SARA COMUZZO

DOVE I CLOWN VANNO QUANDO SONO TRISTI


recensione di Andrea Terreni


Raramente capita leggendo un testo poetico di fermarsi a pensarne il significato ancor prima di aver cominciato la lettura. Dove i clown vanno quando sono tristi di Sara Comuzzo è un libro che ammicca fin dalla copertina, fin dal principio. Ti obbliga quasi subito a pensarlo questo luogo, l'affermazione contenuta nel titolo diventa una domanda nella testa del lettore e apre subito porte e sinapsi. Il clown è un meccanico dell'umore, uno che arriva quando ti vien voglia di piangere, che ti rialza. Ma chissà quale sarà la sua destinazione quando a sua volta ha bisogno di essere rialzato. E la dedica irrompe subito a sparpagliare le ombre. Questo testo rimanda ad un nome, ma non solo. Rimanda a tutti quelli che fuori, fuori da noi stessi, aggiustano i sorrisi.

C'è un prologo che ti prepara, che ti costringe ad andare al contrario, che ti forma. Le piccole cose saranno l'indicatore, di una bellezza che si trova ovunque, ma che va ricercata andando all'indietro.

salita.

[fottuta]

un'eterna

tutto

è

Apri le pagine e vivi un botta e risposta a colpi di distici. E' tutta una piece teatrale, un

continuo e incessante monologo con se stessi che alterna i piccoli sorsi che la vita concede alle grandi perturbazioni dell'animo. L'incedere delle parole pugnala l'amore svelandolo. Lo svela col ritmo di tante diapositive in cui l'autrice si proietta a piccoli colpi: Sara Comuzzo mette se stessa a nudo spogliandosi poco a poco. Istruisce al sentimento che muta, ne traccia confini e contorni, fornisce i temi dell'addio, la tua schiena/ pronta a istruirmi/ su come si fanno gli addii. C'è una tristezza non svelata, che emerge dal ritmo, è musica del respiro che si spezza nella lettura, è dentro al movimento del testo.


L'amore è tutta una sequela di immagini che si rincorrono, di scuse che vengono adottate, di momenti -anche felici- che alla fine servono a riempire un tempo che tutti sanno avere una fine. E' una grande illusione e si sa che i rimpianti in risalto/ si asciugano al sole; non puoi fermarti un attimo ad osservare che senza ragnatele, gli angoli del soffitto possono respirare perchè io ti ho detto Aspettami/ ma [tu] avevi fretta quel giorno.

L'autrice crea un flusso di testo che segue il preciso canone di ribaltarti. Mette trappole a suo piacimento nelle pagine. Addobba con bijoux che inchiodano alla lettura

Cadranno dalle tempie

gli anni che non possono

essere riportati indietro,

una collezione di momenti perfetti

nel loro andare in frantumi

e dissemina il susseguirsi delle pagine con pezzi di verità devastante che vorresti non sentir scivolare lungo la tua schiena

Hai qualche capello in meno

dall'ultima volta.

Gli occhi sono gli stessi

solo che non mi guardano più,

mi vedono e basta.

Ma quello che esce dalle righe è tanto. Tutto sconclusionatamente ben edificato. In Camere Separate c'è la struttura portante della prima parte. Un'introduzione profetica, essenziale, cruda nella sua capacità di scavare. Segue un dialogo tra opposti, una partita convulsa che finisce in parità, come i fiori del cimitero [che] muoiono/ e io dico che sono tuoi,/ tu dici - miei.


Resta il perdono. Un perdono che fatica a trovare una collocazione, che inizia […] il trivedì tant'è difficile. Eppure si può imparare dal perdono ad andare a capo, e alla fine a chi per un tempo è stato tutto si può solo lasciare una dedica.

Abbi cura delle mille pozzanghere

appese alle guance del cielo.

Il testo non scema, anzi s'inerpica allargandosi dai meandri di una poetica del sentimento fino a quelli delle piccole e grandi cose, dei fatti, delle perdite e dei ritrovamenti. Si va avanti senza tregua, avanti quanto è lungo il sempre1 citando il Dylan Thomas dell'epigrafe che apre il capitolo. L'indagine spazia, si apre, mostra un respiro ampio che indica con disarmante fermezza una disillusione vissuta sulla propria pelle

Ditele che buone intenzioni

non sono necessariamente indice di buone azioni

e che invece la volontà di compiere e di compiersi si scontra spesso con l'ineluttabilità di momenti che con sistematicità mostrano quanto l'imprevedibile possa mutare i momenti del vissuto e la nostra capacità nell'affrontarli

Ogni volta che vorresti scrivere una lettera

la penna è senza inchiostro;

gli occhi senza lacrime

durante il funerale di qualcuno che hai amato.

L'opera riesce a coinvolgerci all'interno di numerosi girotondi. Letteralmente giri attorno ad argomenti comuni, che svaniscono e sembrano lasciarci senza speranza, quando rammenta che chiunque ha detto che il turno di notte lo fanno le stelle, mentiva. E' speranza che si nasconde, non che svanisce, perchè in ogni caso se ho sparato era solo per far rumore […] non volevo uccidere nessuno, e qualunque cosa possa accadere e accaderci -dentro, attorno, fuori di noi- è sempre atteso che forse qualcosa si salverà.

Le colombe sanno tutto

lasciate in fin di vita

sui tetti dell'inverno.

Il finale è un ballo che non sai decifrare. E' la mancanza della musica nell'ondulare di una delicata assenza di scelta, perchè non è il vento il problema/ ma il tuo essere foglia e di conseguenza il chiedersi se anche le foglie abbiano mai/ quella paura assurda di volare.

Le ultime parole prima della fine dell'alfabeto.

Un tentativo di amare senza aspettative finito male.

Portami dove i clown vanno quando sono tristi.

Un luogo in cui poter essere se stessi,

stare al caldo, tornare bambini.

Non essere mai numeri

ma solo trattini

sempre legati a qualcos'altro.

L'innocenza di un insetto che sta per morire e lo sa,

la sua dignità.

Innocenza è un manifesto che brilla dentro alle pagine di questo testo. Non a caso ha i versi che danno il nome a questo cammino che l'autrice intraprende con il lettore. Sara Comuzzo interroga senza chiedere niente. Domanda ma fornisce -essa stessa- le risposte che chi legge spera di trovare. Si prende la briga di sfidare e anticipa il divenire che si sarebbe comunque compiuto.

Non è stato mai banale annusare queste pagine. Ho profumi colti e che faticano ad uscire dal naso. E' stato spesso assurdo essere destati dai clacson delle macchine che ti riportano dentro al qui e ora, riconsegnano il gusto del leggere poesie ai semafori, in un epilogo in cui persino le stelle devono separarsi2.

E' una lettura che scende rapida e che lì resta senza avvisare e senza ripensamenti. E' un insieme di colpi che sa condurre, un'irregolare ritmo perfettamente funzionante che avvolge senza mollare la presa. Funziona anche la concessione di un'udienza, in cui l'autrice parla negli occhi del lettore e col candore che ha mosso la sua penna congeda con un abbraccio, ti aspetto alla fine del dolore.


1Dylan Thomas, Ventiquattro anni

2Kobayashi Issa

 

Sara Comuzzo (Udine, 1988) ha vissuto in Canada, Scozia, Australia, Nuova Zelanda, Africa e Irlanda. Ha lavorati per molti anni nel sociale con senzatetto, bambini di strada, tossicodipendenti e schizofrenia. Ha pubblicato 5 raccolte di poesie e una di racconti. Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, inglese, russo e portoghese. Collabora con YAWP, nel reparto Poesia, come critica e traduttrice. Vive e lavora in Inghilterra.


Raccolte di poesie: - Mentre loro parlano di non so cosa (Thauma, 2012) - Siamo sopravvissuti a un altro inverno (Thauma, 2014) - Invecchiano anche le rose (Il Rio, 2014) - Una Bellezza Lontana (Gnasso Editore, 2018) - Dove i Clown Vanno Quando Sono Tristi (Brè, 2020) Ha vinto il Premio “Valerio Gentile” con la raccolta di racconti Dove nessuno può cadere (Schena, 2014).