L'ANIMA E LA CARNE: SAFFO

Appendice alla rubrica "ieri, oggi, domani"


a cura di Lorenzo Indennitate


"ieri, oggi, domani" si arricchisce di questa sotto-rubrica in cui si parlerà di poesia classica tutta al femminile. Analizzeremo poetesse famose e altre meno conosciute, che hanno contribuito in modo sensibile allo sviluppo dell'arte poetica nel periodo classico.


ἔγω δὲ φίλημμ’ἀβροσύναν, ἴστε δὲ

"Io, lo sapete, amo l’eleganza"


Una stanza, illuminata dalla luce del sole che entra da una finestra nel muro di pietra. Una donna entra, la attraversa, raggiunge uno scrittoio. La luce le colpisce i capelli, che un grande poeta un tempo ha definito «come le viole»: ora sono bianchi, ormai, brillano nel sole. Si siede, le ginocchia indolenzite non riescono a toglierle l’eleganza che ha sempre avuto e insegnato. Cerca sullo scrittoio uno stilo e una tavoletta, o forse un rotolo di papiro. Ha qualcosa da raccontare, ancora una volta, qualcosa da scrivere alle sue ragazze. Chissà che non sia una delle ultime. Prende lo stilo, respira a fondo: ecco, un fremito le attraversa il corpo, sente le parole scorrere attraverso di lei… ancora una volta, come ha fatto per tutta la vita, inizia a scrivere.

Iniziamo oggi un viaggio attraverso le pieghe del tempo e della letteratura. Un viaggio che ci porterà ad esplorare per terra e per mare l’intero bacino del Mediterraneo, in cerca, tappa dopo tappa, delle più grandi voci femminili della letteratura classica. L’arte femminile nell’antichità è come un fiume sotterraneo che percorre la Storia: a volte fuoriesce prepotente dal terreno, in rivoli e falde che è impossibile non vedere, altre invece scorre silenzioso, deve essere cercato, scovato sotto la terra. Si sa, le donne nelle antiche culture europee non sono mai state protagoniste: a volte ignorate, a volte sottomesse, quasi mai sotto i riflettori. Alcune donne, però hanno avuto una voce così sublime da obbligare il mondo ad ascoltarle, a ricordarle e, qualche volta, a celebrarle grandemente. Ed è alla scoperta di queste artiste che ci imbarchiamo sulla nave dell’arte, con la curiosità seduta sulla prora.

Facciamo vela verso la prima tappa e dirigiamo la prua ad est: davanti alle coste dell’odierna

Turchia, alle porte dell’Asia, sorge dalle onde l’isola di Lesbo, una delle maggiori dell’infinito

arcipelago greco. Qui, nella città di Ereso, in una data imprecisata nella seconda metà del VII secolo a.C., nasce Saffo, una delle più grandi poetesse di tutti i tempi. Della sua vita non sappiamo molto: sappiamo che nasce da una famiglia aristocratica, coinvolta nelle lotte di potere che agitano Lesbo sul finire del secolo; che, ancora giovane, patisce l’esilio a Siracusa per opera del tiranno Pittaco; che all’epoca dell’esilio la sua poesia deve già essere fiorita e maturata, se i Siracusani durante la sua permanenza in città le dedicano una statua che alcuni secoli dopo Cicerone definirà «stupenda e perfetta». Il confino siciliano dura circa un decennio, dopo il quale Saffo torna a Lesbo: qui, le notizie su di lei si fanno ancora più rade e spesso ammantate di leggenda. Il motivo, probabilmente, è che Saffo conduce il resto della sua vita senza grandi eventi, in maniera abbastanza ritirata, dedicandosi anima e corpo alla cosa per lei più preziosa: le ragazze del suo tìaso. Un tiaso è una sorta di associazione femminile, con carattere sia religioso che educativo. All’interno del tiaso giovani donne vengono istruite sulle arti, sul modo di parlare, sull’ἁβροσύνη, ovvero portamento, eleganza, raffinatezza; inoltre si dedicano al culto di Afrodite, attraverso cerimonie di vario genere che comprendono anche il sesso come rito di celebrazione della dea.

Sappiamo che Saffo per la maggior parte della sua vita dirige un tiaso molto famoso, per cui

arrivano a Lesbo giovani da tutta la Grecia. Ed è fra le mura del suo tiaso che la poesia di Saffo inizia e finisce, si muove, respira: una poesia palpitante, fatta di carne, di sguardi, di emozioni che non si possono contenere.

Parlare di Saffo in uno spazio contingentato è una difficile impresa. Anche se la maggior parte della sua vita e della sua opera si svolgono interamente dentro al microcosmo del suo tiaso, questo non è un limite: al contrario, è un palcoscenico su cui si accende la vita davanti agli occhi della poetessa di Ereso, e lei la racconta con profonda sensibilità verso l’animo umano. Dentro al tiaso Saffo vede generazioni di giovani donne convivere e crescere insieme, innamorarsi e dividersi, e poi andarsene verso una vita matrimoniale lontana da lì; lei stessa partecipa alla loro vita, maestra e sacerdotessa ma anche compagna, si innamora di alcune di loro, racconta nei suoi versi le loro esistenze. L’amore è sempre centrale nell’opera di Saffo, a volte come divinità, invocata, pregata, celebrata, altre come racconto di vita reale, delle esperienze delle donne del tiaso. Forse alla sua poesia si può rimproverare una scarsa varietà di argomenti, ma nessuno ha mai raccontato l’amore con la stessa intensità della poetessa di Lesbo.

In uno dei suoi frammenti più celebri Saffo osserva da lontano una delle sue ragazze, probabilmente mentre parla con un uomo. Immaginiamo la scena: due giovani che si scambiano parole forse un po’ imbarazzate, che si mangiano con gli occhi, si stanno innamorando. Anche Saffo è innamorata di questa ragazza, la ama di un amore potente e viscerale, ma conosce il suo ruolo, sa che non può impedirle di iniziare, presto o tardi, una vita diversa lontana dal tiaso, lontana da lei.

Sa molto bene, però, anche che cosa significhi affondare lo sguardo negli occhi della persona che si ama, e scrive: φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν / ἔμμεν᾽ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι / ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί- / σας ὐπακούει («Mi sembra uguale agli dei quell’uomo che ti siede di fronte, e da vicino ti ascolta mentre parli dolcemente»).

Nonostante la purezza dei versi, questo amore per Saffo è estremamente fisico, tanto che ne descrive dettagliatamente i sintomi, quasi fosse una malattia:


«se io ti vedo per un istante, non mi esce

un filo di voce,

ma la lingua si spezza e esile

un fuoco scorre sotto la pelle,

e non vedo più con gli occhi,

rimbombano le orecchie,

m’inonda un sudore freddo, un tremito

mi scuote tutta, e sono anche più pallida dell’erba

e non mi appare lontana la morte»


L’intensità e la verità di queste parole hanno lasciato un segno nella storia della letteratura tale che moltissimi poeti, antichi e non solo, le hanno prese a modello, fino a rendere quelli raccontati da Saffo quasi i sintomi per eccellenza del mal d’amore. Nonostante la sofferenza, non c’è possessività nella voce di Saffo, forse neppure gelosia, ma solo lo struggimento di chi ha trascorso la sua vita a stringere legami con donne a cui ha dovuto invariabilmente dire addio, per consegnarle ad un’altra vita, ad altri rapporti, ad altri luoghi. In un altro meraviglioso frammento Saffo racconta uno di questi addii, in maniera così vivida che sembra possibile vederla mentre stringe le mani della fanciulla che sta per lasciare il tiaso, gli occhi lucidi mentre lei dice: ὤιμ’ ὠς δεῖνα πεπόνθαμεν, / Ψάπφ’, ἦ μάν σ’ ἀέκοισ’ ἀπυλιμπάνω («Tremenda pena è questa che soffriamo, Saffo, e nel lasciarti mi si spezza il cuore»), e le risponde: χαίροισ’ ἔρχεο κἄμεθεν / μέμναισ’, οἶσθα γὰρ ὤς σε πεδήπομεν («Sii felice e ricordati di me; sai infatti quanto ti ho amata»). E va avanti ricordando «gli istanti dolci e teneri goduti quando mi stavi accanto», con una serie di dettagli - i fiori fra i capelli e attorno al collo, gli unguenti dati sul corpo - che danno materia alle memorie di Saffo, che danno un corpo alla sua dolcezza.

In un altro passo ancora, che nonostante lo stato piuttosto corrotto in cui ci è arrivato il testo vibra con intatta intensità, Saffo racconta non il proprio struggimento, ma quello di due ragazze che ha visto probabilmente innamorarsi durante il loro tempo nel tiaso, e che si sono dovute lasciare, come sempre accade, portandosi però dentro il ricordo l’una dell’altra: Σάρδ[εσιν] / πόλλακι τυῖδε νῶν ἔχοισα / ὤς πεδεζώομεν [...] νῦν δἐ Λύδαισιν ἐμπρέπεται γυναίκεσσιν [...] πόλλα δὲ ζαφοίταισ’ ἀγάνας ἐπι- / μνάσθεισ’ Ἄθτιδος ἰμέρῳ / λέπταν ποι φρένα κ[ ]ρ βόρηται («a Sardi, spesso volge il pensiero a come vivevamo [...] ora splende tra le donne di Lidia [...] spesso aggirandosi, ricordando la dolce Attis, per il desiderio si strugge nel tenero animo»).

La vita di Saffo trascorre dunque così, nel piccolo universo del tiaso, a guardare il vasto mondo dalla finestra, insegnando l’eleganza alle donne che lo abiteranno, e celebrando l’amore che tutti ci muove fin dall’inizio del tempo. Può sembrare forse una vita monotona e mal spesa, ma, come un asceta, Saffo è in realtà una donna che ha consacrato la propria vita alla ricerca di una verità: la verità della carne, di quella parte così materiale e insieme così sfuggente della nostra natura che è l’amore e la sua estasi. Una vita dedicata alla ricerca della perfezione dei sensi, dell’eleganza del corpo e della mente, non è forse una vita mal vissuta. Così la pensa sicuramente la poetessa di Ereso, che in un frammento di un’ode composta in età avanzata, una sorta di testamento, scrive:


«Vi siano cari, ragazze, i bei doni delle Muse

[...] A me la vecchiaia fece rugosa la pelle un tempo liscia,

e i miei capelli da neri sono diventati bianchi.

Mi si è fatto pesante l’animo

[...] Ma cosa potrei fare?

È impossibile per l’uomo diventare immortale...».


E sembra quasi di poterla veder sorridere, mentre ripensa alla sua vita, rivede i volti di donna che l’hanno accompagnata, ricorda ciò che ha inseguito e celebrato lungo tutti i suoi anni. Prende lo stilo, respira a fondo, chiude: ἔγω δὲ φίλημμ’ἀβροσύναν, ἴστε δὲ, τοῦτο καί μοι / τὸ λάμπρον ἔρως ἀελίω καὶ τὸ κάλον λέλογχε («Io, lo sapete, amo l’eleganza: a me Eros donò lo splendore del sole e la bellezza»).