intervista a: TAREK KOMIN


a cura di MIlena Delle Grazie


Parlare con Tarek Komin, scrittore toscano di origini siriane, è stato molto stimolante. Classe ‘84, Tarek fa della sua passione verso l’arte la strada principale su cui sostare.

Scrittore dall’età di 16 anni, ha già pubblicato 7 opere, tra racconti, romanzi e poesie, partendo dal self publishing per arrivare a realtà editoriali importanti. Grande amante della musica, ha studiato pianoforte e da qualche tempo si è avvicinato anche alla pittura e al disegno.

Tarek, scrittore dalle innumerevoli passioni. Da quale tratto peculiare partiresti per descrivere la tua persona?

Buongiorno e grazie per l’opportunità. È vero, ho molte passioni e non so se questo possa essere un tratto distintivo utile a descriversi. Di base sono estremamente curioso verso ciò che non conosco e mi piace osservare, forse ho sviluppato questo lato anche attraverso il mio percorso di studi e indubbiamente è una caratteristica che può essere rilevante per la scrittura. Penso sia abbastanza naturale sviluppare una certa ricettività e sensibilità se si è interessati ad esprimersi in modo artistico. È molto stimolante e, divertente, cercare di vedere le cose da punti di vista inconsueti, mettendosi in gioco e cercando di rielaborare gli spunti interessanti che possono nascere dalla quotidianità.

La vocazione per la scrittura trova il suo motivo d’essere in molteplici ragioni. Le tue quali sono state?

Non è facile rispondere perché scrivo da quando ero adolescente e convivo con questa passione ormai da un po’. Concetti come esigenza o necessità di espressione costituiscono la classica risposta; sono tuttavia elementi che stanno alla base di chi intraprende un percorso da scrittore, imprescindibili seppur scontati. Non credo che bastino o che giustifichino la produzione letteraria di una persona. Esistono molti modi di esprimersi e scrivere non è tra quelli più semplici. Si tratta di un lavoro intenso e quotidiano che si fa su stessi e con se stessi, forse è anche questo tipo di impegno, questa sfida complessa, che mi ha attratto e che continua ad affascinarmi. Nella scrittura è palese il fatto che ci sia sempre da migliorarsi, chi lavora con umiltà sulla parola lo sa bene, come chi legge molto. Questo è un aspetto che mi spinge a coltivare il mio secondo lavoro. In questo momento pubblicare un libro è alla portata di tutti, non è certo un punto d’arrivo. Spesso queste prime opere sono buttate sul mercato senza cognizione, testi in tanti autobiografici e poco interessanti, che soddisfanno quell’esigenza primaria citata. Non ho nulla in contrario ma ritengo che possa aumentare la confusione e la percezione del mestiere stesso. Credo che essere scrittori sia qualcosa di più e di diverso. Io lavoro in tal senso per cercare di narrare nel modo migliore non una storia sola ma le storie che in un momento specifico siano l’abito più calzante per il messaggio che intendo trasmettere.

Hai già alle spalle 7 pubblicazioni, tra romanzi e poesie. Quale espressione di scrittura ti appartiene maggiormente?

La risposta d’istinto che mi è venuta sentendo la domanda è: dipende dal momento. Ho sempre vissuto romanzo e poesia in modo complementare, non in antitesi e mi è capitato infatti di portare avanti progetti di raccolte mentre lavoravo a romanzi. Entrambe le forme espressive sbocciano da un’idea che deve essere forte e sensata, in quel preciso istante, ma se la poesia arde in poche righe, nella fiamma di poche immagini, almeno nel mio caso, il romanzo prevede una struttura e una progettualità dense e più intense, che si protraggano per mesi. È importante, ovviamente non solo per questo, lavorarci con quotidianità e con metodo. Un punto di contatto ulteriore sta nella scelta delle parole e nel ritmo: questa ricerca e questo approccio maggiormente legato alla poesia, o a testi brevi come i racconti, può essere utile anche nel romanzo. Quale mi appartiene maggiormente, quale sento più mio? Difficile dirlo. In questo periodo direi: lavoro su testi più lunghi durante il giorno e mi lascio trasportare dal fuoco rapido della poesia di notte. Anche se non disdegno dormire.

Alla tua ultima opera, che è una raccolta di poesie dal titolo “Il primo poeta nello spazio” (Bertoni Editore, Perugia 2019), appartiene una definizione che mi ha molto colpita: “Lo spazio è più vicino all’uomo di quanto abitualmente si pensi”.Cosa vuoi intendere?

La Terra, gli uomini che la abitano, sono nello spazio. Orbitiamo intorno al nostro sole, all’interno del nostro sistema solare insieme alla nostra casa. Lo spazio è intorno a noi e siamo noi. Gli astrofisici ci dicono che le particelle che costituiscono il nostro corpo sono di origine stellare. Basterebbe questo. Eppure non sempre ci fermiamo ad ammirare un cielo stellato, la cui magnificenza diamo per scontata, un cielo che è lo stesso per tutti gli abitanti di questo emisfero, di qualunque cultura o estrazione sociale. Un cielo che dovrebbe stupirci, che ci rende uomini e che ci connette al nostro passato, in cui possiamo leggere la nostra storia, che ci affratella. C’erano le stesse stelle, lassù, quando Seneca scriveva le lettere a Lucilio, quando Caravaggio dipingeva la Vocazione di San Matteo o quando fu ultimata la costruzione del Chrisler Building. Magari si sono spostate impercettibilmente, con i loro tempi che non sono quelli dell’uomo e anche questo contribuisce a darci quell’immagine di eternità. Che ci coinvolge in modo indistinto. Ma quella frase che hai citato la connetto sempre a un concetto che parafraso da Ovidio: l’uomo è l’unico animale la cui testa è fatta per piegarsi verso l’alto e non verso il basso. Insomma, abbiamo la possibilità di meravigliarci del cosmo, sarebbe un peccato non farlo.

In “Emilio Seminci e i giorni dell’umanesimo” e “Hiroi Kata” il richiamo alla storia è tangibile: nel primo romanzo c’è la rievocazione di un secolo di nuova predisposizione dell’umanità alla curiosità, nel secondo un excursus che tocca svariate tematiche, dalla guerra fredda al conflitto in Vietnam, con il protagonista quarantenne a metà anni ‘80.

Quanta importanza ha per te la storia, intesa come materia di studio?

Emilio è ambientato ai giorni nostri, in una piccola cittadina dove la rievocazione storica dei “Giorni dell’Umanesimo” viene vissuta in modo surreale e totalizzante da chi vi partecipa ma è anche storicamente imprecisa. Il tono del romanzo è ironico come lo sono le dinamiche della vita di provincia alle prese con l’ennesima festa tesa a legittimare chissà quali nobili radici. La storia nella vicenda dunque diventa pretesto e viene piegata a logiche relazionali e politiche. Di certo ho preso spunto dalla realtà ma ho estremizzato, divertendomi molto, imprecisioni ed errori. Non si tratta quindi di un romanzo storico così come forse non lo è Hiroi Kata dove la Storia, quella documentata, vera e comprovata, fa da sfondo alla vicenda molto intima dei due fratelli protagonisti del libro. Non rimane tuttavia solo come scenario, perché si intreccia con le loro vite in modo inscindibile diventandone perfino metafora: il muro che separa i due blocchi protagonisti della Guerra Fredda sembra ergersi fino a dividere i due fratelli, in modo fisico e concreto, forse attraverso le sembianze del terzo protagonista del libro, Mathilda, la cui figura va oltre il classico triangolo amoroso. È chiaro che per contestualizzare, progettare e scrivere un romanzo simile, sia fondamentale studiare e fare ricerca. Anche se, ad esempio, solo il 5% di quanto analizzato finisse concretamente nel libro tutta la fase di studio e preparazione resta necessaria per focalizzarsi nel contesto. Quindi ti direi che, soprattutto in questo caso, la Storia è stata molto importante.

Hai altri progetti futuri che vuoi condividere con noi?

Ho due romanzi inediti: uno ha appena terminato una lunga fase di editing e l’altro sta per iniziare un processo analogo. Sono storie diverse, nei personaggi e nelle ambientazioni. Ma in entrambe c’è molto di mio. Intime al punto giusto. Ultimamente mi sono anche riavvicinato al racconto e mi sto divertendo a riaffrontare questa forma con nuove consapevolezze.

La mia ultima domanda è, in realtà, un passaggio di consegne. Se tu fossi l’intervistatore, a quale quesito ti sottoporresti?

Vestendomi, fortuna solo metaforicamente da Marzullo e sull’onda della risposta precedente, mi chiederei di rivelare qualcosa di più, magari un dettaglio mai svelato prima o una curiosità, sui nuovi lavori inediti.

Dai Tarek, non insistere, non posso dirlo. Su, Tarek, dicci, qualcosa. Ok, Tarek, ti posso dire che il mio prossimo romanzo è ambientato nel 1996 e il protagonista è un ragazzino di 12 anni, appassionato di videogiochi a cui, suo malgrado, non avrà durante il libro molto tempo per giocare. Perché la sua attenzione sarà totalmente rapita da…? Lo scopriranno presto i lettori che avranno la voglia e la pazienza di seguirmi. Grazie di cuore per l’opportunità di quest’intervista. Buone letture a tutti!