intervista a: ROBERTO SIENI -parte VI


Siamo partiti chiedendoci quale ruolo possa avere oggi la filosofia, e siamo arrivati alla conclusione che, probabilmente anche oggi, la filosofia potrebbe avere lo stesso ruolo che ha avuto nei tempi. Lo abbiamo fatto passando attraverso un'analisi, seppur sommaria, di come sono modificati i contesti, gli strumenti di diffusione, i luoghi, le persone e l'insegnamento.


Quanto mancano oggi figure, come quella del Deleuze di Vincennes, in grado di fornire, parallelamente allo sviluppo tecnologico, un'interpretazione filosofica alternativa? Un modo d'intendere e comprendere la modernità che si nutra di una visione classica ma che si proietti verso un'interpretazione socio-politica attuale, in modo da ottenere finalmente 1+1=2.

Sì, abbiamo già detto delle mancanze, di quanto ci si trovi in un periodo di secca, o negli «anni d’inverno», per usare, ancora, le parole di Guattari.

Aggiungo, a completamento delle note dolenti, che oltre alle mancanze abbiamo anche dei cattivi esempi, ovvero, come ho già accennato, delle presenze di cui non sentivamo certo il bisogno: i filosofi pubblici, da Tv, social, o che si prestano a fare queste patetiche figure di commentatori sui giornali o nelle trasmissioni televisive, dove mi sembra che i giornali e le trasmissioni televisive li usino più per far folklore che per reale interesse, perché “il matto del villaggio” è simpatico, in fondo, e fa audience. E questi filosofi ci stanno, forse perché il loro ego ipertrofico li acceca, e non sanno neppure vedere quanto superino il limite del ridicolo, o forse perché da queste comparsate hanno un ritorno, che può essere economico, la vendita di libri, o “libidinale”, per usare le parole di Lyotard più ancora che di Deleuze, ovvero, banalmente, una soddisfazione al loro desiderio di apparire, di “sentirsi qualcuno” (una patologia psicologica che de Gaultier descrisse come “bovarismo”, da “Madame Bovary” di Flaubert). Così che vanno a proporre un’immagine insopportabile di tuttologi, che ci dicono come si deve fare il governo, se è meglio il pop o il rock, cos’è l’uomo, gli ingredienti per la mayonese, come fare le vacanze intelligenti. Cos’è il Covid, siamo arrivati anche a questo(!) e, nell’occasione, giocando al “piccolo Foucault”, ci hanno detto che è una strategia del Potere per controllarci. Che geni! E povero Foucault, così maldestramente impiegato.

In Francia stanno addirittura peggio. Ce ne sono di più che in Italia, di queste macchiette, e in questo caso il confronto fra la generazione attuale e le generazioni precedenti, ricche di tante personalità di tanta qualità, lì, è ancora più impietoso.

Nondimeno, qualcuno che merita c’è. Da noi, Rocco Ronchi, Enrico Palandri, Fabio Polidori, come ho già detto, dei quali, aggiungo, so del loro impegno come insegnanti. Segnalerei Fabio Treppiedi e Carlo Rovelli, che va oltre il suo confine di “fisico” abbracciando, come si è più volte detto dell’interdisciplinarietà, il “dato” e la riflessione, anche coltamente filosofica, sul dato. Il suo ultimo libro “Helgoland” è una bomba. All’incontro di cui è qui riprodotto un piccolo video (“La società dello spettacolo”) ho conosciuto il professor Alfonso Iacono, che mi è molto piaciuto (e sicuramente ci saranno anche altri che non conosco e verso i quali mi scuso se non rendo loro merito). Fra i “cervelli in fuga” ci sarebbe Giuseppe Bianco, autore di ricerche interessantissime, che lavora in Francia. E, ancora in Francia, ne ho fatto già altre volte accenno, c’è Edgar Morin (in Italia abbiamo il suo “allievo” Mauro Ceruti), quindi segnalerei François Zourabichvili, che purtroppo ci ha lasciato troppo presto, l’amico Jean-Paul Manganaro, che, magari, qualcuno dirà che non è un filosofo, mentre lo è, che sono molti i filosofi che non lo sono, e David Lapoujade, allievo diretto di Deleuze, oggi docente alla Sorbona e autore di testi molto interessanti, l’ultimo, in particolare, “Le esistenze minori”, dove ci ripropone un filosofo ingiustamente sottostimato: Étienne Souriau.

Circostanza, quest’ultima, che mi fa venire in mente una cosa, ovvero che, insieme a pensatori in grado di elaborare una teoria, insomma i grandi filosofi, gli “inventori” (Sartre dell’esistenzialismo, Husserl della fenomenologia, James del pragmatismo, solo per fare degli esempi), avremmo bisogno anche di studiosi che sappiano riportare alla luce i classici, noti o meno noti che siano, restituendo, a loro, vita, a noi, materiale ancora utile.

Che non è operazione facile, anzi. Deleuze dice: «Quando scrivo su un autore, il mio ideale sarebbe di riuscire a non scrivere nulla che potesse rattristarlo o, se è morto, che potesse farlo piangere nella sua tomba: pensare a lui, all’autore sul quale si scrive. Pensare a lui con tanta forza che non possa più essere un oggetto e che non sia neanche più possibile identificarsi con lui. Evitare la doppia ignominia dell’erudizione e della familiarità. Restituire a quell’autore un po’ di quella gioia, di quella forza, di quella vita politica e di amore che lui ha saputo donare, inventare».

E non a caso, aggiungo, nella produzione letteraria di Deleuze, insieme alle sue opere teoriche, non sono meno importanti i suoi studi su Hume, Spinoza, Kant, Nietzsche, Bergson, Leibniz e Foucault.

Normalmente, invece, e lo scrivo nel mio “Deleuze secondo Deleuze”, si fa un’operazione inversa: si fa un’autopsia. A che serve? A che serve questa veglia funebre sul cadavere del filosofo, come spesso ritroviamo in tanta letteratura storiografica, nell’insegnamento, nei convegni?

Ma torniamo al punto, a quanto mancano oggi certe figure, figure capaci di fare quanto indichi nella tua domanda.

E la risposta è quella già data: mancano. Mancano pure se, qui, ho mostrato che qualcosa di buono, di interessante ci sarebbe e, ripeto, sarà sicuramente oltre quello che indico, certo non conoscendo, come già ho detto, l’intero panorama filosofico.

Nondimeno, mi piacerebbe sfruttare questo spazio, e quest’ultimo appuntamento, per fare qualcosa di più di una semplice lamentazione o, anche, una denuncia, come sopra ho, in certa misura, fatto, sia delle mancanze sia dei bluff.

Vorrei fare una proposta costruttiva, dire allora che cosa dovrebbe essere un filosofo, almeno per me, a dare un piccolo consiglio a uno studente che ci leggesse (libero lui di valutarlo come crede, ovviamente).

E cosa dovrebbe essere un filosofo, allora, secondo me?

Iniziamo dalla parte in cui un filosofo non è “diverso” da altri, o dalla parte in comune con altri.

Ancora con le parole del mio maestro, Deleuze, che, rispondendo alla domanda «Che cos’è il contenuto della filosofia?», dice:

«E’ molto semplice: la filosofia è una disciplina che crea o inventa come le altre. Crea o inventa concetti. E i concetti non esistono già belli e fatti in una specie di cielo dove aspettano che la filosofia li afferri. I concetti bisogna fabbricarli. [...].

Se domando a un uomo di scienza quel che fa, anche lui inventa. Non scopre – la scoperta, esiste, ma non è così che si definisce un’attività scientifica – ma crea tanto quanto un artista. Uno scienziato – non è una cosa complicata – è qualcuno che inventa o crea delle funzioni. Ed è solo lui a farlo. Uno scienziato in quanto scienziato non ha niente a che fare coi concetti. E’ proprio per questo – per fortuna – che c’è la filosofia».

Concetti o funzioni, o gli oggetti della costruzione dl pensiero, del pensare, l’attività del filosofo.

Per cui, anche e ugualmente, in rovescio, l’uomo di scienza e l’artista sono filosofi, come lo sono l’architetto che pensa prima di disegnare e mentre disegna e che, invece di concetti o funzioni, crea forme, o il muratore che pensa come mettere il mattone quando si appresta a murarlo e che, invece di creare concetti, o funzioni o forme, crea un corpo edificato, per cui la filosofia non morirà mai. Finché si penserà, almeno. Ma qui sta il problema. Come diceva Heidegger «il sorprendente non è che pensiamo, ma che incominciamo a pensare». Già, com’è e perché incominciamo a pensare, condizione fondamentale perché avvenga che si pensi?

Ci sono due condizioni, la prima è che avvenga un incontro, con qualcosa, «che forzi il pensiero a pensare», come dice ancora Deleuze, lettore di Proust. Indubbiamente, ma va anche aggiunto che occorre, o seconda condizione, che, sempre usando di Deleuze, il soggetto sia dotato di «un principio di passione», come ha ben mostrato Spinoza, ovvero una capacità del soggetto di essere affetto dall’incontro, dall’oggetto esterno che lo incontra, lo colpisce e lo forza, dunque una capacità d’affetto da parte del soggetto, come poi evidenziò Hume, che un soggetto indifferente non percepirebbe neppure l’incontro o, se pure lo percepisse, si limiterebbe a constatarlo, ma non a fare di quest’occasione, un’occasione “creativa”. Un’idea che ha il suo fondamento nella grande filosofia stoica, misconosciuta, se non, a livello comune, completamente fraintesa. Si dice infatti “resistere stoicamente”, o “sopportare stoicamente”, come se gli Stoici avessero elevato la rassegnazione a virtù. Ben al contrario, questa formula della rassegnazione come virtù è semmai del cristianesimo (ma non si trova nel Cristo dei Vangeli, peraltro). Gli Stoici dissero tutt’altra cosa, praticamente il contrario, dissero che «si deve essere all’altezza dell’evento», che si deve, addirittura, piegare per il verso positivo l’evento che pure, in sé, fosse negativo.

Passione, affetto, volontà di creare, perfino a partire dal materiale avverso, dunque, queste le qualità alla base del pensare, anche, le qualità alla base del fare il proprio mestiere al meglio, peraltro, di qualsiasi mestiere si tratti (a ribadire dove il filosofo non è “differente” da altre figure).

Fuori da questo si hanno le tristi ritualità di convegni con relatori autoreferenti, lavori di routine e privi di senso (ma insisterei, di vita, privi di vita), presentazioni di libri come passatempi o riti noiosi e annoianti, lezioni scolastiche, in ogni ordine e grado della scuola, tanto per “fare il programma”.

Poi, credo che occorrerebbe anche vivere la “cosa”, quale che sia, a seconda del soggetto in questione, questa “cosa”, tanto la fisica come la chimica, l’economia che la filosofia, l’arte o la scienza.

E com’è che si vive la “cosa”, che vuol dire mettere la propria vita nella “cosa”?

O fare di questa “cosa” la propria vita?

E’ forse una questione di coerenza? Si potrebbe dire di sì, ma – come dire? – la parola a me non piace poi tantissimo. Perché spesso non dice il tutto della questione. Certo, un filosofo, prendiamo, che studia, che pubblica, che insegna, fa coerentemente il suo lavoro, ma se lo facesse come si è detto sopra senza passione e affetto basterebbe? Varrebbe ugualmente? Ecco perché la parola coerenza non mi soddisfa. Almeno, non mi soddisfa completamente.

Non solo, in inciso, spesso l’analisi della coerenza fra la dottrina e la vita del filosofo dà riscontri imbarazzanti. I filosofi sono persone che, nel loro privato, hanno indubbie debolezze. Peraltro mi sarebbe piaciuto insegnare, avendo però una cattedra specifica, che purtroppo non esiste, una specie di cattedra di gossip filosofico, dove raccontare la vita del filosofo. Il ruolo di Bergson, incaricato diplomatico, nel coinvolgere gli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale o, più sul leggero, il gineceo di Sartre e i suoi rapporti con le donne, le difficoltà, invece, con le donne, da parte di Hume che fece andare su tutte le furie le “cortigiane” parigine (le “horizontales”, come vengono anche chiamate), arruolate a “confortarlo” negli incontri “a palazzo” quando Hume svolgeva funzioni diplomatiche per il suo governo in terra francese e le manie di Kant che non poteva pranzare da solo e mandava il servitore a prendere il primo che trovasse per strada per avere compagnia a tavola, la sua passeggiata immancabilmente fissata alla stessa ora di ogni giorno (chi dice le 5, chi dice le 7 del pomeriggio), il suo orrore per il sudare per cui si andava a mettere all’ombra di un albero finché non si fosse raffreddato. Divertente, no?

Mica sempre, la prima adesione al nazismo da parte di Heidegger è cosa un po’ meno divertente. Molto meno divertente è la continuata adesione al fascismo da parte di Gentile. Da cui, peraltro, noi abbiamo un danno incalcolabile, poiché per questa sua appartenenza politica Gentile è praticamente bandito da ogni insegnamento (stupenda stupidità dei nostri programmi d’insegnamento) e così ci perdiamo il più grande filosofo italiano di tutti i tempi.

No, una cattedra di gossip credo servirebbe non per stabilire e giudicare il filosofo rispetto alla sua vita ma, tutt’al più, e già questo mi sembrerebbe interessante, a far capire agli studenti che si parla di una persona, non di una voce che appare dai libri come fosse emessa da un fantasma, da un essere irreale.

E poi, odio questa ricorrente pratica di spezzare in due la persona, dividendola fra i pregi e i difetti e, anche, del suo essere pubblico e del suo essere privato. Odio, com’è successo recentemente con la morte di Maradona, ad esempio, questo voler vedere quest’uomo solo o come un dio o come un infimo essere. Siamo tutti mescolanze, dovremmo imparare a narrare la vita di un uomo in un altro modo, non per questo indulgendo ma, semplicemente, descrivendo questo e quello, non questo o quello.

Ma sulla “malattia” di dividere e mettere-contro ho già detto, non sto a ripetermi.

Allora, venendo al punto, cosa intendo per “vivere” da filosofo (e lo stesso, insisto, vale per il fisico, il chimico, l’economista)?

Compito troppo alto per me, e figuriamoci se voglio fare delle tavole della verità o dei comandamenti.

Anche perché abbiamo un esempio che meglio di tutti dice come viva, o debba vivere un filosofo. E’ come visse Spinoza (nella rappresentazione in foto), il “principe della filosofia”, come i non molti che qualcosa ci capiscono di questa materia, hanno avuto a definirlo.

Pensatore non voglio dire scomodo, che è un’etichetta abusata e ormai priva di significato, però, ecco, certo, pensatore non comodo, pensatore che ti sbugiarda e non ti offre i mezzi per le tue menzogne, che, invece, si trovano in abbondanza in quelli che sono considerati i “grandi”, tali, in realtà, solo perché hanno più clienti, perché la loro merce è molto più utile alle moltitudini della falsa coscienza, come Platone, Cartesio, Hegel e Freud che, ho già detto, considero dei cancri del pensiero, eppure, chissà perché, in ogni manuale, in ogni storia della filosofia hanno più pagine del “principe”, tanto che quest’ultimo appare, in queste cartacce, quasi un “minore”.

Come visse Spinoza? Ce lo racconta Deleuze al quale lascio la parola, non senza un piccolo ammonimento: si comprenda bene che qui, dove si parla di solitudine, non si intende affatto un rifiuto degli altri o del mondo, che Spinoza fu persona cordiale e appassionata, contornato da amici (a uno di questi, il dottor Meyer si deve se abbiamo la pubblicazione, postuma, di quella meravigliosa e inarrivabile opera che è l’”Etica”), perché Spinoza, come ho detto nella prima puntata di quest’intervista, mise la gioia come il valore massimo, il fine a cui dobbiamo tendere, con l’impegno a raggiungerlo, la tristezza essendo la scorciatoia per non impegnarsi, la falsa coscienza dei vili.

In “Spinoza. Filosofia pratica” di Gillles Deleuze, capitolo primo, “Vita di Spinoza”, possiamo leggere:

«Nietzsche ha saputo cogliere, avendolo vissuto in prima persona, ciò che costituisce il mistero della vita di un filosofo. Il filosofo prende a prestito delle virtù ascetiche – umiltà, povertà, castità – per metterle al servizio di fini del tutto particolari, inattesi, assai poco ascetici in verità. Egli ne fa l'espressione della propria singolarità. Per lui non sono fini morali, né mezzi religiosi per un'altra vita, ma piuttosto gli “effetti” della filosofia stessa. Perché non vi è affatto un'altra vita per il filosofo. Umiltà, povertà, castità divengono immediatamente gli effetti di una vita particolarmente ricca e sovrabbondante, tanto potente da aver conquistato il pensiero e aver soggiogato ogni altro istinto – proprio ciò che Spinoza chiama Natura: una vita che non si vive più a partire dal bisogno, in funzione dei mezzi e dei fini, ma a partire da una produzione, da una produttività, da una potenza, in funzione delle cause e degli effetti. Umiltà, povertà, castità, questo è per lui (il filosofo) il modo di essere un Grande Vivente, e di fare del suo corpo un tempio per una causa fin troppo orgogliosa, fin troppo ricca e sensuale. A tal punto che nell'attaccare il filosofo ci si coprirebbe della vergogna di attaccare un modesto, povero e casto involucro; il che decuplica la rabbia impotente; ed il filosofo non offre alcuna presa, benché prenda tutti i colpi.

La solitudine del filosofo assume qui tutto il suo senso. Infatti, egli non può integrarsi in alcun ambiente, non va bene a nessuno. Senza dubbio, è nell'ambiente democratico e liberale che trova le migliori condizioni di vita, o piuttosto di sopravvivenza. Ma questi ambienti gli offrono solamente la garanzia che i malvagi non potranno avvelenare né mutilare la vita, separarla da quella potenza di pensare che oltrepassa le finalità di uno Stato, di una società e di ogni ambito in genere. In ogni società, come mostrerà Spinoza, si tratta d'obbedire e nient'altro: ecco perché le nozioni di colpa, di merito e demerito, di bene e di male, sono esclusivamente sociali, essendo correlate all'obbedienza e alla disobbedienza. La società migliore sarà dunque quella che esonera la potenza di pensare dal dovere di obbedire, e, nel proprio interesse, evita di sottometterla alla ragion di Stato, che non vale se non per le azioni. Finché il pensiero è libero, dunque vitale, nulla è compromesso; quando cessa di esistere, tutte le altre oppressioni sono allora possibili, e già effettive, poco importa quale azione sia colpevole, l'intera vita è minacciata. Certamente, il filosofo trova nello Stato democratico e negli ambienti liberali le condizioni più favorevoli. Ma in nessun caso confonde i suoi fini con quelli di uno Stato, né con gli scopi di un ambiente, poiché sollecita nel pensiero forze che si sottraggono all'obbedienza come alla colpa, e riveste l'immagine di una vita al di là del bene e del male, rigorosa innocenza senza merito né colpevolezza. Il filosofo può abitare diversi Stati, frequentare diversi ambienti, ma al modo di un eremita, di un'ombra, viandante, inquilino di pensioni ammobiliate. Per questo non dobbiamo immaginarci Spinoza in rotta con un ambiente ebraico ritenuto chiuso per poter entrare nei circoli liberali ritenuti aperti, cristianesimo liberale, cartesianesimo, borghesia favorevole ai fratelli de Witt... Infatti, dovunque vada, egli non chiede, non reclama, con più o meno possibilità di successo, che di esser tollerato, lui stesso e i suoi insoliti fini, e giudica da questa tolleranza del grado di democrazia, del grado di verità che una società può sopportare, oppure, al contrario, del pericolo che sovrasta tutti gli uomini».


E con le parole di Deleuze su Spinoza sul come dovrebbe essere un filosofo, salutiamo Roberto Sieni per il suo impagabile contributo, e lo rimandiamo ad appuntamenti futuri che sicuramente ci vedranno nuovamente coinvolti.