MAURO DE CANDIA

INTERVISTA CON L'AUTORE

a cura di Andrea Terreni


Mauro De Candia è nato in provincia di Bari, è laureato in Lettere Moderne e lavora come docente di Lettere in Lombardia. Tra i vari riconoscimenti ottenuti, giunge due volte finalista (nel 2017 e nel 2018) all’edizione italiana del 100 Thousand Poets for Change; finalista al Premio Letterario Città di Ravenna 2018; due volte finalista al Concorso Letterario Gioachino Belli (2018 e 2019); segnalazione nel Premio Nazionale di poesia inedita “Ossi di seppia” 2019.

Nel 2018 esordisce nel panorama letterario con la silloge “Le stanze dentro” per Edizioni Ensemble, libro che si classifica al secondo posto al Premio Nabokov 2019 e finalista al Premio Carver 2020. Nel 2021 De Candia si riaffaccia sul mercato editoriale con una seconda silloge intitolata “Sundara”.


Lei è un insegnante che scrive poesie. Quanto la poesia influenza il suo modo di porsi ai suoi allievi? Quanto vorrebbe che loro fossero influenzati dalla poesia?

La poesia per me è un linguaggio. Un linguaggio che matura e si compone di altri linguaggi,

che cerca e trova nuove strade per esprimere in maniera più vivida e artistica determinati concetti.

Direi che la comunicazione con i miei alunni - che hanno dagli undici ai quattordici anni - cerca necessariamente una strada diversa da quella della mia scrittura, ma con un'attitudine non lontana.

Cerco di relazionarmi con loro incorporando appunto il loro linguaggio, per facilitare la comunicazione: essendo a mia volta ancora giovane e presente sui social network, cerco di capire quali sono i loro interessi, come trascorrono il tempo, quali termini utilizzano. Siamo molto in sintonia anche per questo venirci incontro, che deve però sempre partire da chi ha più esperienza di vita e di comunicazione. Quindi non oscure metafore, ma esempi di vita vissuta, e tanta empatia, sforzandosi di essere universalmente sensibili a seconda dei casi.

Oggi mi rendo conto che per un adolescente è davvero difficile cercare una propria strada: a

differenza della mia generazione, cresciuta senza internet e in parte senza videogames, loro sono sovrastimolati e arrivano a perdere il gusto della sorpresa per un modo diverso di comunicare. Un paio di alunne tuttavia mi hanno confidato che scrivono su Wattpad, ne sono stato contento e ho dato loro qualche consiglio.


Come molte persone lei si trova lontano dai luoghi in cui è nato. Questa lontananza traspare anche nei suoi versi? Oppure vive questa condizione come una sorta di fuga riuscita?

La lontananza nascosta nei miei versi è la lontananza da se stessi, quel passo che manca al pieno raggiungimento della propria essenza, e non è legata a un luogo fisico: anzi, il mio trasferimento in Lombardia si può dire che mi abbia rigenerato interiormente, non solo perché il trasferimento mi ha offerto la possibilità di fare un lavoro che amo, ma anche per un motivo personale che riguarda un lutto che avevo bisogno di superare ricominciando completamente un'altra storia, in un altro contesto e in un'altra casa.


La sua è una poesia che racconta storie. Questa è la funzione dello scrivere oppure sta ancora cercando il suo modo di esprimersi?

La storia è un involucro, un contenitore: è il mezzo per trasmettere un concetto o una riflessione. Trattasi sempre, comunque, di storie surreali, metafisiche, che sono solo parzialmente legate alla nostra realtà, ma affondano le radici nei vari mondi possibili e impossibili che hanno altre leggi, altri personaggi e altre nature.

Come ho riferito in altri contesti, se volessi parlare della mia interiorità scriverei un diario personale. Ho invece optato per il mezzo poetico perché mi garantisce una libertà totale di espressione anche nel considerare tematiche universali.


In che modo le parole escono dalla sua penna? Ha modelli di riferimento?

Non scrivo quasi mai di getto, perché ho bisogno di calibrare i giusti pesi e contrappesi tra le parole, che spesso nel mio caso sono neologismi (o, come le definisco, “le parole che avremmo potuto avere se le cose fossero andate diversamente”).

La mia scrittura è abbastanza densa e i miei modelli sono prettamente est-europei: Milosz, Szymborska, Herbert, Zabolotskij, Zagajewski, Brodskij e così via.

Non disdegno neanche modelli di scrittura lontani dalla letteratura ufficiale, ad esempio i testi di alcuni cantautori o band impegnate. Generalmente parto da un'immagine che nasce in testa: può essere un personaggio surreale che svolge un'azione, un oggetto che si trova fuori contesto, un animale che si carica di simboli. Quando l'idea va in porto significa che quell'immagine, prima o poi, a forza di girare e rigirare in testa, ha incontrato un tema particolare, fondendosi con esso come fa il significante col significato. Dopodiché, lavoro sull'arricchimento dei particolari, sul linguaggio, sull'aspetto sonoro (assonanze, consonanze e così via) e sulla costruzione di una piccola storia, che può essere anche pura introspezione.

Posso dire che mi sforzo di far coesistere tre piani: il piano del linguaggio (il significato immediato), quello del contenuto intrinseco o simbolico (a volte più difficile da decifrare) e quello del suono puro.


Se guarda al domani quali desideri si auspica di poter realizzare?

Ho il desiderio e la necessità di approdare al romanzo: in fondo, sono un autore che si avvale della poesia come “pretesto” per comprimere le proprie storie e per usare un linguaggio più libero. Quindi il mio desiderio è certamente continuare a produrre libri di qualità, che siano in poesia o in prosa, mantenendo tuttavia sempre quella coerenza e quello stile che mi caratterizza.