Una chiacchierata fra amiche

Le Siracusane di Teocrito e la vita quotidiana che ci raccontano

una rubrica di Lorenzo Indennitate


GORGÒ- È in casa Prassinoa?

PRASSINOA- Ma certo Gorgò, amica mia, quanto tempo! Mi sembra quasi strano che tu sia qui adesso. Su, Eunoa, prendile una sedia ed un cuscino.

GORGÒ- Sapessi, Prassinoa, son quasi morta, mi hai salvata per un pelo! Troppa folla, troppi carri, ovunque calzari e uomini col mantello, e la strada è infinita: abiti sempre più lontano!

PRASSINOA- Colpa di quello scemo, è venuto a prender casa alla fine del mondo, non una casa anzi, un buco, purché potesse tenerci lontane, per dispetto. Maledetto geloso, sempre il solito!



Lasciamo da parte per un momento le grandi storie e le ardenti passioni che animano solitamente i nostri viaggi nella letteratura classica, e concediamoci una sana giornata di frivolezze: la storia che andiamo a raccontare è quella, umilissima e semplice, di una rimpatriata fra due amiche di vecchia data, appartenenti alla ricca e pettegola borghesia di una città ellenistica. In realtà, nonostante l’argomento, il testo non è nemmeno così frivolo. Il breve brano con cui abbiamo aperto non è tratto da una commedia di Goldoni, né da un episodio di una serie tv sulla falsariga di Sex and the City, ma da un’opera letteraria di grande finezza: gli Idilli di Teocrito. Ma andiamo con ordine.

Vissuto all’incirca nella prima metà del III secolo a.C., Teocrito è un poeta della cui vita personale si sa pochissimo (di lui non si conoscono neppure le date di nascita e di morte), ma la cui opera ha avuto un’influenza importantissima su tutta la storia della letteratura europea. Nato a Siracusa, sappiamo che visse in diversi posti, alla ricerca di mecenati potenti che sovvenzionassero la sua attività poetica; sappiamo che fu per diversi anni ad Alessandria d’Egitto, dove strinse amicizia con Callimaco e dove entrò con decisione nella disputa letteraria che in quegli anni agitava la città (vedi il nostro articolo sull’Ecale di Callimaco a proposito della questione).

Nonostante una vita personale probabilmente anonima, Teocrito fu un poeta prolifico, elegante e innovativo, che lasciò un segno importante sulla letteratura a lui successiva. La sua opera principale, gli Idilli, appunto, è costituita da 30 componimenti poetici (di cui 9, però, probabilmente spuri) in esametri, di argomento e ambientazione molto diversi ma tutti accomunati da una sostanziale brevità e da un approccio piuttosto intimistico. La maggior parte di questi testi poetici hanno argomento bucolico, e sono ambientati in un mondo agreste fatto di campi rigogliosi e di pastori e contadini mossi dai più nobili sentimenti e straordinariamente versati nelle arti del canto e della musica. Un mondo pastorale completamente idealizzato, di cui Teocrito è considerato l’inventore, e che ebbe una immensa fortuna: si pensi alle Bucoliche di Virgilio, apertamente ispirate a quest’opera, o alla celebre Accademia dell’Arcadia, che nel Settecento fondò le basi della propria scuola di pensiero proprio sul mondo agreste teocriteo.


Anche se gli idilli di ambientazione arcadica sono i più noti e importanti, l’opera di Teocrito ha anche altri volti, come ad esempio quello dei cosiddetti mimi urbani, componimenti di stampo teatrale con scenografie cittadine. Questi componimenti raggiungono forse vette di lirismo meno elevate, ma hanno una caratteristica ben più interessante rispetto alle gare di versi fra pastori letterati, ovvero quella di raccontare squarci di vita vera nelle città dell’epoca ellenistica.

Prendiamo ad esempio il testo con cui abbiamo aperto: l’idillio XV, intitolato Le Siracusane. Il

componimento è molto semplice, i suoi esametri sono curati ma lontanissimi dalla grandiosità dei testi epici, la lingua si accosta più possibile al parlato. La trama è banale e, come detto, piuttosto frivola: due amiche originarie di Siracusa, che vivono ad Alessandria e non si vedono da tempo, si incontrano in occasione di una festa in onore di Adone. Gorgò, la più pacata e saggia delle due, va a prendere Prassinoa, frivola e pettegola, e insieme le due si dirigono al palazzo di re Tolemeo per assistere alle celebrazioni: un’occasione per chiacchierare, lamentarsi dei propri mariti, della città sempre più caotica, del costo della vita.

A rendere interessante il brano è in primo luogo la caratterizzazione dei personaggi, tanto le due protagoniste quanto quelli minori di passaggio: ogni voce racconta qualcosa di sé, persino in pochissimi versi, tutti i partecipanti di questo mimo sono tipi umani perfettamente riconoscibili anche dopo oltre duemila anni. Prendiamo ad esempio l’anziana che le due amiche interpellano per chiedere indicazioni su come giungere alla reggia:


ΓΟΡΓΟ - ἐξ αὐλᾶς, ὦ μᾶτερ; ΓΡΑΥΣ - ἐγών, τέκνα ΓΟΡΓΟ - εἶτα παρενθεῖν / εὐμαρές; ΓΡΑΥΣ - ἐς Τροίαν πειρώμενοι ἦνθον Ἀχαιοί, / κάλλισται παίδων· πείρᾳ θην πάντα τελεῖται / ΓΟΡΓΟ - χρησμὼς ἁ πρεσβῦτις ἀπῴχετο θεσπίξασα / ΠΡΞΙΝΟΑ - πάντα γυναῖκες ἴσαντι, καὶ ὡς Ζεὺς ἀγάγεθ' Ἥραν


«GORGÒ - Vieni dal palazzo, madre? VECCHIA - Sì, figlia GORGÒ - Ed è facile entrare?VECCHIA - Gli Achei entrarono a Troia a forza di provare: tentando si fa tutto, belle ragazze GORGÒ - La vecchia ha gettato lì un oracolo, come ispirata PRASSINOA - Le donne sanno tutto, anche come andò fra Zeus ed Era»


Possiamo vedere che questo personaggio, nelle sue due brevi battute, ci appare non come anziana emersa dalla folla, ma come una donna convinta che l’età dia saggezza, e che ci tiene a mostrare la propria formulando in modo complesso come un oracolo una risposta banale e insignificante. Questa manciata di versi ci mostra anche una differenza sensibile fra le due amiche protagoniste: se infatti nel commento di Gorgò si può percepire una certa ironia verso la pomposa anziana, Prassinoa sembra genuinamente colpita, e lo esprime con un adagio che vorrebbe essere solenne e invece suona soltanto popolare.

L’aspetto più affascinante delle Siracusane, tuttavia, è la sua capacità di far fare a noi abitanti del futuro una breve passeggiata nella vita di due donne benestanti in una metropoli antica. Grazie alla sua profonda capacità di mimesi, Teocrito mette in scena non le gesta straordinarie di qualche eroe, ma la banale quotidianità di due persone banali, ovvero proprio quello che la Storia, nel più dei casi, tralascia di tramandare. E cosa scopriamo su queste due donne comuni, leggendo l’opera?

Scopriamo che sono molto diverse dalle donne greche di pochi secoli prima, quelle dell’epoca di Antigone o ancor di più di Saffo: le donne nell’epoca ellenistica non sono più blindate tra le mura domestiche, escono di casa, coltivano amicizie, amministrano il denaro della famiglia. Certo, queste due donne sembrano sfruttare la loro libertà con una certa frivolezza, ma sicuramente altre avranno potuto vivere una vita piena di interessi, di eventi e di cultura - benché, sia chiaro, neppure lontanamente pari a quella degli uomini.

Anche la città, in epoca ellenistica, ha cambiato faccia rispetto a prima di Alessandro Magno: le frontiere dei diversi popoli greci sono cadute sotto il governo macedone, e le grandi città come Alessandria ribollono adesso di persone da ogni dove e di ogni tipo, Europei, Africani e Asiatici, Greci e Macedoni mescolati con quelli che un tempo erano barbari, tutti accomunati da una lingua comune, la koinè. E anche qui Teocrito, con la sua straordinaria capacità di ritrattista, ci dà la sensazione precisa di come questo nuovo mondo sia tutto sommato nuovo, di come ancora sopravvivano pregiudizi e nazionalismi ormai anacronistici: ecco cosa risponde Prassinoa, indignata, ad uno straniero che dice sgarbatamente alle due amiche di tacere:


μᾶ, πόθεν ὥνθρωπος; τί δὲ τίν, εἰ κωτίλαι εἰμές; / πασάμενος ἐπίτασσε· Συρακοσίαις ἐπιτάσσεις. / ὡς εἰδῇς καὶ τοῦτο, Κορίνθιαι εἰμὲς ἄνωθεν, / ὡς καὶ ὁ Βελλεροφῶν. Πελοποννασιστὶ λαλεῦμες, / Δωρίσδειν δ' ἔξεστι, δοκῶ, τοῖς Δωριέεσσι


«Da dove spunta quest’uomo? Che t’importa se siamo chiacchierone? Da’ ordini ai tuoi schiavi: li stai dando a donne di Siracusa! Sappi che noi discendiamo da Corinto come Bellerofonte. Parliamo con l’accento del Peloponneso: sarà ben concesso ai Dori di parlare dorico!»