La grazia in un lamento: Erinna

appendice alla rubrica "Ieri, Oggi, Domani"


a cura di Lorenzo Indennitate


"εἰ δ’Άίδας μοι μὴ ταχὺς ἦλθε τίς ἂν ταλίκον ἔσχ’ὄνομα"

"Se l’Ade non mi fosse giunto così rapido, chi avrebbe avuto maggior fama?"


Salpiamo, spinti da un vento gentile, dalle coste della Beozia, dove abbiamo conosciuto Corinna, e rivolgiamo la prua verso sud-est. Il viaggio che ci aspetta è lungo e per niente semplice: dopo aver costeggiato l’Attica fino alla sua punta estrema, dobbiamo attraversare la distesa dell’Egeo per raggiungere il Dodecaneso, il vasto arcipelago a sud della Turchia. Per fortuna, il mare della Grecia è pieno di isole dove potremo sostare per spezzare il viaggio. Dopo diversi giorni di mare, finalmente scorgiamo la nostra meta: Telo, un’isoletta poco a nord di Rodi. Su questo piccolo lembo di terra nasce e vive una straordinaria poetessa, che già nell’antichità gode di una tale fama da

essere accostata da più voci alla divina Saffo e al mitico Omero: Erinna.


Erinna ci appare come una ragazza, le curve del corpo ancora acerbe, gli occhi luminosi ma velati di tristezza. Ha solo diciannove anni. La sua vita può essere accostata a quella di grandi artisti contemporanei come Janis Joplin, John Keats, Egon Schiele: le vite di persone che anziché spegnersi lentamente nel tempo sono divampate come fiamme ardenti di talento, consumandosi nello spazio di pochi anni, ma lasciando nella loro arte un segno indelebile del loro passaggio. Nel corso del suo brevissimo tempo sulla Terra, Erinna scrive versi di abbacinante purezza, che mettono in mostra un talento cristallino e che influenzano grandemente i poeti a lei successivi. E viene da domandarsi, come fa il celebre poeta ellenistico Asclepiade, di quali grandi opere mai scritte ci abbia privato la sua morte così precoce:


εἰ δ’Άίδας μοι / μὴ ταχὺς ἦλθε τίς ἂν ταλίκον ἔσχ’ὄνομα;

«Se l’Ade non fosse giunto così rapido, chi avrebbe avuto maggior fama?»


Le parole scritte nell’antichità su Erinna sono molte, a testimonianza della sua grande fama, ma le notizie che ci riportano sono spesso discordi e rendono difficile farci un’idea precisa di lei. Viene insistentemente accostata a Saffo: il lessico Suda, una sorta di enciclopedia scritta a Bisanzio nel X secolo e fonte insostituibile di sapere sul mondo antico, la presenta come contemporanea della poetessa di Lesbo e originaria della stessa regione eolica. Gli studi contemporanei tendono a screditare questa ipotesi, e a seguirne un’altra, suggerita da altre fonti antiche. Erinna infatti scrive in dialetto dorico, e per questo con ogni probabilità ha vissuto la sua vita a Telo, vicino all’isola dorica di Rodi. Inoltre, la forte influenza che esercita sui poeti di epoca ellenistica, oltre al rilievo che ha nelle fonti tarde, come appunto la Suda, spinge a collocarla nel tempo non prima della metà del IV secolo.

L’accostamento con Saffo ha, tuttavia delle motivazioni comprensibili. In primo luogo la lingua di Erinna, benché fondamentalmente dorica, è fortemente influenzata dal dialetto eolico, probabilmente proprio perché la giovane poetessa di Telo trae ispirazione dalla voce meravigliosa dell’autrice lesbia. Inoltre, la vita e l’opera di Erinna si muovono interamente, come quelle di Saffo, dentro al microcosmo di un tiaso. Se, tuttavia, la poesia di Saffo, pulsante e fisica, racconta la vita e l’amore delle ragazze del tiaso, quella di Erinna ruota attorno ad un unico tema: la morte.


Della poetessa di Telo ci sono stati tramandati tre epigrammi e pochi resti frammentari del suo capolavoro, un poemetto intitolato La conocchia. Tutti questi componimenti sono dedicati alla morte di qualcuno, come se il lutto fosse l’unica cosa in grado di accendere il talento poetico di Erinna. Il primo epigramma descrive meravigliosamente il monumento funebre per una giovane donna di nome Agatarchide, probabilmente un’amica della poetessa. Esso si rivolge a Prometeo, il semidio che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, dando origine a tutte le arti, e gli dice:


λῷστε Προμαθεῦ, / ἔντι καὶ ἄνθρωποι τὶν ὁμαλοὶ σοφίαν· / ταύταν γοῦν ἐτύμως τὰν παρθένον

ὅστις ἔγραψεν, / αἰ καὐδὰν ποτέθηκ', ἦς κ' Ἀγαθαρχὶς ὅλα

«Caro Prometeo, anche gli uomini hanno abilità a te pari; se solo chi ha scolpito questa

giovane in modo così realistico le avesse dato la voce, avremmo Agatarchide in carne ed ossa»


Tolto questo epigramma per Agatarchide, tutto il resto di ciò che conosciamo della produzione di Erinna ruota intorno ad un unico evento, che sconvolge il mondo della poetessa fino, probabilmente, a portarla alla morte: la scomparsa della persona a lei più intima, la giovane Bauci.

Bauci è un’amica d’infanzia di Erinna, probabilmente vicina di casa, con cui la poetessa cresce e condivide ogni cosa, ogni gioco, ogni attività domestica, ogni prima esperienza, fino alla vita del tiaso, dove con ogni probabilità le due entrano insieme. Qualcosa si rompe per la prima volta quando Bauci si sposa, lasciando dunque il tiaso e l’amica. Erinna tuttavia non ha neppure il tempo di elaborare il senso di abbandono, perché subito dopo le nozze Bauci muore. Erinna sente il mondo crollarle addosso. Una giovane donna alle soglie dell’età adulta ma ancora legatissima al mondo della sua infanzia, che vede all’improvviso svanire la sua più grande amicizia: Erinna non può sopportare il dolore. Si chiude in casa, si rifiuta di uscire, si mette a scrivere.

I due epigrammi dedicati a Bauci, seguendo un topos molto diffuso, sono scritti con la voce

immaginaria della stele funebre della giovane. I versi di Erinna sono eleganti e lavorati, eppure rendono in maniera molto intensa il dolore: nei versi qui di seguito, ad esempio, è straziante il racconto della rapidità con cui Imeneo, divinità protettrice del matrimonio, trasforma la festa per le nozze di Bauci in un triste funerale:


ὡς τὰν παῖδ', ὑμέναιος ἐφ' αἷς ἀείδετο πεύκαις, / ταῖσδ' ἐπὶ καδεστὰς ἔφλεγε πυρκαϊᾷ· / καὶ σὺ

μέν, ὦ Ὑμέναιε, γάμων μολπαῖον ἀοιδὰν / ἐς θρήνων γοερὸν φθέγμα μεθαρμόσαο.

«Con le stesse fiaccole con cui si canta l’inno imeneo il padre dello sposo cremava la

giovane sulla pira; e tu, Imeneo, mutasti il canto dolce delle nozze nel triste tono del

lamento funebre»


In un tempo probabilmente molto breve, assieme a questi epigrammi Erinna compone quello che viene celebrato, nell’antichità, come il suo capolavoro, un componimento degno del grande Omero.


La conocchia è un poemetto di circa 300 esametri, che ha ancora come argomento centrale la morte di Bauci. L’autrice qui abbandona la forma dell’epigramma e, come se sentisse che i pochi versi di questo tipo di componimento non le bastano, che il suo cordoglio ha bisogno di maggior respiro, approda al genere del poemetto epico, fondendone le strutture formali con un contenuto insolito, quello del threnos (lamento funebre).

Il testo ci è giunto in uno stato fortemente corrotto, ma possiamo comunque leggere un passo abbastanza lungo dell’opera, che ci rende l’idea di quali dovevano essere il tono e il contenuto:


«O infelice Bauci, al ricordo gemendo io piango!

Nel mio cuore ancora hanno calore

queste cose della fanciullezza,

e quelle che furono

gioiose, ma son cenere ormai.

Riverse le bambole stanno

sui letti nuziali, e al mattino

cantando più non reca la madre

il filo e la conocchia e i dolci di sale cosparsi.

Paura ti fece da bambina la strega

che ha grandi orecchie e su quattro

piedi s'aggira movendo intorno lo sguardo.

E quando, o diletta Bauci,

sul letto salisti dell'uomo

senza memoria di quello che bambina

avevi udito da tua madre, Afrodite

pietosa non fu della tua dimenticanza...»


Al racconto di una scena del funerale di Bauci fa seguito, in un drammatico contrasto, un dipinto degli oggetti dell’infanzia che la giovane sposa si era appena lasciata alle spalle, e che ora giacciono inutilizzati: le bambole, gli attrezzi per tessere (fra cui la conocchia del titolo), i dolci, perfino i racconti con cui probabilmente gli adulti spaventavano i bambini, un po’ come l’Uomo Nero delle nostre filastrocche. Tutto ciò costituisce un’interessantissima testimonianza del mondo domestico dell’epoca, un mondo perduto di cui sappiamo così poco, ma in cui si sono mosse le esistenze di milioni di donne nel corso dei secoli. Ma ci apre anche una finestra sull’intimità di questa giovanissima poetessa, una ragazza che nonostante il chiaro talento si mostra ancora una bambina, legata alle cose dell’infanzia, al punto che negli ultimi versi qui riportati sembra suggerire che la morte di Bauci sia una punizione di Afrodite per aver rinnegato il suo mondo al momento delmatrimonio.

Benché sulla vita di Erinna si sappia ben poco, sulla sua morte tutte le fonti sembrano concordare: la ragazza muore, a soli diciannove anni, poco dopo la scomparsa della sua amica, e non sarà forse sbagliato pensare che sia morta di dolore. Possiamo immaginarcela, sconvolta e consumata dal lutto, chiusa in casa per settimane a tentare disperatamente di esorcizzare il dolore con i versi, per poi alla fine soccombere, stremata, forse poco dopo aver concluso l’opera per cui verrà ricordata e celebrata, e con cui consegna alla Storia il nome della sua amata Bauci. Un talento immenso e cristallino, contenuto da una mente troppo fragile per reggere le storture della vita: ecco cosa è stata Erinna.


La giovane ci saluta: è tempo per lei di tornare a condividere l’eternità con la sua Bauci, nel regno di Ade. Per noi, invece, è tempo di riprendere il mare alla ricerca di altre donne, di altre storie.