intervista a: ROBERTO SIENI parte IV


Di solito ci si interessa a ciò che interessa agli altri. A volte si fa interessare qualcuno a ciò che interessa a noi. Sicuramente questa volta mi sto interessando a qualcosa che spero interessi a tutti. Inizio parafrasando Cesbron e per introdurre il quarto appuntamento con Roberto Sieni. Oggi la discussione verterà su filosofia e tecnologia, o meglio sull'utilizzo della filosofia attraverso le nuove tecnologie. Ma come sempre la discussione prenderà direzioni inaspettate.


Proviamo ad immaginare che la Filosofia abbia resistito fino ad oggi e che grazie a questo lento “riflusso” o sviluppo della “società dello spettacolo” abbia maturato le basi per comprenderne le debolezze. Hannah Arendt in tempi non certo digitali, definisce Internet come uno “spazio pubblico”. Che sia arrivato il momento di spostare il raggio d'azione filosofico in campo tecnologico? Aggredendo con metodo di analisi classico lo sviluppo di questa modernità, creando un nuovo interesse per il “porsi quesiti”.

Giustissima domanda e, soprattutto, giustissima indicazione, ovvero vediamo se si può fare qualcosa (e cosa), anziché piangerci addosso, come io per primo ammetto di aver fatto, se vogliamo, nelle risposte precedenti. Prendiamo quanto detto detto finora come la necessaria pars destruens a premessa di una possibile pars costruens, come nel metodo di Bacone, e andiamo al punto.

Il tecnologico non è affatto il diavolo, vorrei dire, innanzitutto.

Semmai, e come ogni cosa, può avere due lati, uno positivo e uno negativo o, come ci insegna Spinoza (e riprende Nietzsche) non c’è il Bene e il Male, ma “il Buono e il Cattivo dello Stesso”. Un’arma è “buona” se salva una vita, è “cattiva” se uccide una vita. Alfred Nobel pensava di aver fatto un’invenzione “buona” con la dinamite, pensando a quanto lavoro bestiale risparmiava ai poveri picconatori che facevano le gallerie. Ma la dinamite ebbe un uso “cattivo” essendo usata per fabbricare armi di distruzione, tanto che il nostro inventore, sconvolto da questi esiti, mise gran parte degli ingenti guadagni dei suoi brevetti a fare un premio per le scoperte virtuose e, in particolare, per chi si adoperasse per la pace.

Il tecnologico, ben al contrario di essere il dis-umano, come erroneamente si crede in queste divisioni superficiali e rozze che attraversano tanto la chiacchiera da bar che certe ideologie fra il filosofico, il mistico, il religioso (i quaccheri, gli ecologisti assoluti, filosofi dell’ontologia pura come Severino) è la caratteristica tipica dell’umano.

Nel film “2001- Odissea nello spazio”, Kubrick fa notare tre tappe del diventare dell’umano. La prima è quando il nostro antico antenato, ancora poco più che una scimmia, non riuscendo a estrarre, per cibarsene, il cervello dal cranio di un animale morto, impugna un osso e lo usa a martello per rompere quella teca che non riusciva ad aprire con le sole mani. E’ il primo arnese, o attrezzo, o mezzo, o utensile, o protesi, che appare, è l’antenato di tutti i nostri arnesi, fino al computer stesso, come quell’umanoide che se ne serve (o lo inventa, si potrebbe anche dire) è appunto il nostro antenato. Da cui discendiamo. Siamo quella discendenza di un umanoide dotato di arnese.

Bergson, che ho già detto sopra voleva si dicesse homo faber e non homo sapiens, precisa infatti che l’uomo è l’unico essere capace di fabbricare arnesi (più ancora che di usarli, addirittura di fabbricarli). Siamo noi, ovvero il nostro corpo, e (o con) un qualcosa in più, questa protesi, quest’arnese, questa macchina, poi, che dall’arnese elementare inventiamo macchine, dal martello andiamo alla macchina, arnese complesso. Deleuze e Guattari parlano di “macchine desideranti”, ovvero l’uomo non è, come erroneamente si intende questo concetto, una macchina agita dal desiderio, è un corpo, questo sì, agito dal desiderio, che realizza macchine in funzione della realizzazione degli oggetti del desiderio. In questo, la macchina è desiderante.

Tutto bene, dunque? Purtroppo no. C’è un problema. L’uomo ha un vizio da cui non riesce a liberarsi, il vizio di dividere, di scomporre l’unità (l’abbiamo già visto sopra con la specializzazione) per poi divertirsi a mettere queste due parti l’una contro l’altra, godendo di questa lotta, di questo match, come nel passatempo di Spinoza che, si dice, catturava e metteva due ragni a combattere fra di loro.

Nasce così la falsa dicotomia, ma la guerra, vera, fra il tecnologico e (come dire?) l’umanistico.

I tifosi tanto di una parte che di quell’altra, sbagliano entrambi, sbagliano a riconoscere questo fondamento dividuale, e sbagliano ad accapigliarsi fra di loro, esattamente come i capponi di Renzo nei “Promessi Sposi”.

Gli adoratori del tecnologico vedono il Bene (e già qui sbagliano poiché abbiamo detto, semmai esiste il Buono ma non il Bene) solo in ciò che è sviluppo, progresso, arricchimento di prodotti, aumento di produzione, tutta rigorosamente materiale.

Facciamo un esempio: anni fa, un ministro dell’economia, nientemeno, non uno al bar, certo Tremonti, se ne uscì dicendo che sfidava chiunque a farsi un panino con la “Divina Commedia”. Con la cultura non si mangia, diceva il nostro grande ministro, negando così ruolo e valore alla cultura, a causa della sua immaterialità, della sua non essenzialità, a voler dire, insomma, che senza mangiare si muore, senza leggere la “Divina Commedia” non si muore. Verissimo peraltro.

Ma il problema è un altro.

Per quanto sia vero che non si mangia la “Divina Commedia”, è vero però che la “Divina Commedia” fa lavorare stampatori, legatori, agenzie di distribuzione libri, corrieri di trasporto merci, librerie, i cui titolari mangiano non la “Divina Commedia”, però mangiano grazie alla “Divina Commedia”.

In una società avanzata, dove l’industrializzazione ha i mezzi per produrre in abbondanza rispetto alla richiesta di “bisogno primario” (nutrirsi, avere un tetto, vestirsi, più qualche “aggiunto” quali un mezzo per spostarsi, qualcosa con cui curare le malattie) si arriverebbe presto alla surproduzione e dunque alla mancanza di lavoro se non si diversificassero le attività produttive verso altri bisogni, o desideri, qui nel caso, capaci di costituire obiettivi per diverse produzioni e nuovi (o ulteriori) posti di lavoro. Questi settori sono, in primo luogo, i “settori della cultura”, che creano posti di lavoro creando altre figure professionali (o semplicemente lavorative, se vogliamo) quali quelle indicate nel ciclo di produzione della “Divina Commedia”. Si aggiunga all’editoria, di cui abbiamo detto, il cinema, il teatro, la musica, lo sport, e si vedrà bene come si vive più di Divine Commedie (o, ripetiamo, grazie alle Divine Commedie) che non di pane (o, ancora, grazie alla produzione di pane), per stare al nostro geniale ministro.

Di contro, i supporters avversi non sono esenti da errori identici, seppur in reciproco.

Ci sarebbe un’istanza oggi non più eludibile: l’ecologia. Su questo tutti dovremmo essere d’accordo, perché le condizioni del pianeta non sono più compatibili con la vita e del pianeta stesso e dell’umanità. Ma abbiamo perso la partita. Non solo per colpa degli “uomini cattivi” della tecnologia che non vogliono frenare il processo di produzione onde non perdere i loro profitti, costi quel che costi al pianeta Terra e a chi la abita, ma per colpa degli stessi ecologisti hanno assunto una posizione suicida.

Già i “verdi” sono nati male, per cattivo parto. Quando finì quello che si chiamava l’”impegno” a vocazione (pseudo)rivoluzionaria, questi rivoluzionari da operetta si trovarono senza più luogo. Non potendo essere accolti dai partiti tradizionali, essendone stati nemici, si inventarono un interesse che mai li aveva sfiorati: l’ambiente. Annusato che qualche timido movimento in quel senso prendeva forma, corsero a occupare quello spazio politico nascente. Il loro obiettivo era riciclarsi. Caso lampante è Daniel Cohn-Bendit, “Dany il rosso”, leader della rivolta del 68 che si scopre bucolico e agreste e fa carriera politica nel parlamento europeo.

La moda, stile “società dello spettacolo”, fa il resto e, dal vertice alle masse, abbiamo, a livello di cittadino comune, l’ecologista che compra biologico, che va in bicicletta, e con questo ha salvato la sua coscienza, spesso come il cattolico che con una messa la domenica si garantisce una settimana di peccato. Di chi sono, vi siete mai domandati, quelle biciclette allucchettate sui marciapiedi? Sono degli ecologisti che, dall’alto della loro purezza, possono, poi, fare ciò che vogliono.

Qualcuno dirà che sono cose minime, su cui è assurdo soffermarci. Può essere, personalmente credo che la società si faccia attraverso la somma di tutti questi comportamenti, pure minimi, e quindi li considererei assai importanti. Ma passiamo oltre.

Passiamo al rifiuto, dell’ecologista, di tutto ciò che non è ecologico. E qui casca l’asino.

Jeremy Rifkin, tiriamo in ballo un filosofo (spesso etichettato anche di altre valenze), sta ammonendo da molto che entrambi i contendenti debbono modificare la loro prospettiva: gli industriali devono capire che stanno andando a sbattere contro il muro, continuando a proporre un oggetto che è ormai in surproduzione e obsoleto, e devono investire altrove ed esattamente nell’ecologia, dove la necessità di oggetti ecologici (dai pannelli solari alle attrezzature di confezionamento) costituirebbero un mercato eccezionale. Innanzitutto per il profitto, obiettivo di questi signori, quindi tutt’altro che abbattimento dell’industria, ma una ancor più potente industria. E i secondi dovrebbero cessare con il loro atteggiamento aprioristicamente contrario all’industria e legato a una sterile ideologia bucolica e capire che una vera ecologia non può che passare dall’industria.

Ovvero occorre fare una rivoluzione. Davvero una rivoluzione (anche senza barricate, Marianne che guidano il popolo o ghigliottine) perché sarebbe una rivoluzione.

Ma chi è che si sveglia dalla sua pigrizia? La pigrizia tanto dell’industriale che preferisce continuare a fare ciò che conosce, la pigrizia del politico verde che ha ormai fatto suo il vecchio commercio di scambi carrieristici, la pigrizia dell’ecologista cittadino comune che con una bicicletta crede di aver risolto tutto e sta lì al calduccio di come si sente bravo. Perché va in bicicletta.

E la filosofia?, si diceva.

Ecco dove la filosofia dovrebbe darsi da fare. Dovrebbe darsi da fare nel disegnare un possibile futuro fatto di quella sintesi che le parti in causa non sanno fare, anzi, nella loro opposizione trovano la fierezza stupida, come abbiamo già detto, dei capponi di Renzo.

Rifkin è un esempio.

Ma altri esempi ci sono.

Edgar Morin che predica per un “pensiero complesso”, ovvero un pensiero che rincolli quella frattura fra tecnologico e umanistico, fra scienza e filosofia, e si alimenti di ogni contributo, da qualsiasi campo venga, anziché continuare, da parte dei due contendenti, a stare nel rinchiuso della specializzazione, da dove il problema non solo non è risolvibile, ma non è nemmeno percepibile come tale. Ovvero “Cambiamo strada” come nel titolo del suo ultimo libro (Cortina Editore), scritto in piena emergenza Covid, circostanza che è l’esplosione degli errori di cui sopra.

Occorrerebbero filosofi che si occupassero, come Rifkin e Morin, di questo, ma occorrerebbe anche andare ad attingere a quanto già c’è nel bagaglio della filosofia. A quanto sulla società post-industriale hanno scritto Foucault, Deleuze , Lyotard.

Occorrerebbe studiare nuovamente Marx, cercando di trovare dove nei suoi scritti c’è l’archeologia di oggi, che capiremo molto dei disastri di oggi. Di sicuro come la sinistra si è volontariamente suicidata, ad esempio.

Soprattutto, e però, e anche per riaccostarci ai pensatori del passato, recente o meno recente che sia, occorrerebbe si ricreasse una scuola.

Attenzione, nessuno si impressioni, non si intende una scuola come un corpus dottrinario che segue da un maestro e da un’idea, no, si intende proprio la scuola, la comunissima scuola, il luogo dell’apprendimento.

Ma occorrerebbe una scuola tutta diversa da quella attuale. Che è poi la forma che conosciamo da sempre e che sembra destinata, disastrosamente, a durare per sempre.

Del liceo ho già detto in una qualche risposta precedente come non sia possibile imparare niente in quello spezzatino schizofrenico di materie che si rincorrono l’una dietro l’altra ognuna a versare nozioni che, per queste modalità, saranno presto dimenticate, sui poveri studenti. Dell’università aggiungo che, altrettanto, pur con orari meno schizofrenici (ma ormai nemmeno tanto con lo spezzatino dei mini-corsi), la pratica è comunque la stessa: si continua a versare nozioni, a riempire gli studenti di nozioni.

Occorre, quando si va a scuola, “imparare a imparare”, come nel “Rapporto Faure” sull’insegnamento, che risale, incredibilmente, al 1972, non (solo) caricarsi di dati.

Occorre riflettere su quello che si impara e sapere perché si è lì a imparare questo e perché questo è, o almeno merita, di essere imparato.

Occorre riflettere, non tanto “su” l’argomento di cui si tratta, ma “insieme” all’argomento di cui si tratta.

Questa è la filosofia. E non dovrebbe essere metodo a usare solo nella facoltà di filosofia in quanto (esclusivo) metodo per la filosofia. Dovrebbe essere adottato in e per ogni disciplina, affinché lo studente imparasse a pensare nel mentre impara la nozione. Che va imparata, beninteso, che occorre essere preparati, non improvvisare senza basi, che il talento ha bisogno di lavoro, altrimenti non si va da nessuna parte. Che il pensiero ha bisogno di dati, altrimenti è sciocca improvvisazione, fantasia, creazione di “chimere alate” come ammoniva Hume.

Ma occorre sempre pensare, insieme ad apprendere, e capire è altra cosa da sapere.

Così si farebbe filosofia, e non solo alla facoltà di filosofia.

Così avrebbe un senso, la filosofia, e non solo nel suo ambito, ormai ridotto, da questa pessima scuola, ad essere un museo delle cere, dove la stessa filosofia è, per la maggior parte, insegnata come nozione di se stessa.

C’era una volta, vale la pena di dire così, perché sembra una favola, anche se il finale, lo dico subito, non è da favola, c’era una volta, dicevo, una scuola, si chiamava Università di Vincennes. (una lezione di Deleuze nella foto in alto, una locandina autoprodotta dagli studenti nella foto accanto).

Si dice per dare spazio alle istanze richieste dagli studenti con le manifestazioni del 68, in realtà per fare un ghetto di studenti troppo “teste calde” e preservare la rispettabilità delle università tradizionali, il governo francese fece edificare, appena fuori Parigi, a Vincennes, questa università.

La fondarono intellettuali di altissimo rango, come Hélène Cixous e Michel Foucault, fra gli altri. Vi insegnarono Châtelet, e i già tanto citati Deleuze e Lyotard. Fra le tante innovazioni, era dotata di un asilo per i bambini degli studenti, essendoci molti studenti-lavoratori con qualche anno di più della normale età universitaria. Attirò Chomsky, Lacan, Dario Fo e Carmelo Bene, che vi fecero delle lezioni. Ma dire tutto l’albo d’oro delle intelligenze che, da tutto il mondo, arrivarono, sarebbe lungo.

Ma questa scuola non era mai piaciuta alla destra politica, pur essendo stata realizzata, ultimo atto del suo governo, da De Gaulle e alla fine, dopo anche una campagna fatta da quelle che oggi si chiamano fake-news (un cavallo si sarebbe laureato a Vincennes, scrissero dei giornali di destra e perfino lo disse una ministra che, querelata, si avvalse dell’immunità parlamentare), fu finalmente distrutta. Oggi, nel Bois de Vincennes non ci sono nemmeno minimi resti a dire di essa.

Ci ero stato da giovane, una volta, in qualche modo son riuscito, un paio di anni fa, a rintracciare dov’era.

Deleuze vi teneva le sue lezioni al martedì. Cominciava il sabato a prepararle, nel senso proprio della esibizione che doveva tenere, come una recita teatrale, come un’affabulazione, che altrimenti una lezione è morta e nulla trasmette.

Naturalmente non era solo recita, lo so perché ho avuto la fortuna, alla mia facoltà, di vedere una caso analogo. Grazie al professor Francesco Adorno. Le sue lezioni, densissime di materia e di contenuti, erano fantastiche per l’appassionamento da cui erano sostenute.

Come le lezioni appunto di Deleuze che, chi voglia vederle, le può trovare su vari siti web a cominciare da youtube.

Ma a parte questo, ho ricordato Vincennes perché una volta, durante un’intervista, Deleuze racconta cos’è Vincennes e cosa dovrebbero essere le scuole e come le materie dovrebbero interagire fra loro, ognuna delle quali cosa dare.

Dice: «Vorrei parlare di un aspetto molto particolare. Nella situazione tradizionale, un professore parla davanti a degli studenti che cominciano ad avere o hanno già una certa conoscenza di quella disciplina. Questi studenti seguono anche altre discipline; ci sono inoltre degli insegnamenti interdisciplinari, per quanto secondari. In generale, gli studenti sono “giudicati” in base al loro livello in una certa disciplina considerata in modo astratto.

A Vincennes la situazione è diversa.

Un professore, per esempio di filosofia, parla davanti a un pubblico che comporta, a diversi livelli, matematici, musicisti, di formazione classica o di pop music, psicologi, storici ecc. Ma invece di “mettere tra parentesi” queste altre discipline per accedere meglio a quella che si pretende di insegnare loro, gli uditori, al contrario, si aspettano dalla filosofia, per esempio, qualcosa che gli servirà dal punto di vista personale o che intersecherà le loro altre attività. La filosofia li riguarderà non in funzione di un livello che possederanno in questo tipo di sapere, anche se è un livello zero di iniziazione, ma in funzione diretta del loro interesse, cioè delle altre materie o materiali di cui hanno già una certa padronanza. È quindi per se stessi che gli uditori vengono a cercare qualcosa in un insegnamento. L’insegnamento della filosofia perciò si orienta direttamente verso il problema di sapere in che cosa la filosofia possa servire a dei matematici, o a dei musicisti ecc. — anche e soprattutto quando non parla di musica o di matematica».

Non credo ci sia da aggiungere niente.


CONTINUA