intervista a: ROBERTO SIENI parte V


Siamo partiti chiedendoci come, e se, la filosofia possa recuperare il ruolo trainante che sempre ha avuto, nella trasmissione culturale, intellettuale e sociale di ogni epoca. Abbiamo concordato sul fatto che l'interesse attorno a questa materia, ma anche alle dinamiche solitamente trattate, sia calato, nel corso del tempo e con lo sviluppo di nuove tecnologie a ambiti di sapere. Non ci resta che domandarci come e se i due ambiti possano essere nuovamente accoppiati, in modo da creare uno spazio di indagine filosofica nuovo e moderno, magari sfruttando proprio i nuovi media, in cui applicare metodi classici o rivisitare esperienze passate. Parliamo di questo attraverso l'esperienza di Vincennes (nella foto in alto, com'era prima della demolizione avvenuta nel 1980) nella quinta parte dell'intervista con il filosofo fiorentino Roberto Sieni.


Collegandoci alla tua ultima risposta, credi che si possa auspicare una nuova Vincennes? Magari che non disponga di uno spazio fisico, ma che invece possa svilupparsi andando ad occupare uno spazio virtuale, rappresentando l'evoluzione del concetto classico di fare filosofia, di fare "insegnamento".

Ancora due parole sulla storia di Vincennes, dopo quanto ho detto nella risposta precedente: fondata nel 1969 fu distrutta, rasa al suolo, e trasferita, snaturandola, nel 1980, in un’altra zona della periferia parigina, Saint-Denis.

La demolizione fu interdetta alla vista e la polizia fece un cordone attorno al luogo, i camion che portavano via i detriti erano anonimi, senza alcun logo delle aziende, spesso scortati dalla polizia. Questo per capire come si sia trattato di un autentico colpo di mano, autoritario, contro la volontà degli studenti e degli insegnanti. Oggi, la natura ha ripreso il sopravvento nel Bois de Vincennes (come si vede dalla foto).

Tornando alla domanda, credo che non solo si debba auspicare un’altra Vincennes, ma che sia addirittura obbligatorio che l’insegnamento, non solo della filosofia, riprenda quella direzione. Come diceva Deleuze a fronte del sempre paventato pericolo di chiudere questa università, «bisognerebbe, invece di sopprimere Vincennes, crearne altre tre o quattro. In particolare, una Vincennes-scienze, con questo metodo di insegnamento, sarebbe indispensabile (molti di noi potrebbero parteciparvi come uditori)».

La cosa dovrebbe essere perfino ovvia. Solo chi non vuol vedere può negare una verità, di fatto, assolutamente palese ed evidente, ovvero che l’insegnamento, tutto, così come si svolge attualmente, è fallimentare. Che ha, ampiamente, fallito. Tutti i suoi scopi.

La scuola, e soprattutto l’Università, forma dei tecnici, forma solo dei tecnici, non degli uomini che sanno padroneggiare una tecnica. Non è la stessa cosa.

Forma uomini che sanno solo di quella tecnica, o qual è, al momento, quella tecnica conosciuta e riconosciuta di valore e come, più o meno, applicarla. Nient’altro. Sono degli «addetti alle macchine», per riprendere un’espressione dall’”Anti-Edipo” di Deleuze e Guattari.

Così muore il pensiero critico, come un bellissimo libro su Vincennes sottotitola “Vincennes. Une aventure de la pensée critique”, o la coscienza critica, quella che dovrebbe essere al centro di ogni insegnamento, il cui scopo dovrebbe essere quello di “fare” una persona che abbia coscienza critica (invece siamo addirittura arrivati a fare esami con test a crocette e a spiegare la filosofia con le slide, ovvero tutto il contrario del pensare, o del pensare con, come ho detto in un’altra occasione), e non si coglie neppure il secondo obiettivo, utilitaristico, che si sarebbe voluto cogliere con questo metodo o indirizzo, ovvero il guadagno, il profitto.

Cerco di spiegarmi.

Faccio un esempio: qualche tempo fa abbiamo avuto a cena una coppia di amici con la loro figlia, che studiava psicologia. Le regalai un libro di Lurija, uno psicologo importante nella storia di questa disciplina. La ragazza non ne aveva mai sentito parlare. Compresi che, anche in psicologia, come, e tanto più, in medicina e in altre scienze “positive”, l’insegnamento si riduce a ciò che sappiamo adesso, poco ci interessa di cosa è successo prima, delle varie teorie che sull’argomento si sono succedute, delle ipotesi che sono state fatte, ivi compreso quelle che sono state poi dichiarate invalide (e sulle persone storiche che vi si sono applicate, di conseguenza) perché, come già detto, l’importante è creare una figura professionale, un tecnico, capace di applicare quella tecnica.

Ma questo iper-positivismo (che farebbe rivoltare nella tomba lo stesso Comte), questo limitarci solo all’ultimo risultato che abbiamo, produce un effetto devastante: l’allievo non sa e non ha idea che per arrivare a un risultato occorre seguire un processo, che il processo è lungo e laborioso, incerto, rischioso, perché si può andare incontro a un fallimento, meglio, a non riuscire a cogliere il risultato, nondimeno è solo così che comunque si potrà ottenerlo, un risultato. Non c’è il risultato come un dato, c’è un risultato che ha tutto un dietro, e proprio quel dietro, insuccessi compresi o risultati poi ribaltati di giudizio, quella fatica della ricerca, è il vero essere di quella professione. Nascosto all’allievo.

Nelle discussioni sul Covid è emersa la sorpresa che i virologi abbiano dato differenti punti di vista sulla questione. E’ sintomatico: si ritiene che la “scienza” sia una, ovvero sia quel “risultato”, come dicevo sopra, e non un’operazione dell’uomo, e dunque di diversi uomini, e quindi, di diversi punti di vista, di differenti progetti (come la storia della scienza, se conosciuta, mostrerebbe).

Sul fallimento di cogliere il secondo obiettivo, quello utilitaristico, poi, qui la situazione è ancora più drammatica. Per obiettivo utilitaristico intendo la pretesa di arrivare a un risultato utile, come realizzare un farmaco utile, quale la penicillina (Fleming) o il vaccino (Pasteur) o il vaccino antipolio (Sabin), per fare degli esempi.

Ma chi decide cos’è utile? Il mercato, in fondo, o nemmeno tanto in fondo. Si comincia bene, ma si finisce male, ovvero si comincia bene pensando di cercare un farmaco per una patologia, ma si finisce male pensando che è tanto più importante, quel farmaco, se cura una patologia diffusa perché se certamente è positivo curare un grande numero di pazienti è anche vero che su quel prodotto si punta perché permetterà più vendita e più guadagni. Le cosiddette “malattie rare” sono poco conosciute e difficilmente hanno farmaci a disposizione, non a caso.

Nasce così una ricerca obbligata, vincolata al guadagno, fino ad arrivare a sovvenzioni alle università, da parte delle industrie, per progetti mirati, che servano alle industrie, con buona pace dell’autonomia della ricerca, del diritto alla spontanea curiosità (base, secondo Aristotele, della conoscenza). Che produce un frutto avvelenato, che poi si ritorce anche contro lo stesso Dio, il guadagno, adorato dall’utilitarismo. Come?

Ancora il Covid ci dà una lezione. Recentemente è stato detto che siamo in difficoltà perché abbiamo perso l’occasione di studiare il coronavirus nella sua prima apparizione, nel 2006.

E perché abbiamo perso quell’occasione? Perché non abbiamo studiato il coronavirus nel 2006? Perché allora quel coronavirus, che non è quello di oggi, quest’ultimo essendo una mutazione, purtroppo più nociva, di quello, non creava particolari problemi, non richiedeva particolari farmaci, non solleticava la possibilità, dunque, di fare guadagni da parte delle industrie che si fossero interessate al problema e, per conseguenza, dalle industrie, e per il meccanismo detto sopra, si arrivava ad avere uguale disinteresse nelle università.

Se invece la ricerca fosse libera, soggiacesse anche, se pure non esclusivamente, alle curiosità del ricercatore cosa accadrebbe o, nel nostro caso, cosa sarebbe accaduto, oggi, se si fosse studiato il coronavirus nel 2006? Difficile dirlo, certo una probabilità che, in quella libertà, un ricercatore avesse studiato, avesse costituito un gruppo di studio, un progetto di studio, ci poteva stare.

E, quel farmaco, che si fosse trovato nel 2006, oggi avrebbe gran ritorno economico, ecco perché dico che la miopia di guardare solo all’oggi si ritorce anche contro l’atteggiamento utilitaristico. L’atteggiamento utilitaristico per cui l’unico valore è il guadagno economico. Immediato. Atteggiamento che si fa vanto di essere pragmatico, ma evidentemente non ha letto James (un altro che, e non da oggi, si rigira nella tomba) e non sa che il pragmatismo è tutt’altra, e ben più ampia, cosa.

Dunque, perché ci fosse un ricercatore che intraprendesse quella ricerca, ci sarebbe voluta, appunto, una libertà della ricerca, ma anche un ricercatore che, solo se formato su altre basi, avrebbe potuto farla. Un ricercatore che fosse provvisto di altre conoscenze che non quelle strettamente tecniche, che sapesse, dalla storia, delle fatiche e dell’incominciamento senza certezze di successo, di fama e di guadagno, anzi, rischiando pure qualcosa, come fecero i suoi predecessori. Un ricercatore che conoscesse la storia del dottor Semmelweis, ad esempio. Ci vorrebbe poco, basterebbe aver letto un piccolo libriccino di quel grande scrittore che fu Céline per sapere di questo medico che intuisce la causa degli altissimi numeri di decessi fra le puerpere nell’Ospedale Generale di Vienna, dove lavora nel 1846, ovvero il fatto che i medici che praticavano i parti avevano le mani infettate da bacilli raccolti durante le analisi autoptiche che contemporaneamente svolgevano. Semmelweiss impone lavaggi importanti, addirittura sanificazioni vere e proprie, attirandosi l’odio dei colleghi, che per la loro presunzione non accettavano certo di sentirsi dire che erano sporchi. Semmelweiss combatté fino alla sua personale sconfitta che lo vide perfino finire i suoi giorni in manicomio, per essere riabilitato, come spesso accade, solo post-mortem.

Ma oggi, e in questi giorni di Covid dove un atto difensivo è appunto lavarsi le mani, tutta la medicina lo deve ringraziare, tutti noi dobbiamo ringraziarlo, anche prima e al di là del Covid, se, quando siamo stati operati, il chirurgo si era opportunamente igienizzato. A cominciare dal lavarsi le mani (guanti o non guanti pur indossando).

Perché il progresso non è fatto su una retta, su una catena di Sì che si confermano a seguire, come ottusamente si racconta, ma di No, che interrompono l’errore. Come dice Bachelard con la sua “Filosofia del no”.

Ma per dire No occorre coscienza critica e libera. Una personalità che abbia questa stoffa e un insegnamento in questo senso, esattamente il contrario di un insegnamento che mostra solo i Sì, che si limita a riempire di nozioni, a ingolfare il cervello invece che a svilupparlo e premia i non-ribelli, gli obbedienti, ovvero, come notava ancora Deleuze, «ciò che ci minaccia è una sorta di lobotomia dell’insegnamento, degli insegnanti e dei discenti, a cui Vincennes oppone una capacità di resistenza».

Alla facoltà di medicina dovrebbero fare qualche esame di storia di se stessa, allora? Questa la conclusione?

In effetti, c’è da pensarlo. Certo non basterebbe impilare burocraticamente, nel numero degli esami da sostenere, qualche esame di storia della disciplina, magari preso in scarsa attenzione dagli studenti, come avviene nei confronti degli esami “minori”, per risolvere il problema, però, sì, questo significherebbe almeno una prima traccia di quella interdisciplinarietà di cui si diceva per Vincennes. Di una possibilità di contestualizzare la tecnica specifica entro un orizzonte meno asfittico, meno meccanico, a riaprire il pensiero su e con la “cosa” in questione.

E non che la storia sia maestra di vita, almeno per me. Semplicemente è realtà, in forma condensata, ma è realtà, la materia con cui sempre ci si deve confrontare. C’è la realtà attuale, quella che sembra essere, come detto fin qui, l’unica degna di attenzione, e quella condensata, svoltasi attraverso il tempo, ma non per questo defunta, non per questo inesistente. Materia da analizzare, non da glorificare, anzi.

La filosofia, ad esempio, muore perché troppo si interessa di storia o, per meglio dire, è solo storia della filosofia, non filosofia, quella che si insegna (e poi, per questo insegnamento, si interiorizza che la filosofia non possa essere altro che questa, ovvero, un museo).

Si insegna cosa ha detto Platone, poi Aristotele, poi Agostino, poi etc etc.

Cosa trattiene un allievo? Non riesco a immaginarmelo. Penso solo una sequenza di racconti che si susseguono senza centrare alcunché e, a suo tempo, questo è quanto successe a me. E’ l’eredità della riforma Croce-Gentile. Un secolo fa all’incirca.

Come si dovrebbe, invece, insegnare filosofia? Penso nella stessa maniera di come correttamente vengono declinate le voci in un dizionario filosofico. Cerchiamo una parola, ad esempio “ontologia”. Il dizionario ci dà la definizione ovvero ci dice “parte della filosofia che si interessa della questione dell’Essere”. Poi, sempre lo stesso dizionario, ci fa degli esempi di come “Essere” sia inteso e pensato da differenti filosofi, da cui ci sono differenti ontologie o, meglio, differenti realizzazioni della materia ontologica. In questi esempi, o per fare questi esempi, si ricorre appunto ai differenti filosofi, dunque alla storia. E qui c’è l’uso corretto della storia, come materia della questione, che la questione ha il suo bagaglio concettuale che si è svolto appunto nel tempo, ovvero nella storia. Ugualmente, allora, occorrerebbe, a livello di semplice didattica, isolare dei problemi della filosofia, altrove ho detto i due più importanti, conoscenza (gnoseologia) e attività (pratica) e i sui derivati, nel primo caso, la scienza e la tecnica, nel secondo l’organizzazione civile e politica, e altri ne possiamo dire, come l’ontologia, la logica, oppure la morale, l’etica, l’economia, la politica, il diritto e lì, su quel problema, riflettere, ovviamente nutrendosi della letteratura che si ha a disposizione su ognuno di questi temi. E che si ritrova nella storia.

E comunque, per una interdisciplinarietà non basterebbe solo la storia (della disciplina in questione), come qui si è insistito, ma occorrerebbe un concorso di tutte le discipline “fuori” (concetto caro a Foucault nonché a Deleuze) tutte le discipline oltre la disciplina in questione, perché solo così il discorso ha ricchezza e pregnanza. Altrimenti è solo tecnica o, anche, vuoto sapere. Poi, e questo è il punto da cui non si sfugge, occorrerebbe ci fossero “maestri”. Inutile sperare che la migliore struttura funzioni da sé, se non è popolata da persone capaci. E’ un’illusione che persiste quella di credere che la struttura, l’organizzazione, se fatta al meglio, e benissimo peraltro che lo sia, basti, o che l’uomo sia un derivato di questa o che grazie a questa possa fare necessariamente bene. Certo, in quelle condizioni, quell’uomo, sarà avvantaggiato, ma è un grande abbaglio che si possa prescindere da lui, e dalle sue qualità. E qui siamo nell’imponderabile, e i maestri, come le grandi intelligenze, non nascono a comando (o come i funghi, direbbe Nietzsche).

Infine, per quanto alla possibilità di un nuovo spazio, nel virtuale, per la filosofia, esprimo qualche dubbio.

In questi giorni si parla della didattica a distanza e la si boccia.

Concordo, anche se, mi sia permesso di dirlo, in inciso, trovo la discussione stupida. Stupida perché sarebbe sanissima se vertesse su un’analisi della DAD, alla luce dell’esperienza che stiamo facendo, quale possibile didattica, in sé, o per il futuro. E qui mi allineo a chi dice no, però trovo stupido che la si contesti in un momento in cui, per l’emergenza, altro non ci è permesso. Fa parte di quelle pretese su cui ormai solo ci basiamo. Noi pretendiamo, sempre e comunque, l’avversità ci disturba, arriviamo infatti fino a negarla e, avversità o no, vogliamo. Sempre vogliamo.

Ma torniamo al punto: la scuola tutta, e la filosofia anche, ha bisogno di uno spazio fisico e di un contatto fisico. Deleuze dice che «la filosofa si fa fra amici». Immagine che rimanda a Platone, ai suoi scritti, o “Dialoghi”, perché appunto dialoghi fra amici in simposi dove non scarseggiava peraltro il vino.

Convivenza e amicizia e, attenzione, che non basta la prima senza la seconda o, come ricorda ancora Deleuze, non servono a nulla i convegni dove relatori differenti sono impegnati a dire la loro, non a costruire insieme, come nel simposio platonico, come fra amici.

Tuttavia, il mezzo virtuale ha innumerevoli pregi, permette contatti che non si potrebbero avere facilmente, allarga la rete da pesca con la quale ognuno di noi cattura informazioni e conoscenze (non sto ovviamente a dire poi dei difetti o degli effetti negativi, da QAnon agli hater, che su quest’aspetto ci vorrebbe una sezione a sé, ma d’altra parte si è già detto che c’è sempre un buono e un cattivo dello Stesso). Per me, un lettore di quel Deleuze che preconizzava e auspicava il rizoma, ovvero la rete, contro la radice a fittone, ovvero la fissità, il www è stato grande cosa, grande maniera di ampliare, in estensione, la conoscenza e la mente. Ha dato opportunità prima impossibili, come la possibilità che esistano riviste come questa. Un tempo, con l’unico mezzo del cartaceo, era necessario dare il via ad un’operazione editoriale assai costosa (stampare tot numeri, distribuire tot numeri etc etc). Cosa per cui la comunicazione era in mano solo a chi possedeva grandi capitali, e ora, con l’immateriale del web può essere esercitata anche da chi, prima, ne era escluso.

Nell’occasione voglio segnalare che ci sono importanti riviste di filosofia che, altrettanto, sono possibili per la stessa ragione, ovvero che l’on-line non costa (o costa assai meno, al netto che, pure, queste riviste compensino gli autori). Segnalo “Doppiozero.com” dove scrivono, fra gli altri, gli amici Palandri e Ronchi e anche “aut-aut”, gloriosa rivista dell’epoca del cartaceo, dove scrive l’amico Polidori, sopravvive per la stessa ragione (così, nell’occasione ho citato anche alcuni filosofi che meriterebbe leggere e che sono sconosciuti perché non vanno a fare quelle comparsate televisive che fanno i “filosofi” conosciuti e per queste comparsate, non altro, sono conosciuti).

C’è però una cosa che mi inquieta, e la voglio dire, non so se vado fuori tema e, nel caso, chiedo scusa fin da adesso, ma è una cosa che mi assilla.

Normalmente il nuovo uccide il vecchio, e la cosa, a me, sembra assurda. E non perché il vecchio meriti di restare in vita per un astratto rispetto, ci mancherebbe, ma perché, magari, ha qualche qualità, specificità, che il nuovo, che pure ne ha altre, non ha.

Mi spiego con un piccolo esempio: comprare i libri on-line è una grande opportunità, permette di acquistare, ad esempio, libri di “nicchia” che difficilmente si trovano in libreria. Ma in libreria si può dare un’occhiata al libro, quando c’è, prima di doverlo comprare a scatola chiusa o si può trovare qualcosa che il libraio intelligente ti propone, come a me è successo spesso, grazie alla libreria “Todo Modo”. Per fare un esempio.

Allora, io dico, perché non usare correttamente un mezzo, per una necessità e, anche, l’altro, per l’altra necessità?

Ma l’uomo tende sempre a sostituire, a usare il nuovo per impiccare il vecchio.

Senza accorgersi che, così facendo, non si arricchisce perché annulla di avere, ora, due possibilità anziché una, com’era prima, e uccidendo il vecchio, torna ad avere, ancora, solo una possibilità.

Cosicché 1+1 non fa 2, ma fa ancora 1.

Curioso, no?


CONTINUA


Chi vuole farsi un’idea di cos’era Vincennes, di chi vi insegnava e della lotta per la sua sopravvivenza, può vedere al link, e troverà sulle nostre pagine un articolo dedicato, nei prossimi giorni.