LUCANO - L'AMORE PER LA LIBERTA'

La resistenza contro il potere nella vita e nell’opera di Lucano

una rubrica di Lorenzo Indennitate


Nel 65 d.C. a Baia, un famoso centro di villeggiatura sulle coste campane, alcune delle più importanti personalità dell’Impero romano si riuniscono nella villa di proprietà di Gaio Calpurnio Pisone, per organizzare una congiura il cui obiettivo è l’uccisione dell’imperatore Nerone. Alla

riunione partecipa anche un giovane poeta, che nonostante abbia solo 25 anni ha già raggiunto una grande fama nell’Urbe: Marco Anneo Lucano. Ma cosa può spingere un giovane autore sulla cresta dell’onda a rischiare la vita in un’azione pericolosa come una congiura? Per comprenderlo è necessario fare un salto indietro nel tempo, per raccontare qualcosa di più su Lucano e sulla sua più grande opera.


Membro di una famiglia molto importante (è nipote del famoso filosofo Lucio Anneo Seneca), Lucano fin da bambino viene introdotto nell’alta società della Roma imperiale. Inizia a scrivere giovanissimo, e le sue prime opere (di cui purtroppo non abbiamo che qualche titolo) gli guadagnano da subito una certa notorietà. Forse proprio grazie alla sua abilità poetica diventa, non ancora ventenne, amico intimo dell’imperatore Nerone, con cui è quasi coetaneo. Nerone per tutta la sua vita ha un rapporto ambivalente con gli artisti romani: da una parte ama l’arte e adora circondarsene, dall’altra, essendo egli stesso un mediocre poeta e musicista con un ego sconfinato, viene spesso spinto dall’invidia ad agire contro gli artisti che sembrano oscurarlo.


È proprio questo che sembra succedere con Lucano: dapprima l’imperatore esalta il giovane poeta, a cui viene perfino affidata la questura nonostante non abbia ancora i 25 anni richiesti dalla legge; poi, però, qualcosa cambia, e Nerone inizia ad ostacolare in ogni modo il lavoro di Lucano, arrivando perfino a proibire la pubblicazione di una sua opera. Cosa è successo fra i due? Forse, sì, l’invidia di Nerone per la fama del suo amico ha oscurato il suo giudizio. Ma forse c’è un altro motivo, da ricercare proprio nell’opera che Lucano sta componendo, e che Nerone si dà tanto da fare per ostacolare.


La Pharsalia, nota anche come Bellum civile, è il capolavoro di Lucano, e racconta l’ultimo anno della guerra civile fra Cesare e Pompeo, decisa nel 48 a.C. dalla vittoria del primo nella battaglia di Farsalo (da cui il titolo), che ha decretato essenzialmente la fine della Repubblica. L’opera viene spesso definita un poema epico, ma sarebbe meglio considerarla un poema storico; la differenza può sembrare puramente accademica, ma in realtà riguarda la natura stessa dell’opera e del suo contenuto. Se infatti un poema epico, per definizione, è l’esaltazione di azioni eroiche e di grandi imprese, la Pharsalia è invece il racconto di una sconfitta: la sconfitta di Roma, dilaniata dalla guerra fra un eroe debole (Pompeo, il campione della Repubblica, troppo stanco e indeciso per salvarla) e un malvagio antagonista (Cesare, descritto come un tiranno cinico e senza cuore). Così si apre il poema:


Bella per Emathios plus quam civilia campos / iusque datum sceleri canimus, populumque

potentem / in sua victrici conversum uiscera dextra

«Cantiamo guerre peggiori delle civili [condotte] per i campi d’Emazia, e il crimine divenuto

diritto, e un popolo potente che contro le sue stesse viscere ritorse la destra vittoriosa»

(I, 1-3)


Certo diverso dal «Canto le armi e gli eroi» di Virgilio, o dal «Narrami Musa del Pelide Achille l’ira funesta» dell’Iliade! Del poema epico Lucano prende la struttura (12 libri, nelle sue intenzioni) e il linguaggio altisonante, ma poi ribalta ogni topos, ogni caratteristica. I protagonisti, come detto, sono tutti personaggi negativi (eccetto uno, che vedremo fra poco); le grandi battaglie hanno come conseguenza non la costruzione di qualcosa di nobile, come era nell’Eneide per la nascita di Roma, ma la morte di qualcosa di bello, la Repubblica; gli dei, sempre presenti nell’epica classica, sono sostituiti da scene di magia nera e da un gusto abbastanza barocco per lo stravagante, il macabro, l’orrido.


Non è difficile immaginare che all’imperatore un poema simile potesse essere poco gradito. L’opera gli sarà forse stata presentata come un esaltante racconto delle origini dell’Impero: il proemio contiene anche una dedica a Nerone, il cui avvento è presentato come voluto dal Fato in conseguenza degli avvenimenti narrati nel poema. È evidente però che più si va avanti nella lettura e più l’opera rivela la sua natura repubblicana, nel tratteggiare Cesare come un orribile usurpatore e la sua vittoria come la morte della vera anima di Roma. È impossibile stabilire se le posizioni antimonarchiche di Lucano si siano inasprite nel tempo a causa della rottura con Nerone, o se al contrario il rapporto fra i due si sia logorato per via di quello che il poeta stava scrivendo. Certo è che già nel secondo libro del poema si può leggere qualcosa che suona come una dichiarazione politica, che Lucano mette in bocca al suo unico personaggio positivo: Marco Porcio Catone, detto l’Uticense, famosissimo senatore dell’epoca delle guerre civili. Filosofo stoico (come Lucano e suo zio Seneca), Catone ha condotto una vita talmente retta e morale da essere diventato un esempio di virtus romana esaltato anche dai suoi oppositori politici. Nel libro II della Pharsalia, in una Roma paralizzata dall’incombente guerra, Bruto (sì, quello che un giorno ucciderà Cesare) non riesce a dormire, e si reca nel mezzo della notte a bussare alla porta del suo parente Catone. Cosa è giusto fare?, chiede Bruto al saggio senatore. La guerra civile è la morte di Roma; Pompeo ora combatte per la Repubblica, ma se vincerà certamente vorrà il potere per sé. Ha senso adesso combattere Cesare al suo fianco, o in quanto stoico pensi sia più giusto astenersi dalla guerra e lasciare che ciò che deve accadere accada?

Catone «risponde sacre parole dai più segreti recessi del suo animo»):


Summum, Brute, nefas civilia bella fatemur, / sed quo fata trahunt virtus secura sequetur

«Ammetto, Bruto, che la guerra civile sia la peggiore delle empietà, ma una salda virtù andrà

dove i Fati la conducono»

(II, 286-7)


E continua spiegando a Bruto che, benché veda che la Repubblica è spacciata, non può astenersi dal combattere fino alla fine per provare a tenerla in vita:


Ceu morte parentem / natorum orbatum longum producere funus / ad tumulos iubet ipse

dolor, [...] non ante revellar / exanimem quam te complectar, Roma, tuumque /nomen,

Libertas, et inanem persequar umbram

«Come il dolore stesso costringe il genitore, privato dei figli dalla morte, a prolungare più

possibile il cordoglio, [...] io non sarò strappato da te, Roma, prima di averti abbracciata

esanime; e seguirò il tuo nome, Libertà, e la sua vana ombra»

(II, 297-9, 301-3)


Catone combatte, dunque, eroicamente insieme a Pompeo. Dopo la disfatta di Farsalo tenta

un’estrema resistenza nelle province d’Africa ma, messo con le spalle al muro dai cesariani nella città di Utica (oggi in Tunisia; da qui il suo soprannome) decide di togliersi la vita, piuttosto che sopravvivere in una Roma sottomessa a Cesare. La meravigliosa scena del suicidio stoico di Catone, purtroppo, Lucano non l’ha mai scritta: l’opera si interrompe di colpo a metà del decimo libro, poco dopo la morte di Pompeo per mano del re d’Egitto Tolomeo XIII, che vuole ingraziarsi Cesare ormai vincitore. Questo perché, a causa della delazione di uno schiavo insospettito dal comportamento del suo padrone, la congiura di Pisone viene scoperta prima di poter essere messa in atto: Lucano è fra i congiurati che vengono arrestati, e viene costretto a togliersi la vita, a meno di 26 anni.


Il suicidio di Lucano, va detto, non è nobile come quello di Catone, che, si narra, si trafigge con una lama dopo aver passato la sua ultima notte a leggere il Fedone, l’opera di Platone che tratta della vita dopo la morte. Lucano, nel tentativo di salvarsi, fa il nome di molti dei suoi compagni congiurati, e perfino quello della propria madre, che probabilmente, con la congiura, non c’entrava niente. Ma tutto questo non serve, e alla fine viene obbligato a tagliarsi le vene dei polsi dai soldati imperiali.

Considerando anche il fatto che la congiura ordita da Pisone non puntava a restaurare la Repubblica, ma a sostituire un despota con un altro, si può dire che la vicenda personale di Lucano non è decisamente nobile né esemplare. Con ogni probabilità egli è mosso soprattutto da un astio personale nei confronti di Nerone, della cui benevolenza si è giovato finché l’imperatore ne ha avuta. Queste considerazioni tuttavia non tolgono alcuna forza all’opera di Lucano, che resta quasi un unicum stilistico nel panorama della letteratura antica, e che offre straordinari spunti per leggere la Storia da un punto di vista che non sia quello dei vincitori. Inoltre il personaggio di Catone, per come ce lo tramanda il poeta, è un modello di virtù e di attaccamento alla libertà straordinario, che ha influenzato millenni di lettori, autori, politici e gente comune.


Tanto alto è l’esempio di Catone che Dante, nella Commedia, lo salva dall’inferno a cui sarebbe destinato in quanto suicida, e lo pone all’ingresso del Purgatorio, dove è il primo ad incontrare il poeta e Virgilio appena usciti dall’Inferno. La guida di Dante chiede a Catone il permesso di passare per attraversare il Purgatorio: Dante è in cerca della libertà, dice, la cui importanza deve ben conoscere colui che per essa ha rinunciato alla vita:


Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, ch’è sì cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara

in Utica la morte, ove lasciasti

la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.

(Purg. I, 70-5)