intervista a: ROBERTO SIENI parte III


Oramai sta diventando un appuntamento settimanale, quello con Roberto Sieni e con la sua grande capacità di coinvolgimento e speculazione filosofica. Stiamo provando ad avvicinarci con cautela e passi misurati all'attualità delle cose e alla riflessione su queste. Ecco perché vogliamo affrontare il ruolo della filosofia in una modernità che sembra lontanissima a livello temporale; un tempo che, come "dipingerebbe" Salvador Dalì in La Persistenza della Memoria (in foto), appare "elastico"e difficilmente catalogabile.


Prendo in prestito le parole della tua ultima affermazione Roberto, per cui i filosofi “non stanno nel Circo”, e mi chiedo spontaneamente come possa essere possibile oggi porre e porsi i giusti quesiti, per comprendere questo “marketing letterario e filosofico”. Non pensi che il “tempo della filosofia” ormai non rispetta più il tempo della realtà? Stiamo parlando di anamnesi contrapposte ad una realtà che muta quotidianamente e che non ha bisogno di essere compresa, ma “approvvigionata”, usata e scartata.

Circa la tua domanda, ovvero come fare? (o, con Lenin, “Che fare?”, almeno per assonanza, non altro), come fare per porre i quesiti giusti, credo che il problema purtroppo sia un altro. Ovvero, ammesso anche che qualcuno (e non necessariamente il filosofo) ponesse dei quesiti giusti, c’è qualcuno a cui, questi quesiti e, più in generale, questi argomenti interessano?

Sarò un pessimista, ma credo di no. Per quello che vedo io (e già questo l’ho detto sopra, mi ripeto), siamo in una società che esclude ogni interesse per i quesiti (giusti o meno che siano) e che vuole solo (miracolose, sarebbe il caso di dire), soluzioni. Tutto dev’essere a consumarsi, tutto dev’essere prêt-à-porter. O usato e scartato, come dici tu.

Siamo, e da 40 anni, nella “società dello spettacolo”, come la preconizzò Guy Debord (in foto, su Ponte Santa Trinita a Firenze) nei primi anni 60. La società dove non conta più essere, e nemmeno, al limite, avere, ma conta apparire. Essere immagine.

A metà degli anni 70 Eric Fromm, che non era l’ultimo arrivato, scrisse “Avere o essere”, critica di un’etica, e di una società, dove si valeva non per quello che si fosse ma per quanto si avesse.

Oggi, Fromm, che, ripeto, non era nemmeno l’ultimo arrivato, appare ingenuo, obsoleto già al suo tempo, perché anche quella dimensione di essere per quanto si aveva era al tramonto e stava incalzando, appunto, l’apparire.

Che ebbe un temporaneo stop, la società dello spettacolo fu temporaneamente rimandata di circa un decennio a causa di un “impegno” di tutt’altro tipo, molto “rivoluzionario”, che cominciò nel 68 e si concluse con l’inizio degli anni 80.

Qui trionfa l’edonismo reaganiano e, da noi, Craxi, un socialista, anzi il primo socialista alla guida del governo italiano, l’uomo dal quale ci si sarebbe aspettato un divenire verso un socialismo, pur democratico, ma comunque un indirizzo politico volto a colmare le disuguaglianze e a progredire nella modernizzazione dei diritti civili, lancia invece un “bomba liberi tutti”, ognuno faccia il suo proprio interesse, pesce grande mangi il pesce piccolo, si instaura la legge della giungla. Il popolo italiano, dove il tasso di egoismo e di individualismo è drammaticamente forte, recepisce in pieno. Evviva la libertà di fare come mi pare, in barba all’altro, in barba ai diritti comuni, in barba all’interesse generale. Basta con i doveri che ci imponevano le due forze principali, la Chiesa, che diceva siamo tutti fratelli, e il Partito Comunista, che diceva che siamo tutti compagni. Ora c’è solo l’Io. Berlusconi, poi, porterà al massimo compito questo scellerato programma, innanzitutto culturale, più ancora che politico.

Ma torniamo agli anni 80 o “anni di merda” come li definisce Deaglio: tutti bevono la panzana, tutti sono felici di poter fare come gli pare, e nessuno si accorge della trappola. Ad esempio: non si assume più, nell’impresa, e milioni di giovani devono aprirsi un’attività in proprio per vendere il loro lavoro alle imprese che lo compreranno (se vorranno comprarlo). Il precariato esplode, ma non si chiamano precari, si chiamano free-lance e fa chic. Tutto fa chic, tutto è tradotto con termini chic. Invece di competenza si dirà know-how e ci si sente grandi, evoluti. Il linguaggio si offre a compiere una mistificazione della realtà di straordinaria forza.

Si va verso l’alienazione di noi per diventare, appunto, immagini. Attori della società dello spettacolo, per cui si è (si esiste) solo se si è su quel palcoscenico, se si lavora in quel settore (che deve essere avveniristico, l’elettronica) e non in quell’altro (che è da vecchi, l’artigianato, l’agricoltura) e, nel personale, se ci si fa vedere nel locale di tendenza (ora si dice tendenza, non più moda, termine da vecchi). Solo per fare un paio di esempi, che la fenomenologia di questo costume è enorme, ma per me talmente disgustosa che mi fermo qui.

Oltre quello che poteva prevedere Debord, il palcoscenico si fa ancora più pazzesco. Non è più tanto lo spazio fisico (che pure resta, come la movida dimostra e come la movida mostra bene che conti solo essere lì, non essere lì per fare qualcosa, ma solo essere lì), ma c’è uno spazio ancora oltre, il virtuale, facebook, instagram, dove il mio esibizionismo non ha più limiti, dove posto costantemente con una ripetizione quasi autistica l’immagine del mio Io. Ed esisto come immagine.

Anche qui senza vedere la trappola. Perché nei social appaiono i like e i followers e per avere tanti like o tanti followers, dovrò essere come si deve essere per prendere tanti like o avere tanti followers, dunque diventerò sempre più un’immagine, quella che i like e i follower esigono. Io, come essere, o come esserci, sparisco. A favore della mia immagine. Del mio inautentico.

Incredibile ma vero, la cosa dura da 40 anni, dal 1980, quando fu chiamata “riflusso”, nel suo schema di base, l’aggiunta elettronica, più recente, non essendo niente di nuovo se è solo una maniera di quello stesso modo di essere, di quella stessa dinamica della società dello spettacolo.

Per cui, forse, non è nemmeno del tutto vero che la realtà muta quotidianamente. Sembra che lo faccia, invece è in uno stallo drammatico.

Manca il nuovo, peggio, manca il “possibile”, perché è tutto già dato e a quello si sta o, per meglio dire, siccome a quello si sta, tutto è già dato, nulla è da inventare, da immaginare.

“L’immaginazione al potere” dicevano gli studenti della contestazione del 68, che avevano letto Sartre e Marcuse, non la Ferragni. Oggi l’immaginazione è stata abolita. Non mi immagino niente, non mi immagino chi debbo, o voglio, o vorrei, essere, i like mi daranno la forma che dovrò essere.

I canoni della società dello spettacolo mi daranno la ricetta per ciò che debbo dire, cosa debbo indossare, dove andare, che atteggiamento assumere, con chi stare. Evviva gli e le influencer.

La filosofia in tutto questo? E’ per forza di cose indietro perché ha bisogno di troppo tempo per elaborare, tu chiedevi?

Direi di no. Sì, Hegel diceva che la filosofia è come la nottola di Minerva, che prende il volo a giorno finito, ovvero che è sempre in ritardo rispetto alla realtà. Personalmente, e per quel che vale, non credo sia così (come non credo che Hegel, pur tanto strombazzato, sia una grande filosofo), anche perché, come dicevo sopra, il tempo non manca di certo, se siamo da 40 anni in stallo, altro che vorticoso movimento rispetto al quale sarebbe difficile stare al passo.

No, qui torno a quanto detto nelle domande precedenti, o come ho già richiamato anche qui sopra, ovvero (e anche ammesso che il periodo è assai povero di menti filosofiche interessanti) il problema è che ciò che interessa è altro. Rispondendo a una precedente domanda dicevo che non interessano i problemi, ora aggiungo che non interessa né la riflessione né l’immaginazione, dunque la filosofia (che è porre problemi, come già detto, e riflessione e immaginazione, come ho aggiunto adesso) poco ha spazio per poterci stare.

La merce che offre non interessa al mercato. Al mercato della società dello spettacolo. Che, ripeto, non è più veloce, non è più elettrica nel movimento, ma è consumatrice superficiale, ancora come dici tu, di approvvigionamenti immediati da usare e scartare. Di orizzonte limitato, shottini, telefonini e qualche pista di polvere bianca e nient’altro, al punto tale che sono in crisi industrie di beni diversi che non interessano più. Interessa a qualcuno arredare bene la casa, vestirsi con gusto, leggere (non necessariamente di filosofia), andare a teatro, sentire un concerto?

Al limite, e per quei non molti che possono, ci si allarga al Suv. Che poi spesso è comprato anche da molti che in realtà non possono, perché per l’apparenza si fa di tutto. Si fanno debiti, si compra a rate e “nelle auto prese a rate, Dio è morto”, come in una vecchia canzone di Guccini, dal titolo nietzscheano, appunto “Dio è morto”, cantata dai Nomadi. Erano gli anni 60, quando scriveva Debord. Poi tutto è peggiorato, né Debord né Guccini sono riusciti a fermarlo. Né la filosofia. Eppure avevamo grandi filosofi: Foucault, Deleuze, Lyotard, Derrida, Marcuse, si leggeva ancora Sartre e Marx era ancora “vivo”, per quanto più citato che letto.

Siamo in un periodo storico preciso, al pari di altri periodi, il Rinascimento, l’Illuminismo, in un periodo però di secca, di decadenza, culturale, morale, politica e perfino economica.

Alla filosofia spetta di resistere, come i partigiani in tempo di guerra, come i primi cristiani nelle catacombe. Che ci riesca o meno, per ragioni endogene o esogene, per meriti o demeriti propri o per meriti o demeriti del mondo esterno ad essa, non saprei dire. Non faccio previsioni.


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