intervista a: ROBERTO SIENI parte II


Dopo il buon seguito della prima parte, pubblichiamo anche il capitolo successivo dell'intervista al filosofo fiorentino Roberto Sieni (Nella foto a sinistra davanti ad un manifesto che raffigura Gilles Deleuze) . La discussione filosofica si fa più interessante e le argomentazioni sul ruolo della filosofia in questa modernità sono il tema centrale del discorso.


Marx diceva che uno dei problemi della Filosofia è quello di “scendere dal mondo dei pensieri al mondo reale”. Quale può essere il contributo della Filosofia oggi?

Marx diceva anche “I filosofi hanno variamente interpretato il mondo, si tratta ora di trasformarlo”. Ovvero, di offrire, ora, dei pensieri per trasformare il mondo o realizzare un altro mondo; ovviamente, un altro mondo politico, un’altra civiltà rispetto a quella data. Una rivoluzione rispetto allo stato (delle cose) presente.

Contestualizziamo, però. Facendo una breve storia della filosofia in quattro parole, con tutti i limiti di una ricostruzione così elementare, i filosofi hanno sempre cercato, magari, come dico dopo, in maniera nascosta, di trasformare il mondo.

La filosofia è costituita da due corpi di problema: come conosciamo e cosa dobbiamo fare. Il primo, anticamente problema gnoseologico, si interroga su com’è fatta la realtà e su come noi riusciamo a conoscerla, con quale metodo, con quale tecnica, e se questo metodo o questa tecnica è corretta.

Il secondo, anticamente problema pratico, si interroga su cosa debba fare l’uomo della sua vita, di sé e del suo rapporto con gli altri, altrettanto con quale metodo, con quale tecnica, e se questo metodo o questa tecnica è corretta.

Dal primo deriva la conoscenza che abbiamo, che arriva alla scienza come noi la conosciamo oggi, dal secondo deriva l’etica e, infine, la politica, come organizzazione della vita in comune, nella “polis”, ovvero nella città, nella comunità (nell’antichità i due temi e le loro derivazioni erano in possesso dello stesso soggetto, il filosofo, che era quello che oggi si definirebbe un tuttologo, poi i campi si specializzarono e si ebbe l’astronomo, il medico, il biologo, etc etc, per un lato, il giurista, il moralista, etc etc per l’altro, costituendo peraltro un grosso problema, come più avanti diremo, con le parole di Morin).

In entrambi i casi, sembra, e sottolineo sembra, che il problema sia sempre un problema di conoscenza, dobbiamo sempre conoscere, nel primo caso che cosa sia l’albero, l’organizzazione dell’universo, una malattia; nel secondo cosa sia la giustizia, il diritto, il dovere. Perché, se non conosciamo cosa sia la giustizia, il diritto, il dovere, come facciamo a realizzarlo? Si stabilisce quindi il primato della conoscenza o, come direbbe Marx, dell’interpretazione, della lettura, non della realizzazione, dell’azione. L’uomo è l’homo sapiens, non a caso. In realtà è tutta un’apparenza. Sia la conoscenza dell’oggetto fisico che la conoscenza dell’oggetto metafisico, non nascono da un desiderio di conoscenza che sarebbe puro, disinteressato.

L’uomo vuole conoscere l’oggetto fisico per utilizzarlo, sapere se per l’essenza che ha quell’oggetto può costruirsi una capanna, o nutrirsi, o se da questo deve difendersi, e come. Dunque la conoscenza è solo il primo passo di un progetto che va oltre, e che proprio in quest’oltre ha la sua ragion d’essere: realizzare. Fare.

Come dice Bergson, anziché homo sapiens dovremmo dire homo faber. L’uomo, insomma, “ci mette del suo”, in questa operazione: ci mette i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue aspettative.

Ugualmente avviene nell’altro campo, e ancor più: la legge non pre-esiste all’uomo come un’entità, ora metafisica, che l’uomo deve conoscere nella sua oggettività, nella sua verità. Semplicemente, poiché per i miei bisogni, i miei desideri, le mie aspettative, non voglio essere ucciso, dirò “Non uccidere” e la dirò come voce di legge, perché se non ha quella voce, quel tono, non è efficace. Non solo, andando avanti, la rivestirò di ogni sollennità possibile, tipo “l’ha detto Dio” e tutto funzionerà. Ma, come si vede, si tratta di invenzioni, non di conoscenze. Si tratta di attività. La filosofia ha nascosto a lungo, con la sua ipocrisia, di essere forza realizzatrice (quindi volontà e, anche, violenza) dietro la maschera del “disinteressato” conoscere.

La filosofia moderna smaschera questo, con Hume innanzitutto e soprattutto: si saprà d’ora in poi che siamo tutt’altro che disinteressati, che realizziamo progetti, in funzione di scopi. Gli illuministi non parleranno di legge divina ma di “contratto sociale”

Marx dunque si sbaglia ad affermare la necessità di un cambiamento che sarebbe invece già avvenuto? No. Perché tracce del vecchio pensiero erano ancora vive nel suo tempo, pur post-humeano (e, se è per questo, sono ancora vive, incredibilmente, ancora oggi) e quindi era il caso di puntare ancora i piedi, di battere ancora i pugni sul tavolo circa il buon diritto del pensiero a essere pensiero per la realizzazione.

Ma, ciò posto, e per tornare alla domanda, ovvero cosa può essere il contributo della filosofia oggi, ecco che la risposta è in parte contenuta in quanto già detto, ovvero che la filosofia, oggi, non abbia che da continuare il suo cammino, che è stato, come detto, da sempre, quello di proporre per trasformare il presente, di inventare per andare verso un oltre, come sempre verso un oltre la filosofia è andata, ogni volta confrontandosi rispetto al presente di una dato momento. Continuare dunque, la sua rivoluzione incessante. La filosofia è rivoluzionaria, perché rivoluziona incessantemente il presente che affronta. E lo è anche quando ha una matrice, in sé, reazionaria, tipo il pensiero di Hegel, perché comunque, anche se può sembrare una regressione, è un tentativo di cambiare il presente.

E’ quando non si vuol cambiare nulla che muore la filosofia.

Come oggi. Oggi si vive di quel che c’è, si obbedisce alla moda, che è quel che c’è, ci si conforma, che è quel che c’è, anziché evolvere.

E’ quando si intende la conoscenza nel modo dell’immagine antica, ovvero non per realizzare e fare, che muore la filosofia. O, che è la stesa cosa, vogliamo una risposta definitiva, che ci acquieti, anziché un’indicazione, da cui partire.

Facciamo un esempio. L’astrologia, che forse non avrà nessun valore scientifico, che forse non ci sarà nessuna influenza del panorama astrale sulla nostra psiche, anche ammesso, che non è questo il problema, l’astrologia, dicevo, era nata come arma di utilità, difensiva, se così possiamo dire, ovvero, sapendo a cosa vado incontro, da quello che la carta mi predice, lo eviterò.

Bene, è diventata il contrario, quella carta mi predice ciò che obbligatoriamente mi capiterà. Rassegniamoci al destino, anziché lottare contro il destino.

Perché? Perché l’uomo non vuol pensare, non vuole agire, non vuole scegliere, non vuole prendersi responsabilità, è sostanzialmente un ignavo, e preferisce leggere un destino già dato, rispetto al quale non ha nulla da fare, nessuna energia da spendere, piuttosto che essere fornito di arnesi, come la carta astrale, nel caso, o per quel che vale l’esempio, con cui combattere la sua battaglia. Comunque, per fare. Preferisce ricevere un ordine che affrontare un problema. La filosofia è l’arte di porre i problemi, invece. Si può capire allora perché non sia più popolare e amata, si può capire quale sarebbe comunque il suo compito, se avesse le forze, e le persone, per svolgerlo.


Un tempo il filosofo, ma anche il poeta, il pittore, erano figure fisiche e reali che potevi incontrare al pub o per strada. Nel rispetto della loro indole si concedevano al “popolo”. Quanto mancano oggi queste figure riconosciute e riconoscibili in questa società, come il Deleuze che l'accoglie in salotto?

Come dici, il problema non riguarda solo il filosofo, ma anche il pittore, il poeta e, aggiungo, ogni altra figura che può aver un’aurea di superiorità.

E’ un problema di costume, un’alterazione delle istanze che ha caratteristiche di alta patologia e che porta all’infelicità. Sì, anche all’infelicità. Lo dice Adriano Panatta, grande tennista degli anni 70. Che si dice contrario al divismo per due ragioni, la prima è che, a proposito di lui e dei suoi colleghi di sport, non vede ragioni di tanta deificazione: «Siamo gente in mutande che gioca con una palla, mica curiamo il cancro», sottolinea.

Poi, aggiunge anche che, in gioventù, quando giocava il celebre torneo del Roland Garros a Parigi, il giorno giocavano, facevano le loro partite, trovandosi contro, e poi la sera tutti insieme in un bistrot, mangiavano, bevevano, chiacchieravano, scherzavano, si conoscevano e conoscevano tante cose di mondi diversi che ognuno portava. Mentre ora il divo vive segregato in una suite extralusso, blindato da manager, assistente, personal coach, tutte barriere a escluderlo dal mondo, dalla vita. Sì, un’esistenza davvero infelice. Se si leggono le cronache della vita culturale della Parigi del secolo scorso, dall’inizio fino alla fine degli anni 70, che poi finisce il mondo, che poi cominciano “gli anni d’inverno” come li chiama Guattari, si resta impressionati dalla rete di amicizie che gli artisti intessevano, dagli scambi fra di loro, dal fatto che tutti si conoscevano. E dove andavano? Prevalentemente al Café de Flore, o al vicinissimo Deux Magots, due locali “normali” insieme alla gente comune. Abbiamo perso l’innocenza, siamo diventati monumenti di noi stessi, sarcofaghi.

Riguarda tutti, non solo i filosofi.

Che oggi, non ci sono più. Per due ragioni, Innanzitutto perché non nascono a comando, e ogni tempo ha le sue secche. Quindi perché non interessano a nessuno, perché, tornando a quanto detto sopra, oggi si vogliono risposte, non proposizioni di problemi. Risposte rapide, meglio se mai un sms che già leggere due pagine è una fatica. Allora meglio gli psicologi, i sociologi, i politologi, gli specialisti che hanno dilaniato il corpo della filosofia e si sono impadroniti di un brandello a testa, di quello sapendo tutto, a nulla questo essendo però utile, perché, perso il senso del “tutto”, poco ci se ne fa di quel sapere pure acuto, di una singola cosa.

La specializzazione. Il nostro male.

Dice bene Edgar Morin, ultimo rimasto di una grande tradizione, oggi gagliardo novantanovenne in questa intervista: «Pascal diceva che è meglio sapere un po’ di tutto piuttosto che tutto di una sola cosa, perché sentiva quanto fosse necessario poter legare tra loro le conoscenze. Invece si è preferito dare retta a Cartesio...». Cartesio, ovvero “l’uso degradato della ragione”: tra le cause che ci hanno portato all’intelligenza cieca, questa è la più grave a giudizio del professar Morin: «È stato Cartesio a gettare le basi di quel ‘paradigma di semplificazione’, come lo chiamo io, di cui è vittima il pensiero occidentale. Creando un dualismo tra pensiero e materia, teorizzando che non può esservi dialogo tra la filosofia che si occupa dello spirito e la scienza che si occupa delle cose materiali, ha finito per far prevalere la disgiunzione sulla congiunzione e dunque per ridurre a semplice ciò che invece è complesso. Ma questa incapacità di concepire quanto è complessa la realtà antropo-sociale, o se si vuole il nostro bisogno malato di semplificare tutto, è all’origine di un numero infinito di tragedie: le idee che sono degenerate in idealismo, le teorie in dogmatismo, e la ragione in razionalizzazione». «Alla razionalizzazione», prosegue Morin, «io contrappongo la razionalità». E che cos’è la razionalità? È l’intelligenza dell’uomo che cerca di adattare le sue capacità logiche ai fenomeni che osserva per arrivare alla conoscenza del mondo reale».

Ecco un altro compito che potrebbe accollarsi, oggi, la filosofia, Il ritorno a un tutto, altrimenti settorializato in parti morte, una lotta contro la specializzazione o, quantomeno, un tentativo di lottare contro la specializzazione, per tornare ad altra visione delle cose.

Mio padre è morto per questa specializzazione. Aggiungo, a stemperare il tono, che comunque sarebbe morto lo stesso, troppo anziano per reggere il colpo, troppo forte il colpo subito. Brevemente: mio padre ebbe una perforazione dell’intestino. Fu operato in condizioni di estrema gravità e sopravvisse settimane fra rianimazione e perfino un ritorno a casa. Col primo medico che parlai, mi caddero le braccia. Mi disse che la ferita andava bene e che si andava bene. Bene? La ferita? Mio padre aveva avuto uno scompenso complessivo del suo organismo che necessitava di una totale presa in carico di tutto l’organismo, e non solo della parte specifica interessata. Non è malasanità, è un modo di ragionare che è di protocollo, è una concezione appunto, specialistica, come “metodo”, e come “metodo” andrebbe combattuta, dai filosofi. Che, abbiamo detto, sono spariti.

In questa loro sparizione, infine, i filosofi ci hanno messo del loro, perché si realizzasse quanto detto. Sono diventati imprenditori della loro immagine. Ed è un mestiere. Ma se si fa quello non se ne può fare un altro.

Pionieri di questo disastro i cosiddetti “nouveax philosophes” (dei quali è sopravvissuto l’imbarazzante Bernard Henri Lévy), quando, ben 42 anni fa, esattamente, inaugurarono questo metodo. Che Deleuze descrisse perfettamente, dicendo: «Era da tempo che desideravo parlare dei nuovi filosofi, ma non sapevo come. Avrebbero subito detto: guardate, è geloso del nostro successo. È il loro mestiere attaccare, rispondere, rispondere alle risposte. Per quanto mi riguarda, io posso farlo una sola volta. E dopo questa non risponderò più. Ciò che mi ha convinto a intervenire è stato il libro di Aubral e Delcourt. Aubral e Delcourt tentano realmente di analizzare quel pensiero, e giungono a risultati molto comici. Il loro è un libro corroborante, sono stati i primi a protestare sul serio. [...]. Ci sono molti problemi, di natura molto differente. In primo luogo, si è per molto tempo vissuto in Francia sulla moda letteraria delle “scuole”. E una scuola è già di per sé terribile [...]. In ogni caso, quale che sia la miseria delle scuole, non si può dire che i nuovi filosofi abbiano costituito una scuola: hanno fatto di più. La novità reale è che essi hanno introdotto in Francia il marketing letterario e filosofico. Altro che scuole! [...]. Il marketing ha i suoi particolari principi: bisogna che si parli di un libro (o che se ne faccia parlare) più di quanto il libro parli o abbia da dire di per sé. Al limite, è necessario che la moltitudine di articoli di giornale, interviste, colloqui, trasmissioni radiotelevisive rimpiazzi completamente il libro, che a quel punto potrebbe non esistere affatto».

In ultimo, se tutto ciò, peraltro, volesse dire che i filosofi non ci sono più, risponderei che, no, i filosofi ci sono. E chi sono? Quelli che non vedete mai in Tv, che non hanno un blog, che non scrivono sui giornali. E non perché vivono in una torre d’avorio. Semplicemente non stanno nel Circo. A ognuno il suo habitat.


CONTINUA