LEONARDO TAVERNI

POESIE INEDITE


Leonardo Taverni nasce a Narni nel 1998. Residente a Terni, ma, dal 2017, vive a Bologna come studente universitario.


Laureato in Lettere Moderne con una tesi in Letteratura Italiana Contemporanea su Elio Vittorini (La «Prosa speciale» di Conversazione in Sicilia, un confronto con la poesia: analisi stilistica dell’opera, con il professore Stefano Colangelo) e attualmente laureando magistrale in Italianistica.


Al presente collabora con il semestrale di poesia «Metaphorica» diretta da Saverio Bafaro.

 

Non vi credo, Io, se dell’alba vedete la luce e non la luce in schermo. Ahia per i sommersi che credono alla favola ed io per primo son sommo relitto in favola, nuova e vecchia, relitto d’un mare secco e sempre vaporoso. Nebbiano tra le piaghe terre e s’arrotolano i vapori su e ancor più sulla mia testa, son benda larga e molle che s’arriccia e culla la vista. Son tanti i vapori che par quasi che il mare secco non d’acqua sia pieno, ma di vapori e nebbia. Sul fondo io son relitto che par, per te lettore che m’osservi in costa, navigar nel tanto mare.

Son relitto di ferro e carne, e tu, che in terra stai, dimmi se vedi quel faro che tanto s’augura! Non torre alta e larga, ma piccolo faro che par quasi candela, sempre accesa, nelle tasche delle mille e dei mille. Sì quel che tieni stretto al giorno e t’accompagna la sera è il faro mio nel tanto mare. Sì quel che rimproveri come mezzo e moraleggi è la tua mano e l’occhio per ogni cosa. E altro non possiamo dire se non che è nostro e solo nostro.

Un telefono per poter navigar fermo nel tanto mare, sì che le reti son viaggi e sì che tutti son naviganti. Tu che in terra stai col libro in mano sei fermo e ancor più ancorato di me. Ora ho un telefono per candela, vapori sulla mia testa e una benda larga e molle che s’arriccia e culla la vista. Quest’ultimo son io e quell’ultimo son io.


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Una coda macchina le strade

È lì ferma e piana romba

E batte sopra grigio il cumulo.

Ahia per l'unghie battenti

Tra i volanti fermi,

Ahia pel sole stento

Che fredda la ferie operaie

E quasi quasi c'è mare...


Arrivammo col vento in naso

E vidi i sassi levigate

Quanto i calvi spiaggiati

Con le burle d'infanti.

Il nuvolo alto e fiero

E il sole?

E sì che c'è Il telefono l'ha detto...

Con l'onde leviganti

Son sasso che s'inalga

Verde a mare, ed anzi

Son più vetro spezzo

Che leviga leviga ora

È già tutt'intero

Né bottiglia né pezzo.


Ahia pel cumolo nero

Che tutti l'attendono

Come sole giugno...

Un telefono l'ha detto

E quasi quasi s'è fatto cielo.


***


Bisogna che io breva il fiato

Tra le tante onde schegge e nebbie

E brandelli parole in mozzi

Fumati d’indizi:

-che Oltraggio!-


Potessi tornar col passo fermo!

E invece no.

Così briciola

Una sillaba il labbro bianco

Secco d’arie pese,

Secco d’un gregge d’ore perse!


Bisogna sì che faccia questo,

E i mozzi siano pepite

In circo tra gli ondoni tremuli

E l’attendo un ramo becco…

Briciola il labbro bianco e poi

Oltraggio e poi Oltraggio