al banchetto e gettò sulla tavola una mela dorata, con su scritte le parole: ALLA PIÙ BELLA. Subito tre dee potenti e bellissime iniziarono ad accapigliarsi per avere il pomo, ognuna ritenendo di essere più bella delle altre: queste erano Atena, dea della guerra e della saggezza, Era, potentissima sposa di Zeus, e Afrodite, la dea dell’amore. Zeus, volendo porre fine alla contesa senza doversi schierare, ordinò che sulla bellezza delle dee si esprimesse il più bello fra gli uomini, e scelse, guarda caso, il giovane Paride, che all’epoca viveva ancora nei campi come pastore. Mentre era con la mandria, il giovane si vide apparire le tre divinità, bellissime e inviperite, ognuna pronta a promettergli mari e monti per vedersi assegnare il titolo di più bella. Atena infatti promise al ragazzo che gli avrebbe donato infinita sapienza, se l’avesse scelta; Era gli promise infinito potere sugli uomini; Afrodite gli promise l’amore della donna più bella della Terra. Penso non serva dire su quale dea cadde la scelta di Paride...».


Il difensore il Elena resta qualche istante in silenzio alla fine delle parole di Gorgia: vuole che la portata di ciò che il vecchio filosofo ha raccontato vi arrivi completamente. Infine, congeda gentilmente l’uomo e si rimette al suo posto.


Uscito dall’aula Gorgia, l’usciere si alza in piedi e convoca il testimone successivo: «La difesa chiama a testimoniare Saffo di Lesbo».

Saffo entra nell’aula e tutti gli occhi si posano su di lei. Ha in sé qualcosa di magnetico che non si può ignorare. Nonostante l’età non sia più verde, ha un’aria giovanile e accesa: il passo è leggero ed elegante, un lungo abito celeste, i capelli di un nero profondissimo, su cui la luce della stanza produce curiosi riflessi violacei.

Quando si accomoda al banco dei testimoni, l’avvocata le va incontro con aria di infinita ammirazione. «Nobile Saffo, grazie di essere qui oggi. La sua voce sarà di grande utilità in questo dibattimento».

Saffo le sorride.


«Durante il mio discorso iniziale», prosegue l’avvocata, «ho citato alcuni suoi versi molto famosi:


Alcuni una schiera di cavalieri, altri di fanti,

altri ancora di navi dicono che sia la cosa più bella

sulla nera terra: io, ciò che si ama


Ho tralasciato volutamente di citare i versi successivi, benché abbiano un’attinenza specifica con la materia di questo processo, pensando che sarebbe stato meglio udirli direttamente da lei. Le dispiace continuare la sua poesia?».


Quando Saffo inizia ad intonare la melodia dei versi, la sua voce è dolce e sensuale allo stesso tempo:


πάγχυ δ’ εὔμαρες σύνετον πόησαι / πάντι τοῦτ’, ἀ γὰρ πόλυ περσκέθοισα / κάλλος ἀνθρώπων

Ἐλένα τὸν ἄνδρα / τὸν περ ἄριστον / καλλίποισ'ἔβα 'ς Τροίαν πλέοισα / κωὐδὲ παῖδος οὐδὲ

φίλων τοκήων / πάμπαν ἐμνάσθη, ἀλλὰ παράγαγ'αὔταν / [Κύπρις ἔραι]σαν


«È davvero semplice spiegarlo a chiunque: colei infatti che più di ogni essere umano

possedeva bellezza, Elena, lasciato il marito, benché valoroso, giunse a Troia, e né della

figlia né dei cari genitori serbò il ricordo, ma, caduta innamorata, la condusse Cipride»


«Ma, caduta innamorata, la condusse Cipride», ripete l’avvocata. «Cosa intende con questo? In che modo l’innamoramento giustifica l’abbandono della propria famiglia?».

«Afrodite è una dea molto potente», risponde la poetessa. «Colui che cade in suo potere e si innamora è mosso da una forza divina e sovrumana, che la sola volontà mortale non può vincere. Elena amava Menelao, ne sono certa, ma quando Cipride soffiò in lei l’amore per Paride, ogni altro sentimento si dovette inginocchiare a quell’amore».

«Quindi lei sostiene che si debba giustificare il comportamento di Elena in nome della forza divina dell’amore?».

Saffo resta un attimo a soppesare le parole, prima di rispondere: «No, non ho detto questo in verità. Vede, che Elena abbia agito ispirata da una dea io lo ritengo indiscutibile. Ma non credo che questo la giustifichi, perché non penso ci sia niente da giustificare. I primi versi della mia poesia sono chiari a proposito: l’amore è la cosa più bella di cui si possa fare esperienza sulla Terra. Credo che chiunque abbia il diritto di seguire questa bellezza, di riempirsene la vita. Forse, se tutti accettassero questa idea, la Guerra di Troia non avrebbe mai avuto luogo...».


L’avvocata annuisce, gli occhi fissi su Saffo. È evidente che intendesse portare il discorso proprio lì, ma forse neppure lei si aspettava che Saffo parlasse così chiaramente, che arrivasse subito al punto con tanta forza. L’ammirazione nei suoi occhi si fa sconfinata.

La poetessa di Lesbo viene congedata quasi con riverenza, e se ne va con la stessa elegante

leggerezza con cui è entrata. L’avvocata si rimette a sedere, sapendo che ha fatto tutto quello che poteva: ora l’esito del processo non dipende più da lei.

È arrivato il momento per la giuria di ritirarsi e deliberare. Adesso tocca a voi: avete ascoltato le voci degli accusatori di Elena e di coloro che la difendono, avete soppesato e vi siete fatti un’idea.


Per voi Elena è innocente o colpevole?