TRA L'ANGELO E LA SILLABA: mattia tarantino


a cura di Andrea Terreni


Tra l’angelo e la sillaba è stato l'esordio poetico di Mattia Tarantino. Una raccolta che va letta di colpo poi abbandonata. Va lasciata insinuarsi, è come un virus o l'antidoto, non puoi darne senso immediato, ma solo lasciare che si sviluppi e che faccia effetto.

Non sanno quanti nomi possiamo dare agli angeli, quante voci setacciare fino all’ultima vocale ancora intatta.


Di solito una silloge poetica o una raccolta di versi resta sul mio comodino per più giorni, perché cerco di coglierne il senso, di ogni singolo testo la forma. Con Tarantino questo è possibile fino ad un certo punto, perché la lettura procura dolore, ogni verso o strofa o poesia è un insieme di stilettate all'anima, è una punizione. Ho provato a prenderlo a piccole dosi con scarsissimo successo, alla fine, ho preferito ingurgitarlo tutto nella stessa finestra di dolore. La conclusione è stata che mi è rimasto dentro come un pugno allo stomaco, l'ho assorbito per poi rigettarlo.


L'ho riletto. Per coglierne appieno la forma non lineare, scandita dalle parole e dalla punteggiatura che insieme danno il ritmo al fiato.


Cerco un distico che chiuda i miei versi o li sbaragli.


La poesia è ferma, spesso diventa allo stesso tempo mezzo e interlocutore, elegia appassionata, mai banale. Tutto sta in mezzo: tra gli angeli intesi come false divinità, che desideriamo fortemente di riconoscere e l'utilizzo del verbo nella sua particella più piccola, la sillaba. Ci si rivolge a chi sopra di noi sembra poterci dare vita, ma che in realtà siamo in grado di vedere morenti nel nostro cammino. Quegli angeli che ci battezzano con “le loro feci” ma che vengono impiccati in più di una commedia. Nonostante tutto questo siamo a terra a raccogliere con le mani quanto ci giunge di un Cristo umano e non divino. Persi, dentro un esistenza persa nel vino e nelle nefandezze terrene che sono l'essenza del nostro verbo.


Stanotte prendo l’ago e cucio i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo un piccolo coltello e svuoto le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle le ho tra i denti e fanno male.

E' una poesia che si lascia assorbire, che trattiene in se e rilascia. I toni apocalittici e profetici conferiscono quel senso assoluto che rende l'opera lontana al semplice pensare. Dietro, e dentro c'è molto di più. Ogni singolo verso trasuda di una sofferenza che non è necessariamente fisica, ma che innalza, senza nessun dubbio, la poesia di Tarantino ad una nuova concezione dell'essere poeta. Un poeta che non si rivolge a nessuno se non a se stesso, consapevole dell'inesattezza dei miti più che della loro inesistenza e certo delle proprie armi. La poesia come mezzo stesso di terapia e di denuncia.


Ho visto Cristo lussurioso inginocchiato tra gli apostoli: ho capito che gli dèi sono indecenti, e noi raccogliamo il brodo con le mani




Mattia Tarantino (Napoli, 2001)

codirige Inverso – Giornale di poesia e fa parte della redazione di Atelier.

Collabora con numerose riviste, in Italia e all’estero. I suoi versi sono stati tradotti in più di dieci lingue.

Ha pubblicato Tra l’angelo e la sillaba (2017) e Fiori estinti (2019).