intervista a: ROBERTO SIENI - parte I

Oggi parliamo, e lo faremo a lungo, col filosofo Roberto Sieni. Fiorentino, esperto e conoscente del filosofo parigino Gilles Deleuze (in foto).

Roberto Sieni vive da sempre a Firenze, dove per anni ha lavorato come grafico, mestiere che si è inventato prendendo spunto e tempra dal padre artigiano, nello storico quartiere di San Frediano. E' un uomo alto, imponente nella sua sagoma, che tutti vedono passare per le strade del quartiere, quasi come se non volesse disturbare. E' una persona colta, garbata, riservata. In questo periodo di grande difficoltà, segnato dal virus del Covid-19, non ha voluto incontraci di persona (giustamente) pur restando a nostra disposizione, con cortesia e puntualità, in uno scambio di messaggi che ha reso romantica e in linea con il suo essere, questa intervista. E' laureato in Filosofia con uno studio su Gilles Deleuze, ripreso successivamente e diventato il saggio filosofico Deleuze secondo Deleuze.


Oltre la Filosofia, chi è Roberto Sieni?

Io sono tutto, quel poco che sono, ci mancherebbe, oltre la filosofia, nel senso che non sono un filosofo professionista, ovvero, che quasi sempre è questo, un filosofo, non sono un docente di filosofia. Mi sono laureato in filosofia, circa 30 anni fa, con una tesi, nemmeno a farlo apposta, su Gilles Deleuze. Il libro che ho scritto è, si potrebbe dire, un aggiornamento e un ampliamento di quella tesi, il senso è quello.

Feci filosofia perché, d’un tratto, m’ero innamorato di questa materia. Era successo grazie a due fatti. Studiando da privatista, perché al Liceo ero “bocciato” già due volte e, quindi, studiando coi miei tempi e i miei modi, finalmente!, scoprii la filosofia. Ma ancora di più perché, per puro caso, mi trovai a comprare un libro di Deleuze. Non sapevo chi fosse, nemmeno che fosse un filosofo. Trovai per caso questo libro, “Kafka. Per una letteratura minore". Autori Deleuze e Guattari. Dato che avevo letto da poco Kafka, e mi aveva molto colpito, comprai quel libro e da lì mi si aprì Deleuze e, con lui, ancor più, allora, la filosofia.

Mi iscrissi all’università, ben sapendo che sarebbe, come dire?, cosa fine a se stessa. Non avrei sfruttato quella laurea per lavorare. L’unica possibilità di lavoro sarebbe stata insegnare. Non ci pensavo nemmeno. Non avrei voluto fare agli altri quello che avevano fatto a me. Considero il liceo un luogo dove non è possibile imparare niente, in quella routine fatta di materie che cambiano ogni ora, schizofrenicamente, dove ci si trova dentro un turbinare di nozioni incomprensibili e di cui, spesso, non si ha desiderio di avere. E’ impossibile che una persona possa interessarsi di tutto, come è il programma scolastico.

Perciò, sul fronte lavorativo era tutto da vedere.

Ho fatto il grafico. Un mestiere che mi è piaciuto molto. Mi piace soprattutto un mestiere che abbia una dimensione artigianale (forse perché sono cresciuto nella bottega di falegname di mio padre, in Via de’ Serragli, a Firenze), più ancora che artistica, come spesso si dice sia la grafica. Mi piace vedere il lavoro e che si realizzano cose con il lavoro, anche, con gli altri, tipografi, fotografi, legatori, etc.

Mi piace tuttavia e beninteso l’arte, in particolare quella moderna, il dadaismo in particolar modo. Mi piace Andy Warhol, Roy Lichtenstein e il mio “massimo” è Francis Picabia.

Poi, dopo trent’anni che rimaneggio la mia tesi, ho finalmente dato alla luce il mio libro su Deleuze.

Perchè Gilles Deleuze? Qual'é il suo legame col filosofo francese?

Per due ragioni, principalmente.

Innanzitutto Deleuze mi ha salvato la vita. Non è un’esagerazione.

Mi spiego: vengo da un’epoca dove tutto quello che si respirava doveva sapere di tristezza. Era da stupidi ridere, era da persone serie essere tristi, pensierosi, magari pessimisti, come se il pessimismo fosse saggezza. Si respirava quest’aria in qualsiasi posto, lo si amplificava in casa, nella scuola, nella Chiesa, che si era costretti, nell’infanzia, a frequentare.

Intendiamoci, al di là delle apparenze, che oggi si vive una dimensione molto edonistica, in realtà essendo una fiera abbastanza vuota, una “società dello spettacolo”, come acutamente ebbe a prevedere Debord, è ancora così. Ancora, un attore comico non sarà mai considerato grande quanto un drammatico. Un comico è “leggero”, è un guitto. Eppure è più difficile far ridere che far piangere. Per inventare gag come quelle di Toto o di Petrolini, lì sì che ci vuole un’intelligenza non comune. Per fare una storia lacrimevole, invece, ci vuol poco, un bambino morto, un amore non corrisposto, altre stupidaggini simili, ed è subito applauso. Tanto per fare un esempio.

A me, tutto ciò non tornava. Ma non avevo strumenti per contrastare, anche già dentro di me, questa ideologia così dominante. Quegli strumenti me li dette Deleuze. Che, a sua volta, li aveva recuperati da altri grandi pensatori, qui, in particolare, da Spinoza. Scoprivo che non solo la gioia era un diritto, ma era anche un compito difficile, perché è facile abbandonarsi, darsi alla tristezza, accettare le cose come sono. Spinoza ribaltava i termini, al tristezza è il vizio dei vili, la gioia è l’obiettivo degli uomini sani.

Bene, se oggi sono una persona che, certo coi suoi alti e bassi, vuole vivere la vita, invece di disprezzarla, e di credere di fare chissà cosa col suo disprezzo (come sono, in questo senso gli hater) lo devo a Deluze, qui tramite di Spinoza, che i diritti d’autore della teoria della gioia vanno a quest’ultimo.

Perché, e qui c’è il secondo punto, Deleuze non era semplicemente un filosofo che diceva la “sua”. Deleuze era profondamente impregnato dei grandi autori della filosofia. Oltre Spinoza, dentro di lui vivevano Lucrezio, Hume, Kant, Nietzsche, Bergson, gli Stoici, Leibniz. Così Deleuze riapriva alla filosofia tutta.

E con Deleuze allora entravo in questo grande mondo. Tutt’altro che perfetto, tutt’altro che tutto buono. La filosofia è prevalentemente ancorata al pensiero detto sopra, ovvero svalutazione della realtà a favore di un mondo superiore (non dissimile dunque dalla religione), dunque disprezzo della vita, creazione di teorie che giustifichino la malafede, come nella psicanalisi (che è una filosofia) dove il soggetto è innocente, la colpa è della madre, creazione di teorie che possano far dire dunque “è colpa tua”, come segnala Nietzsche in quello che lui chiama “l’uomo del risentimento”. O deliri come in Hegel che sogna la creazione di uno stato-caserma.

Personalmente, e certo su ammaestramento di Deleuze, considero Platone, Cartesio, Hegel e Freud degli autentici cancri del pensiero.

In questi due punti, direi, c’è la risposta alla mia scelta, e a quello che è il mio legame con Deleuze. Che, esperienza per me straordinaria, ho avuto modo di conoscere. Episodio che, per la mia emozione, ha avuto uno svolgimento assai comico.


Lo riporto nella quarta di copertina del mio libro, dove scrivo:

"1984. A Parigi cerco su un elenco telefonico in una cabina dei tanti telefoni pubblici, allora, l’indirizzo di Deleuze. Lo trovo. Nella pagina leggo: “Deleuze, Gilles, 1bis, Rue de Bizerte (XVII)”.

Grazie alle indicazioni di un flic, metro fino a Place de Clichy, poi Boulevard des Batignolles, Rue des Batignolles, Rue des Dames, Rue Nollet, Rue de Bizerte.

Ed ecco l’1bis.

Entro nel portone, apertomi dalla portinaia, dalla sua tana di guardienne.

Salgo le scale fino a trovarmi alla porta. Suono. Apre la porta Deleuze. Cerco di salutarlo e di giustificare la mia presenza. Gli dico che avrei desiderio di parlare con lui. Mi risponde, giustamente, che potevo telefonargli. Ammetto.

Cortesemente comunque mi fa entrare e nell’aprire completamente la porta un gatto fugge e va giù per le scale. Mi sento colpevole e temo di aver fatto un guaio, ma Deleuze non se ne cura, forse non è grave, forse il gatto tornerà, forse il gatto fa sempre così e poi torna, penso, per rincuorarmi. Andiamo a sedere in salotto. Mi invita a chiedergli quanto desiderassi.

Nel rispondere mi accorgo che dall’emozione non ho più saliva in bocca e la bocca è completamente incollata.

Fortunatamente il gatto riappare. Almeno, non è successo il peggio, provo a incoraggiarmi.

Con sforzo dico: «Volevo chiederle se potevo scriverle».

Un po’ la verità, un po’ la prima cosa che mi viene in mente.

Sulla faccia di Deleuze, in un primo momento piuttosto perplesso, si fa strada un leggero sorriso, divertito, con un’espressione di puro humour.

Mi dice: «Lei è strano (Vous êtes étrange)».

Poi prosegue (traduco a memoria): «Molti mi hanno scritto per chiedermi di venire a trovarmi, ma solo lei è venuto a trovarmi per chiedermi di potermi scrivere».

Quindi, mimando il gesto di imbucare una lettera in un’immaginaria cassetta postale, aggiunge: «Certo che può»."


CONTINUA