Sotto il cielo del Pirata


Il 14 Febbraio 2004 moriva a 34 anni in circostanze tutt'altro che chiare, il più grande ciclista dei tempi moderni: Marco Pantani, detto il Pirata. Ultimo corridore in grado di sollevare la folla, di alzare un boato al suo passaggio, da far udire soltanto il suo nome per chilometri. Lance Armstrong disse in un'intevista: “Io ho la maglia gialla, ma quando passiamo per strada tutti invocano il nome di Pantani”. Quell'anno il texano vinse il suo secondo di sette Tour de France consecutivi, poi revocati per il conclamato e reiterato uso di doping. Quell'anno un Marco Pantani già debilitato dalla depressione riuscì nell'impresa titanica di battere Armstrong sul Mont Ventoux, e quando l'americano disse di averlo lasciato vincere decise, due giorni dopo, a Courchevel, di attaccare nuovamente e staccare in salita Armstrong, vincendo a braccia alzate la sua ultima corsa in carriera. Questo era Marco Pantani, uno che diceva che “la gente ha dormito in strada per vedermi passare per primo e io passerò per primo”.

Marco Pantani è morto due volte: la prima a Madonna di Campiglio nel 1999, quando ormai in maglia rosa e irraggiungibile da tutti venne fermato per un valore di ematocrito fuori norma, valore che a detta di molti fu causato dalla manomissione della provetta del sangue prelevata a Pantani. Un traffico anomalo di scommesse fu verificato e collegato all'ingiustizia subita dal campione di Cesenatico. Dopo Madonna di Campiglio la depressione, la cocaina e qualche goffo tentativo di ritorno alle corse, tra cui il bel Tour del 2000 citato sopra. Marco Pantani fu trovato morto in un residence di Rimini, solo, abbandonato, per cause controverse e in situazione disdicevole. Marco Pantani è stato abbandonato, come scriverà anni dopo Antonello Venditti in una canzone a lui dedicata: “Mi ricordi di Marco e di un albergo/ Nudo e lasciato lì/ Era San Valentino, l'ultimo arrivo/ E l'hai tagliato tu/ Questo mondo coglione piange il campione/ Quando non serve più”.

Marco Pantani è morto solo, dimenticato dal circo del ciclismo che tanto lo aveva idolatrato negli anni vincenti. Marco Pantani però non è mai stato dimenticato da tutte quelle persone che sulla strada, hanno atteso che quella bandana venisse lanciata in aria prima di staccare tutti in salita. Marco Pantani Vive.


E' il destino di chi ha viaggiato sempre su altre frequenze, con altre idee, quello di non essere compreso, e al contrario invidiato. Nella stessa canzone Antonello Venditti, prima di dedicare strofe al Pirata parla di un altro grande incompreso della storia italiana. Anche lui come Marco Pantani lasciato morire, per sua mano, da solo, sottostimato, nell'incomprensione e indifferenza. “Dal profondo del tempo come un rimpianto/ Ora rinasci tu/ Quel sorriso sgomento/ anche se vinto/ Non mi tormenta più/ Mi ricorda Luigi, pieno di amici/ Solo e lasciato lì.” Parla di Luigi Tenco, morto suicida il 27 gennaio 1967 con un colpo di arma da fuoco alla tempia.

Tenco rappresenta la rottura della musica d'autore italiana con quella pop-classica del Festival di Sanremo; ma in anticipo sui tempi non viene compresa né la sua musica né tanto meno la sua enorme sensibilità. Gli vengono spesso preferite canzonette più in linea con i tempi di allora e per questo, un Tenco sofferente e in preda ad antidepressivi ed alcool si toglie la vita. Ma come spesso capita, dopo la sua morte, gli viene riconosciuto un valore enorme nello sviluppo della canzone d'autore italiana dalla critica tutta, e molti dei suoi vecchi amici gli rendono omaggio con testi e citazioni. Canta Fabrizio De Andrè in Preghiera in Gennaio: “Signori benpensanti/Spero non vi dispiaccia/Se in cielo, in mezzo ai Santi/Dio, fra le sue braccia/Soffocherà il singhiozzo/Di quelle labbra smorte/Che all'odio e all'ignoranza/Preferirono la morte”, un capolavoro assoluto, dunque, che ci ricorda la purezza di un animo candido stritolato dal cinismo e dall'indifferenza di certi ambienti. Come quindi abbiamo già visto per Pantani, anche Tenco trova la morte in circostanze funeste, ma non verrà dimenticato, e anzi, in suo onore, verrà istituita la prestigiosa Targa Tenco, un premio parallelo al Festival di Sanremo, in cui si premiano i migliori artisti della canzone d'autore italiana e non solo.


La musica come lo sport sono i veicoli dei sentimenti del popolo. Entrambi ci hanno lasciato storie come quelle di Marco e Luigi, storie incredibili, ingiuste, surreali. Storie fatte di contraddizioni, amore incondizionato, incomprensione. Se chiudo un attimo gli occhi posso sentire i cori della Curva Sud dello stadio Olimpico di Roma che inneggiano al loro capitano indimenticato Agostino Di Bartolomei; oppure gli applausi di tutto il Teatro Ariston per l'incredibile interpretazione della canzone “Gli Uomini non Cambiano” per mezzo di Mia Martini. Eppure sia Agostino che Mia hanno scelto di mettere fine alle loro vite dopo essere stati idolatrati, sedotti e poi abbandonati dagli ambienti che li hanno resi grandi. Anche loro come Pantani e Tenco potrebbero essere ancora con noi, e soprattutto con le loro famiglie, se non fossero stati vessati ed emarginati dai soprusi e dall'ignoranza di altri uomini.

Mia Martini accusata per anni di portare sfortuna fu costretta a ritirarsi dalle scene nel pieno di una carriera scintillante, fatti dai quali mai più si riprese cadendo, come il Pirata, nell'inferno della depressione e della droga, fino ad essere ritrovata morta per overdose di stupefacenti nel maggio del 1995.

Agostino di Bartolomei dopo una vita a rincorrere palloni nel centrocampo della Roma, di cui è stato capitano, non riesce a trovare, una volta appese le scarpe al chiodo, il suo posto nel mondo. Un mondo, soprattutto quello del calcio, che non ha mai compreso fino in fondo la sensibilità di Ago, che invece di essere aiutato a superare la depressione e le difficoltà, viene completamente abbandonato. Una mattina di primavera Di Bartolomei decide che non può più andare avanti, che non riesce più a vedere il bello della vita come quando rincorreva il pallone in campo con la maglia giallorossa. Impugna il suo revolver, e dopo aver gettato a terra lo straccio con cui lo teneva avvolto, si spara alla testa all'età di 39 anni.

Ci restano il sorriso di Mia e le sue stupende interpretazioni canore, le micidiali cannonate di Agostino e il suo murales a Tor Marancia. Ci resta molto di tutti loro.


A 17 anni dalla morte di Marco Pantani vogliamo ricordare lui, e tutti quelli che come lui sono sono stati abbandonati da chi doveva proteggerli. Ma allo stesso tempo ci piace ricordare che vivono per sempre nelle parole della gente.