ROBERTO SIENI

I Filosofi e la Guerra


Filosofia e poesia sono da sempre estensioni della stessa materia.

L'analisi del tempo, dello spazio e di tutto ciò che internamente vi accade è senza dubbio una prerogativa di queste due discipline.


Alla base una grande sensibilità che porta spesso ad affrontare temi scivolosi, attualità velate, sensazioni sconnesse.


Ecco perchè questo saggio di Roberto Sieni, già curatore per le nostre pagine della rubrica "Cartoline Filosofiche" si inserisce all'interno di un contesto più ampio, attuale e certamente anche poetico.

 

Di nuovo la guerra! La paura di una guerra.

In realtà la guerra è sempre stata presente, perché aver voluto credere che dalla Seconda Guerra Mondiale in poi si sia vissuto in pace è stata solo un’illusione che abbiamo voluto coltivare. Certo, non più guerre mondiali, ma un continuo di guerre locali (e nemmeno tanto locali, visto che sempre, dietro ai contendenti locali, c’erano le potenze mondiali). Dalla Corea all’Indocina, e poi il Vietnam, la Guerra dei sei giorni, la guerra Iran-Iraq, l’Iraq, la guerra, intestina e no (che, come detto sopra, le potenze mondiali c’erano dietro le quinte) che ha disfatto la Jugoslavia (in questo caso, una guerra alle nostre porte), o il Libano, dove furono impiegati per la prima volta contingenti italiani (formati da ampia parte di militari di leva, perfino), la Guerra del Golfo, e tutte le altre, tante, che queste citate, un po’ alla rinfusa, sono ben poca cosa, insomma la guerra è sempre stata presente.

Ma non la “Guerra”, o la Grande Guerra, come fu denominata la Prima Guerra Mondiale, e non una guerra davvero mondiale, come fu la Seconda Guerra Mondiale.

E, di fronte alla guerra, che fanno i filosofi?

Oggi lo sappiamo: vanno in tv a fare i fenomeni. E’ triste ma è così. Come è successo col covid, dove i filosofi hanno fatto, anche nel caso, questa parte in commedia. Ad esclusione, direi, di Umberto Galimberti.

Per cui, anche fosse solo per curiosità, cosa fecero invece, in occasione delle due guerre mondiali i filosofi?

Vorremmo qui raccontare di loro. Non per un raffronto, in primo luogo perché certamente le situazioni sono differenti, non ultimo il fatto di avere la guerra effettivamente in casa, come accadde allora a questi personaggi di cui ora racconteremo, nonché, in secondo luogo, perché il raffronto sarebbe impietoso anche non mettendo in questione il problema-guerra, ma già la statura, di quelli di un tempo, e le misere repliche di oggi. Detto senza nessuna nostalgia e nessuna idolatria del passato, purtroppo oggi la classe intellettuale è scadente, e ogni confronto sarebbe perfino crudele per i nostri attuali protagonisti.

Perciò andiamo a dire di loro, quelli di allora, semplicemente raccontando cosa fecero, cosa occorse loro (perfino perdere la vita), anche per dire, così, fra le altre cose, che i filosofi non sono esseri mitologici come ci appaiono dalla cattiva scuola che abbiamo, dove sembrano essere figure senza un corpo, produttori di parole alate che vivono in torri d’avorio, lontani dalla realtà, ma persone in carne ed ossa, con una loro vita, con i loro errori, anche, e, come chiunque, a rischio, a repentaglio, soprattutto in caso di guerra, come accadde anche al “cerebrale” Cartesio che partecipò, da soldato, alla Guerra dei trenta anni.


Nella prima guerra mondiale le cose non si mettevano tanto bene per “noi”: gli imperi centrali, Germania e Austro-Ungheria, erano tosti. I francesi volevano che intervenissero gli americani. Ma questi nicchiavano. Poi intervennero, e cambiò l’inerzia, anche se poco si è detto, da sempre, degli americani nella Prima Guerra Mondiale.

Perché, alla fine, intervennero? Raccolsero le suppliche del presidente francese Raymond Poincaré. Che furono portate al presidente statunitense Wilson da Henri Bergson.

Il mite filosofo era assai noto al tempo (le sue lezioni al Collège de France erano talmente gremite che molti ascoltavano dal giardino mentre i ricchi mandavano la loro servitù a prendere il posto per loro e sarà Premio Nobel nel 1927) per cui fu prescelto per andare in America a perorare la causa. Probabilmente oltre al prestigio della persona influì anche una circostanza da intelligence: onde nascondere al nemico che la Francia si orientasse per una alleanza con gli Usa, Bergson viaggiò, ufficialmente, per tenere delle conferenze. Che effettivamente tenne. Questo, nel febbraio del 1917. Il 2 aprile di quell’anno gli americani inviarono i loro contingenti in Europa.


Émile-Auguste Chartier è passato alla storia come Alain, dallo pseudonimo che aveva adottato a firma dei suoi articoli giornalistici, sua seconda attività, oltre quella, fondamentale, di “Maître”, sicuramente uno dei più grandi della scuola filosofica francese: quand’era ancora “solo” professore di Liceo (per quanto il prestigioso Henri IV) perfino gli studenti universitari andavano ad ascoltarlo. Il numero dei suoi allievi divenuti filosofi di alto livello è impressionante, non staremo a fare un elenco, sarebbe lunghissimo.

Fu arruolato e, nel 1917, gravemente ferito, fu rimandato a casa. Sugli orrori della guerra scrisse un libro che sarebbe necessario leggere in ogni scuola: “Mars ou la guerre jugée” (in Italia l’unica edizione tradotta è del 1921, così, tanto per dire).


Martial Gueroult è stato uno dei più grandi storici della filosofia, soprattutto per la metodologia dello studio della filosofia. Non staremo a dire di questo, sarebbe troppo lungo e ci porterebbe al di là del tema, la guerra. Che Gueroult visse da soldato e, poi, da prigioniero. Il 2 agosto 1914 nella spaventosa battaglia di Morahnge rimase colpito alla testa. Dato per morto, venne abbandonato anche dai soccorsi del suo esercito e fu salvato dal nemico che lo raccolse successivamente. Come prigioniero, è internato in un campo di prigionia. Cosa fa, Gueroult, in questo ambiente non certo gradevole (unica compagnia, il collega Louis Estève)? Scrive il suo primo libro. Su Fichte, il grande filosofo tedesco.


Tutti i filosofi che abbiamo citato tornano a casa. Non torna a casa Charles Peguy, allievo di Bergson (suo professore al liceo, all’università, e al Collège de France): nella “prima battaglia della Marna”, il 5 settembre del 1914, muore. Aveva 41 anni.

Nella seconda guerra mondiale il fronte francese cede immediatamente: i tedeschi passano dal Belgio, violando la neutralità e arrivano rapidamente a Parigi. Le guarnigioni francesi, inutilmente appostate sul confine con la Germania (la linea Maginot) sono fra due fuochi. La Francia si arrende, i suoi soldati sono fatti prigionieri.

Fra questi c’era Jean-Paul Sartre. Venne internato in un campo di prigionia a Treviri (la città che ha dato i natali a Marx) dal quale evase in maniera incredibile: lamentando un problema ad un occhio, che mostra sforzando il suo già pronunciato strabismo, gli viene concesso di recarsi in città per una vista medica. Sartre approfitta di questa incredibile libertà per fuggire e tornerà, praticamene a piedi, in Francia.

Qui tenterà di creare un gruppo di resistenza. Ma non avrà successo. Parteciperà comunque alla liberazione di Parigi facendo da sentinella al teatro della Comédie, nel Palais Royal, “azione” di non particolare belligeranza per la quale si prenderà ogni sfottò da Albert Camus. Ancora due Nobel, o due futuri Nobel, o quasi, potremmo dire, Camus fu Premio Nobel nel 1957, Sartre lo sarebbe stato nel 1964, ma lo rifiutò.

Camus fu impegnato nei combattimenti, militando da tempo nella rete dei resistenti che avevano eletto a loro base segreta l’appartamento della scrittrice Marguerite Duras, al numero 5 di Rue Saint-Benoît a Parigi. Fra questi, il marito della Duras, Robert Antelme, che verrà arrestato dalla Gestapo e internato in un campo di concentramento da cui verrà liberato, tornando a casa in condizioni ormai vicine alla morte, dalla quale riesce a scampare, grazie al provvidenziale intervento di un medico che ha sperimentato come i reduci dai campi non debbano essere nutriti immediatamente con cibo solido, quindi l’amante della Duras, Dyonis Mascolo, il futuro presidente delle Repubblica Francese, François Mitterrand (nome di battaglia Morland) e Edgard Morin.

Quest’ultimo si chiama in realtà Edgar Nahoum, e assume anch’egli un nome di battaglia, una falsa identità, come hanno fatto tutti i resistenti, per sfuggire al controllo tedesco. Si chiamerà Edgar Morin e così rimarrà per sempre, a tutt’oggi, coi suoi 101 anni compiuti e col bellissimo libro “Cambiamo strada”, atto di accusa al modello di vita attuale, uscito nell’occasione dello scoppio del Covid.

Le azioni di Morin saranno soprattutto attività di spionaggio e di danneggiamento alle risorse dell’occupante tedesco.


Un altro personaggio di cui vale di dire è Jean Wahl. Pensatore curioso ed esploratore di un altro mondo da quello accademico, scoprì James e Hume e li introdusse in una Francia irreggimentata sul pensiero tedesco, da Kant a Hegel, in particolare. Iperattivo e anticonformista, fonderà il Collège philosophique, luogo aperto a tutti e luogo d’incontro di tutti, con particolare attenzione ai giovani.

Cade sotto l’osservazione della Gestapo perché ebreo. Lo viene a sapere, sa che ogni momento è buono perché possa essere arrestato, ma non succede. Stanco dell’attesa si reca ad un comando degli occupanti e si consegna. Sembra abbia detto: “Mi cercate? Eccomi! E facciamola finita!”. Ovviamente è arrestato e trasferito al campo di prigionia di Drancy. E’ liberato perché con lo scoppio di un’epidemia di dissenteria, il campo viene chiuso e, inspiegabilmente, i prigionieri liberati. Potrebbe essere arrestato nuovamente, ma una persona speciale, l’infermiera Annette Monod che assiste nei campi di prigionia e carpisce le informazioni del comando per avvertire tutti i ricercati affinché fuggano, informa anche Wahl del pericolo. Finalmente Wahl fugge ma, a Casablanca, dove voleva imbarcarsi per l’America è nuovamente arrestato. Charles Maurras e il suo allievo Pierre Boutang, che pure militano sul fronte opposto, si mobilitano per la sua liberazione. La ottengono. Wahl partirà per l’America e raggiungerà la grande colonia dei francesi, e degli europei, che lì hanno trovato riparo. Levinas racconta che, alla liberazione, gli amici che hanno operato per ottenerla esclamino, nel rivedere Wahl libero, “Professore, sarà contento!”, al che, Wahl risponde “Abbastanza”. Tornerà in Francia a guerra terminata e si dedicherà nuovamente al Collège, di cui abbiamo detto, e alla direzione della “Revue de metaphysique et de moral”, una delle più grandi riviste di studi filosofici.


Fin qui, personaggi che alla capitolazione della Germania e alla pace finalmente raggiunta, a Seconda Guerra Mondiale terminata, hanno riportato a casa la pelle. Non è stato così per tutti.


Valentin Feldman era uno studioso di estetica. Era nato a San Pietroburgo ed aveva lasciato la Russia insieme alla madre, dopo la morte del padre, per sfuggire alle difficoltà della carestia che si era abbattuta sul suo paese fra il 1918 e il 1922, raggiungendo Parigi. Qui è allievo dell’Alain che abbiamo citato precedentemente e diventa amico di un’altra allieva del “Maestro”: Simone Weil. Aderisce al partito Comunista e protesta al momento del patto Molotov-Ribbentrop, pur non uscendo dal partito. Insegna a Dieppe fin quando, poiché ebreo, viene privato del ruolo di insegnante dal governo collaborazionista francese. Si impegna nella resistenza e nel febbraio del 1942 viene arrestato dai tedeschi. Viene messo sotto tortura ed è consegnato ai nazisti, che il 27 luglio lo portano davanti al plotone d’esecuzione, nella fortezza di Mont-Valerien. Le sue ultime parole, rivolgendosi al plotone di esecuzione composto da soldati francesi del regime-fantoccio di Vichy, furono: “Imbéciles, c’est pour vous que je meurs!” (“Imbecilli, è per voi che muoio!”). Aveva 33 anni.


La sua compagna di studio, Simone Weil, che Alain aveva soprannominato “la martienne” (la marziana) per la sua straordinaria intelligenza, affianca ai suoi studi l’impegno nei movimenti sindacali, quindi si reca in Germania per capire le ragioni del montante nazionalismo che sta prendendo piede con Hitler e, al ritorno in Francia, si impiega come operaia: sarà perfino fresatrice alla Renault.

Partecipa anche alla guerra di Spagna e, allo scoppio della seconda guerra mondiale, fugge, in quanto ebrea e ricercata, prima in America, quindi in Inghilterra. La sua salute, è malata di tubercolosi, va peggiorando, ma la Weil rifiuta qualsiasi trattamento di favore in un’Inghilterra stretta dalla morsa della tentata invasione tedesca e stremata dallo sforzo bellico in continente. Morirà il 24 agosto 1943. Aveva 34 anni.


George Politzer aveva origini ungheresi, pur essendo nato nell’attuale Romania. E’ stato un militante attivo nell’ambiente politico già da molto giovane: prende parte, infatti, all’insurrezione ungherese del 1919. Quando la rivoluzione viene bloccata dall’intervento repressivo del governo austro-ungarico ad opera dell’ammiraglio Miklós Horthy è costretto all’esilio a soli 17 anni.

Si stabilisce a Parigi nel 1921, studia Marx e riesce a far conoscere il suo pensiero nell’ambiente universitario dove era praticamente rifiutato.

La polizia francese collaborazionista lo arresta nel febbraio del 1942. Con lui è arrestata anche la moglie (anche lei comunista e appartenente alla resistenza), entrambi con l’accusa di aver violato la legge che vietava la costituzione di un partito comunista. E’ messo sotto tortura e, il 20 marzo 1942, viene consegnato ai nazisti, che il 23 maggio lo portano davanti al plotone d’esecuzione. Alla fortezza di Mont-Valerien, ancora, il luogo infernale. La moglie, invece, finisce i suoi giorni nel campo di concentramento di Auschwitz, dove muore nel marzo del 1943. Politzer aveva 39 anni quando morì, la moglie, Marie Larcade, ne aveva 37.

I suoi amici ed estimatori dovettero condurre una lunga ed estenuante battaglia legale, conclusasi solo nel 1956, per far riconoscere Politzer come combattente della Resistenza.


Benjamin Fondane era un tipo assai particolare. Filosofo “privato”, non accademico, non formato nelle grandi scuole. Emigrato dalla Romania, si stabilisce a Parigi dove è discepolo di un altro filosofo “irregolare: Léon Chestov, anch’egli emigrato, nel caso, dalla Russia. Bellissimo un ritratto fattogli dal grande fotografo Man Ray, dove Fondane tiene in mano la sua testa.

Nel marzo del 1944, in quanto ebreo, viene arrestato dalla polizia di Vichy; i suoi amici riescono a ottenere la sua liberazione, ma Fondane non vuole abbandonare sua sorella Line. Viene allora deportato dapprima al campo d’internamento di Drancy, poi ad Auschiwitz, il 30 marzo, dove muore il 2 ottobre. Aveva 46 anni.


Maurice Halbwachs è stato uno dei grandi nomi della scuola sociologica francese. Ha vissuto la Prima guerra Mondiale come funzionario al Ministero della Guerra e, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, non è arruolato per ragioni di età ma partecipa alla resistenza soprattutto cercando di proteggere i rifugiati ebrei.

Nell’estate del 1944 viene arrestato dalla Gestapo, in quanto resistente ed ebreo, solo pochi mesi dopo l’assassinio dei suoceri Victor ed Hélène Basch per mano dei tedeschi e la nomina a professore del Collège de France. Deportato a Buchenwald, si ammala di dissenteria e il 16 marzo 1945 muore tra le braccia dell’allievo Jorge Semprún, che riuscirà a sopravvivere e a tornare in patria.

Il suocero, di cui abbiamo appena detto, ovvero Victor Basch, era emigrato da Budapest durante la sua infanzia, ed aveva condotto i suoi studi a Parigi. Docente universitario di altissimo livello, filosofo particolarmente interessato alle dottrine dell’estetica, fu fra i difensori del capitano Dreyfuss ingiustamente accusato di alto tradimento.

Prese posizione contro il governo di Vichy, per cui lui e sua moglie, Ilona, furono prelevati dalla loro casa a Lione e assassinati dalla sezione antisemita della “milice française” del Governo di Vichy sotto gli ordini del capo regionale Paul Touvier, il primo francese ad essere condannato per crimini contro l’umanità. Condanna poi vergognosamente graziata dal Presidente Pompidou nel 1971.


Albert Lautman era stato un brillante allievo e divenne un altrettanto brillante docente universitario, nonché un teorico importante nella filosofia della matematica. Nella seconda guerra mondiale è arruolato nell’artiglieria. Verrà fatto prigioniero, evaderà attraverso un lungo tunnel sotterraneo scavato dai prigionieri (traslato per la mentalità americana, questa vicenda è il soggetto del famoso film hollywoodiano “La grande evasione”) e raggiungerà Aix-en-Provence determinato a riprendere l’insegnamento, ma sarà, anch’egli, privato del ruolo in quanto ebreo. Si unisce ai gruppi partigiani e il 15 maggio 1944 viene arrestato dalla Gestapo. il 31 luglio sarà fucilato insieme ad altri due prigionieri nel campo di Souge, non lontano da Bordeaux. Quando muore, Lautman aveva 36 anni.

Jean Cavaillès era uno dei più interessanti studiosi di filosofia della scienza, con importanti studi sulla logica e la matematica, amico e, in certa misura, “maestro” dl Lautman. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, nel 1939 fu arruolato come tenente di fanteria. Fu catturato l’11 giugno 1940, ma riuscì a fuggire e raggiunse Clermont-Ferrand, poi si dedicò alla riorganizzazione dell’università di Strasburgo. Incredibile ma vero, verrebbe da dire, ma nella mente di Cavaillès nemmeno la guerra poteva troncare l’insegnamento o la produzione di cultura.

Fu chiamato nel 1941 alla Sorbona e, ancora sommando l’attività di insegnante e di studioso a quella di resistente, creò il gruppo di partigiani “Libération-Nord”.

Fu arrestato a Narbonne dalla polizia francese nel settembre del 1942. Dopo un tentativo di fuga a Londra, fallito, fu internato a Montpellier nel campo di prigionia di Saint-Paul d’Eyjeaux da dove riuscì a fuggire alla fine di dicembre 1942.

Riconosciuto come nemico pubblico dal regime di Vichy e ricercato dalla polizia, Cavaillès fuggì a Londra nel febbraio del 1943, dove incontrò il generale Charles de Gaulle in diverse occasioni.

Tradito da uno dei suoi ufficiali, fu arrestato il 28 agosto 1943 a Parigi con sua sorella e suo cognato. Torturato, imprigionato a Fresnes e poi a Compiègne, fu trasferito ad Arras e fu registrato come arrestato il 17 febbraio 1944. Questa data fu scelta per la sua morte fino al 2015, quando si scoprì la vera data della sua esecuzione: il 4 aprile 1944. Era stato sepolto ad Arras sotto una croce di legno contrassegnata dalla scritta “sconosciuto nº 5”, il suo corpo fu riesumato nel 1946 per essere sepolto nella cripta della Sorbona, a Parigi. Quando morì, Cavaillès aveva 41 anni.

Il suo allievo Georges Canguilhem proseguirà quanto messo in atto dal maestro, anche sul piano della resistenza. Prenderà invece le distanze dall’altro suo grande maestro, Alain, il cui pacifismo gli appare assolutamente suicida. Fermare Hitler con il pacifismo, per Canguilhem, è pura follia.

Sopravvissuto alla guerra, a differenza degli ultimi nomi qui citati e ricordati (fatta eccezione per Semprún), Canguilhem proseguirà il suo impegno, in particolare contro la guerra di Algeria e per l’Algeria libera dalla dominazione francese, unendosi a molti intellettuali, capeggiati, in questo senso, da Sartre.


Fra i più giovani a perdere la vita fu poi François Cuzin. Era stato allievo del grande Vladimir Jankelevitch. Due parole su quest’ultimo: è impegnato in guerra, come sottotenente. Viene ferito e rientra nelle retrovie. Ma a Parigi sono guai: in quanto ebreo è spossessato della sua abitazione e tutti i mobili e i libri gli vengono requisiti. Alla liberazione tornerà in quell’appartamento sul Quai aux Fleurs, dove oggi una lapide lo ricorda.

Cuzin esce dal partito comunista, anch’egli contro il patto Molotov-Ribbentrop, e milita nel Comitato Dipartimentale di Liberazione (CDL). E’ proprio al ritorno da una riunione del comitato che è arrestato dalla Gestapo a Marsiglia. Torturato, viene portato al “Vallon des fusillés” a Signes, nel Var, dove viene ucciso il 19 luglio 1944. Aveva 30 anni.


Ci accorgiamo che abbiamo parlato, fin qui, solo di filosofi francesi. E, fuori dalla Francia? In Italia?


Dall’altra parte, nell’esercito tedesco militava Paul Feyerabend, che diventerà uno dei più grandi epistemologi del secolo scorso. Arruolato obbligatoriamente deve seguire il corso per ufficiale. Si augura che la guerra finisca prima del completamento del corso, ma non sarà così. Va in combattimento, e ottiene anche una croce di ferro, in Jugoslavia è colpito alla spina dorsale e, per conseguenza, resterà impotente per il resto della vita, avendo pur tuttavia ugualmente una vita sessuale, come egli ci dice. C’è da credergli, essendosi accompagnato con bellissime donne.

In Italia è sicuramente il caso di ricordare Eugenio Colorni. Studiò filosofia con Piero Martinetti, uno degli 11 professori universitari (e l’unico filosofo fra questi) a rifiutare il giuramento di fedeltà al regime fascista e, per questa ragione, esautorato dall’insegnamento.

Colorni si dette ad un’intensa attività antifascista e fu arrestato dall’OVRA, la polizia segreta del regime fascista, e imprigionato a Varese, quindi trasferito nel penitenziario di Ventotene dove, insieme a Ernesto Rossi, Manlio Rossi Doria e Altiero Spinelli concepì l’idea dell’Unità Europea, di cui il “Manifesto di Ventotene” è l’atto fondatore.

Trasferito nella prigione di Melfi, riuscì ad evadere ma a Roma venne nuovamente intercettato dai fascisti. Catturato con azione violenta fu ferito gravemente. Morì dopo due giorni di agonia. Era il 30 maggio del 1944. Cinque giorni dopo sarebbe iniziata la liberazione di Roma. Colorni aveva 35 anni quando morì.

Sembra che ai repubblichini che lo catturarono avesse risposto leggendo delle pagine della “Critica della ragion pura” di Kant.